Sul caso Gagnor

[scritto a quattro mani con Danilo Deninotti, e a nome di entrambi]

Il nostro collega sceneggiatore Roberto Gagnor ha visto terminata la sua collaborazione con Topolino: l’intero caso è ricostruito sul Post. Il direttore Alex Bertani conferma di aver allontanato Gagnor a causa di una polemica online nella quale lo sceneggiatore — come lui stesso spiega — ha chiarito il suo giudizio “in maniera sicuramente tranchant, ma legittima — almeno quanto le loro [di alcuni lettori, ndr] esternazioni”. Non si tratta dunque di motivi legati alla qualità del lavoro in sé ma di ciò che potremmo chiamare, e sarà il caso di tornarci sopra, “immagine percepita del professionista”.

Roberto è un collega con esperienza più che ventennale, la cui bravura e il cui amore per il mondo Disney sono fuori discussione. Noi ci siamo presi il tempo necessario per ragionare a mente fredda e speriamo che anche questo sia motivo di riflessione, abituati come siamo a reagire d’istinto. Non che dubitassimo sull’essenziale: ma come articolare le ragioni, cosa dire esattamente, non sono cose che si improvvisano; e in mezzo c’è anche la vita di ciascuno.

Vorremmo dunque esprimere pubblica solidarietà a Roberto, sperando che la direzione torni su suoi passi. E a ciò aggiungiamo qualche frutto delle nostre considerazioni.

Il direttore scrive che “per fortuna viviamo in un paese libero”, dove “se acquisti un magazine per leggerti delle storie hai tutto il diritto di commentare, dissentire e criticare. Anche aspramente.” Ci sembra una libertà che Roberto non ha impedito in alcun modo. Per amore di franchezza noi avremmo ignorato a priori ogni polemica, come sempre; se vogliamo è anche un’occasione utile per meditare attorno agli automatismi che vengono a crearsi sui social. Ma questo è irrilevante: non possiamo difendere solo i diritti di chi si comporta come faremmo noi; e far fuori un lavoratore per i toni di una risposta — non una minaccia, non una violenza — è un’enormità che crea un brutto precedente. Dovrebbe far alzare le orecchie a tutti gli autori, essendo freelance pagati a tavola sceneggiata o disegnata, non dipendenti, il che li rende ovviamente più vulnerabili.

Lontano da ogni vittimismo, la debolezza contrattuale di una professione come questa e tante altre è comunemente accettata; ma in un mondo di contesti opachi e sregolati — dove non è semplice capire in cosa consistano i propri doveri di collaboratore oltre a scrivere belle storie — anch’essa andrebbe discussa. Infine, al di là alle analisi sociologiche con cui è piacevole dilettarsi, occorre un po’ di schietto materialismo: il materialismo per cui alla fine dei conti c’è una persona che ha perso una fonte di reddito a causa di alcune parole percepite come dannose per l’identità di una testata.

E qui tocchiamo un’altra questione cruciale. È vero: nutrendo ognuno a modo proprio l’immenso patrimonio culturale e artistico di Topolino, gli autori vengono associati a una realtà basata su valori precisi: “dialogo, rispetto e inclusività”; “divertimento, cultura e momenti di leggerezza”. Benché nessuno faccia parte della redazione o abbia obblighi come dipendente, crediamo sia una responsabilità da non dimenticare; anzi, fatichiamo a immaginare un autore che non creda fermamente a tali valori e li pratichi ogni giorno. Ma se essi vengono usati per costruire una gabbia di perbenismo o una forma di ricatto professionale allora abbiamo un problema.

Si dirà: ci sono le policy aziendali, rileggetevi le policy aziendali. L’abbiamo fatto. Nel Codice etico di Panini troviamo due articoli rilevanti al riguardo; il primo estende il Codice stesso ai fornitori — cioè in questo caso gli autori — e il secondo elenca i requisiti per garantire il rapporto di lavoro:

2.3. Fermo restando quanto previsto all’articolo 1.4 (“Panini s.p.a. dà adeguata pubblicità al Codice etico in modo che chiunque si relazioni ad essa a qualsiasi titolo possa tenerne conto”, ndr) Panini s.p.a. può esigere l’osservanza del Codice etico da parte di Terzi con i quali intrattenga rapporti giuridicamente qualificati (Fornitori, Collaboratori, Clienti, Partners e Terzi in genere).

14.1. Panini s.p.a. considera condizione indispensabile per la costituzione e il mantenimento di rapporti con Terzi, oltre alla loro competenza tecnica e professionale, il possesso di adeguati requisiti di integrità, reputazione e affidabilità morale e professionale.

In base a norme così aperte — “affidabilità morale”? — la discrezionalità concessa è davvero ampia. A parte l’elementare buon senso, secondo quali criteri si potrà passare sopra un comportamento e sanzionarne altri? Quando una frase risulterà problematica per il brand e quando una semplice rimbeccata personale? Un autore Disney può scrivere una parolaccia sul suo profilo privato oppure no? Cosa significa di preciso “rispettare” i lettori? Se la risposta è: tutto questo lo decide il capo di volta in volta, abbiamo un altro problema.

(11/06/26)

Quasi ai margini

Chi è che ha detto che “la verità sta quasi ai margini?” Non lo ricordo più; forse è addirittura una di quelle frasi che ci si inventa senza rendersene conto, per dar forza una volta al proprio discorso o per chiarire il proprio pensiero.

