Condorcet e l’istruzione pubblica

Sul numero 14 di Semi sotto la neve c’è la mia traduzione e cura del magnifico scritto di Condorcet Sulla necessità dell’istruzione pubblica. Copio qui l’introduzione.

L’Illuminismo non sembra godere di buona fama, oggi: un po’ a causa della diffusa riluttanza a esercitare autonomamente la propria ragione — preferendo delegare ad altri la responsabilità morale o la fatica di pensare — e un po’ a causa di un’immagine monolitica dei Lumi, come un’epoca di cieco ottimismo e razionalismo sfrenato. Non che questi aspetti mancassero in alcuni philosophes e idéologues: nel tesserne l’elogio è bene non cadere a propria volta nella mancanza di spirito critico, che proprio l’Illuminismo eresse a guida. D’altro canto rispetto alla vulgata le voci di quei filosofi furono molto più varie e contrastanti, non soltanto sui fini ma anche sui mezzi da utilizzare per giungervi.

In tal senso Nicolas de Condorcet (1743-1794) è forse la figura più affascinante del tardo Illuminismo: certo è quella che ci parla meglio, per così dire, e conserva un’indelebile attualità. Membro dell’Académie royale des sciences, matematico, pedagogo, economista, curatore delle opere complete di Voltaire e dei Pensieri di Pascal, Condorcet ha il rarissimo dono di una mente universale che tuttavia non resta prigioniera di sé e anzi si mette al servizio della società. Possiede un ottimismo contagioso perché abbastanza temperato: ci invita a riconoscere i progressi dell’umanità senza languire nel compiacimento o dare per scontata l’evoluzione verso il meglio. Non è un caso che la sua bozza di Costituzione ne prevedesse la revisione ogni vent’anni, a mo’ di garanzia contro l’imposizione di principi eterni; come nota Durante (2009), questo riformismo “si radica nella particolare visione del futuro a cui rimase sempre fedele e che, invece di rinviare e disperdere in maniera indefinita l’attuazione di un disegno globale di trasformazione dell’esistente, ne percorreva le tappe attraverso puntuali proposte e interventi tesi a dissolvere lo spazio tra la proclamazione formale dell’eguaglianza e la sua completa realizzazione”. La fiducia di Condorcet nello sviluppo è figlia della sua fiducia nell’educazione quale motore di sviluppo morale e sociale; e in particolare nell’educazione libera da ingerenze politiche.

L’unicità di Condorcet si può misurare ancor meglio accostandolo a figure simili. A differenza di moltissimi rivoluzionari, ad esempio, non smarrisce il sentimento d’umanità ed empatia: basti leggere la lettera-testamento alla figlia Eliza, capolavoro di equilibrio tra la profondità dei temi etici e lo stile rilucente d’amore paterno (De Luise e Farinetti 2014). A differenza di altri illuministi francesi considera il sentimento un ingrediente fondamentale per la moralità; ed estende i diritti reclamati dai Lumi ai gruppi sociali tradizionalmente esclusi. Se emancipazione doveva essere, che lo fosse dunque per tutti: non soltanto per subalterni e poveri ma anche per gli schiavi neri delle colonie — la cui presenza era un imbarazzo evidente per i rivoluzionari — e per le donne. (Al proposito fu certamente fruttuoso il costante dialogo del filosofo con la moglie Sophie de Grouchy, lei stessa intellettuale e ottima traduttrice).

Infine, a differenza di troppi intellettuali in genere, lavorò concretamente per lo sviluppo della libertà e dell’eguaglianza. Fu rappresentante parigino dell’Assemblea e quindi segretario della medesima; vicino ai Girondini, criticò con veemenza i cambiamenti portati alla sua bozza di Costituzione per giungere alla versione montagnarda (che peraltro non sarebbe comunque entrata in vigore). Le proteste — e più in generale l’inimicizia con Robespierre — gli costarono l’accusato formale di tradimento, che avrebbe portato senz’altro alla ghigliottina. Si nascose per mesi in Rue des Fossoyeurs, presso Madame Vernet, dove completò fra l’altro l’Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain: alla fine venne comunque catturato e messo in prigione, dove morì — a quanto pare suicida, ma in ogni caso vittima del proto-Terrore. Koyré (1948) scrive che un’intera epoca scomparve con lui, e per una volta non è un luogo comune.

Sur la nécessité de l’instruction publique è l’ultimo contributo di Condorcet attorno al tema dell’educazione: fu pubblicato nel gennaio 1793 sulla Chronique du mois ou Les Cahiers patriotiques e allegato alla seduta della Convenzione del 3 luglio 1793. Poco più di un anno prima aveva presentato all’Assemblea nazionale un progetto di completa riorganizzazione della scuola pubblica, dove lo scopo era trasparente già dall’incipit: “Offrire a tutti gli individui della specie umana i mezzi per provvedere ai propri bisogni, garantire il proprio benessere, conoscere ed esercitare i propri diritti, comprendere e adempiere ai propri doveri”. Più in generale questo breve saggio riassume con alcune modifiche le idee già espresse nei Cinq mémoires sur l’instruction publique, in primo luogo la necessità di eliminare ogni subordinazione tra esperti e incolti.

E non si tratta solo di colmare un deficit di conoscenze: l’istruzione pubblica — che come scrive ancora Durante deve “basarsi sull’informazione e sulla critica più che sulla «religione civile» e sulla «militanza»” — ha un ruolo liberatorio in senso assai più ampio, è palestra di pensiero indipendente e dignità individuale. Condorcet diffida delle teorie proto-utilitariste che pensano di calcolare la felicità collettiva e amministrarla, riducendo ancora una volta le persone in uno stato di minorità o spogliandole dei loro diritti naturali: è convinto che una buona società si nutra del conflitto tra opinioni, pertanto l’istruzione deve educare in tal senso e non a un’uniformità di vedute.

Infine due parole sulla mia versione, condotta sull’originale nel settimo volume delle Œuvres (1847). Lo stile di Condorcet è un modello di chiarezza argomentativa, in ossequio alla tradizione illuministica, benché qui la sintassi risulti talvolta un po’ irta; ne ho tenuto conto con qualche piccola modifica. Ho scelto di tradurre lumières in certi casi con “lumi” e in altri con “conoscenze”: sia per garantire una migliore aderenza al contesto sia perché il termine francese ha una portata molto vasta, con sfumature che la diversità di resa in italiano aiuta a rappresentare. Lo stesso vale per hommes: dati l’universalismo e il femminismo di Condorcet, mi è parso naturale utilizzare il più neutro “persone”.

(16/07/26)

La guerra contro gli animali

Per certi versi, anche l’educazione la rispetto della natura di cui tanto sentiamo parlare nelle nostre società desacralizzate e il riconoscimento di diritti dell’ambiente naturale non fanno che confermare una condizione di scambio impossibile da risolvere in semplice dominio. Ben diverso è invece il rapporto con gli altri animali, un rapporto che racconta la storia di un continuo ampliamento del nostro potere nei confronti di individui classificati come utili o inutili o ritenuti sempre incapaci di presentarsi come attori nel gioco del “dare per avere”. La guerra “giusta” contro gli animali è tale proprio perché essi non hanno nulla da concederci che non possa essere preso, manipolato e migliorato senza il loro consenso, rendendoli oggetto di un discorso intorno e interno alla giustizia da cui perennemente sfuggono.

Colombo-Mormino-Piazzesi, Dalla predazione al dominio.

(13/07/26)

Slavenka Drakulić (1949-2026)

Anche questa volta con ritardo di qualche giorno mi accorgo della morte di Slavenka Drakulić, proprio dopo aver terminato Caffé Europa e Ritorno al Caffé Europa (entrambi consigliati, soprattutto il primo). Nel suo bel ricordo durante i funerali del 27 giugno, Rada Iveković ha scritto che a spingere e salvare Drakulić dai numerosi dolori e dalle difficoltà della vita “è stata la disobbedienza, una disobbedienza costruttiva e impegnata, lontana da qualsiasi egoismo, a cui Slavenka era completamente estranea. Era del tutto naturale che, con tale esperienza di vita, Slavenka si prodigasse sempre instancabilmente per aiutare gli altri.”

(29/06/26)

Elvio Fassone (1938-2026)

Ho saputo con ritardo della morte di Elvio Fassone. Mi spiace molto: il suo libro Fine pena: ora resta e resterà quale piccola meraviglia: un’interrogazione profonda sul senso della pena, un dialogo lucido e sincero fra magistrato ed ergastolano, insomma un libro che andrebbe proverbialmente fatto leggere un po’ a chiunque.

(24/06/26)

Violenza istituzionale: le case Aler di Lulli-Porpora

Chiara Berardi sulla situazione delle case popolari di Lulli-Porpora, a Milano, che conosco bene perché lì c’è la sede del GAS cui afferiamo:

Quarant’anni senza manutenzione. Quarant’anni di muffa sui muri, di perdite d’acqua che nessuno veniva a riparare, di bagni rifatti di tasca propria perché aspettare Aler era come aspettare qualcosa che non arriva. Gli inquilini del quartiere Lulli Porpora a Milano hanno imparato ad arrangiarsi. Hanno comprato le piastrelle, chiamato gli idraulici, messo mano al portafogli per interventi che non erano loro dovere fare. Strutturali, non estetici. Sopravvivenza, non abbellimento.

Adesso Aler ha trovato i soldi. Grazie al RePower EU, finalmente ci sono i fondi per riqualificare. Sembrerebbe una buona notizia. Non lo è. Perché la condizione è questa, lo ha spiegato Aler ai sindacati inquilini: gli stabili devono essere completamente vuoti per i lavori. Tutti fuori. Famiglie che vivono lì da quarant’anni, anziani che hanno costruito lì la loro rete, persone fragili che si appoggiano al vicinato come ci si appoggia a un muro che regge. Tutti fuori, entro fine settembre. Dove? In altre case popolari in Città Studi, dicono. Appartamenti anch’essi da ristrutturare — ma, dice Aler, tranquilli, li sistemeremo dopo che avrete firmato. Prima firmate, poi facciamo i lavori.

I conti qualcuno degli abitanti e degli attivisti li ha fatti: se le famiglie lasciano le case a fine settembre, quali lavori si potranno fare nelle nuove abitazioni con in mezzo due mesi estivi? Poco più di una mano di vernice, probabilmente. Le spese di trasloco in uscita le copre Aler. Quelle al ritorno, fra tre anni, no. E chi volesse rientrare, ammesso che lo voglia ancora, ammesso che abbia resistito tre anni lontano dal suo quartiere, pagherà un affitto aumentato (lo impone la legge regionale sulle case popolari per i casi di rivalutazione dell’immobile). Pagare di più per tornare a casa propria, agli affetti di una vita.

Gli inquilini chiedono una cosa semplice. Ragionevole. Umana. Che i lavori si facciano per gradi: partire dagli stabili già vuoti, spostare le famiglie negli appartamenti ristrutturati man mano, procedere senza espellere nessuno dal quartiere. Una mobilità interna. Una logistica che rispetti le persone.

Il 29 aprile le opposizioni in Regione Lombardia hanno presentato una mozione (prima firma quella del consigliere regionale di AVS Onorio Rosati) che chiedeva esattamente questo: un piano di mobilità condiviso con gli inquilini e i sindacati e l’impegno a coprire anche le spese del trasloco per chi volesse rientrare. La maggioranza di destra al Pirellone ha bocciato la mozione.

L’intero articolo si trova qui.

(18/06/26)