Come che sia, il concetto mi sembra sempre più valido; bisognerebbe “tirarsi fuori” fino al punto in cui ci si neghi alle compromissioni delle morali correnti e obbligate, ma senza arrivare al punto di estraneità e assenza di dialogo con i “centri”, o quegli ammassi di complicità/falsità/rapina (grande e piccola non cambia) che si definiscono “centri”. Ma senza il compiacimento dell’emarginazione, e senza il disprezzo per gli insiders: cercando il dialogo, provocandolo, e avendo qualcosa da proporre.

Goffredo Fofi, Pasqua di maggio.

(03/06/26)

Miles Davis cento

Miles Davis

Per il centenario della nascita di Miles Davis propongo un’inevitabile e faticosissima selezione di undici brani molto amati. Ho cercato di lasciar cadere la zavorra dell’ovvio — nessun pezzo da Kind of Blue, per dirne una — ma anche di non cedere alla posa dell’esotismo o della rarità — e quindi non sono andato a frugare tra bootleg, live e dintorni. Visto che il criterio principale, oltre a un minimo di completezza, è stato il gusto, ho escluso anche i dischi orchestrali da me non molto amati (e comunque da ascoltare, come Sketches of Spain). I maniaci possono divertirsi sul database di Miles Ahead.

1. Boplicity (da Birth of the Cool, 1949-1957). C’è stato un periodo in cui, povero me, snobbavo questo album: ora faccio ammenda ascoltandolo molto spesso. Tra le molte scelte possibili pesco Boplicity, che mi pare rappresentativa sia dell’equilibrio perfetto tra scrittura e improvvisazione del disco sia dell’incedere compassato del nonetto.

2. Half Nelson (da Workin’, 1956-1960). Qui è già durissima. Dei dischi Prestige Workin’ è il mio preferito, ma che pezzo individuare? Come lasciare fuori, per dirne uno, Trane’s Blues? Comunque Half Nelson è un bel compromesso per vari motivi: fu composta da Davis per il quintetto di Charlie Parker, Philly Joe Jones fa dei grandi assoli di batteria, e ovviamente è un brano stupendo.

3. ‘Round Midnight (da ‘Round about Midnight, 1957). Forse un po’ banale, ma questa lettura del classico di Monk è talmente densa e profonda che non può mancare. Curiosità: quando Davis la suonò per la prima volta a Newport nel 1955 insieme al grande Thelonius, questi gli disse di non averla eseguita come si deve. “So what?” fu la risposta.

4. Miles (da Milestones, 1958). Sono stato incerto fino all’ultimo con la travolgente Two Bass Hit, ma alla fine ha vinto questa gemma di danzereccia semplicità — anche per gli assoli davvero strepitosi di Coltrane e Adderley.

5. Basin Street Blues (da Seven Steps to Heaven, 1963). Disco magnifico benché meno noto rispetto ad altri, dove la tromba di Davis ha qui e lì un tono più aggressivo del solito senza mai perdere la rotondità (come nella splendida I Fall in Love Too Easily). Valga questa per tutto, compreso l’assolo del grande Victor Feldman.

6. Footprints (da Miles Smiles, 1967). Noto fra gli appassionati soprattutto per il ritmo ambiguo (il trionfo di Tony Williams ai piatti), ha un tema elusivo e finissimo, un po’ stordente, che acquisisce forza di misura in misura durante il solo di Davis, per poi chetarsi appena e riprendere energia fra le mani di Shorter prima e Hanckock poi. Fenomenale.

7. Riot (da Nefertiti, 1968). Altra decisione tormentata: la title track, Pinocchio o Fall sarebbero state opzioni più sensate, ma la breve Riot (scritta da Hancock) ha molte virtù: la sanguigna linea di basso di Carter e un’infilata di assoli eccezionali. Un ottimo modo per salutare il Miles acustico.

8. Shhh/Peaceful (da In a Silent Way, 1969). Il primo vero passo verso la fusion, già per certi versi tentato in Filles de Kilimanjaro, e che pure si mantiene ancora in un magico equilibrio fra il sound del secondo Quintetto e l’immediato futuro: le aggiunte di Zawinul, Holland, Corea e McLaughlin soprattutto — che tocco superbo — tingono le atmosfere più che imporsi, con una cautela e un’eleganza meravigliose.

9. Miles Runs the Voodoo Down (da Bitches Brew, 1970). Un capolavoro di tale calibro andrebbe ascoltato per intero, e ha davvero poco senso scegliere un brano rispetto a un altro; comunque propongo questo, anche per la citazione hendrixiana del titolo.

10. On the Corner (da On the Corner, 1972). Come sopra: un disco con due lunghe ­suite va assaporato dall’inizio alla fine. Oltre a essere un magnifico lavoro di jazz-funk urbano, testimonia il radicalismo artistico e l’assoluta mancanza di compromessi di Davis.

11. Tutu (da Tutu, 1986). Ho sempre faticato con il Miles degli anni ’80, soprattutto per una questione timbrica: le indigeribili tastiere che permeano tutto. Questo schioccante brano valga per l’intero periodo, sia come testimonianza del lavoro di Marcus Miller sia perché Davis qua mi sembra particolarmente in forma.

Oltre alla musica consiglio anche l’edizione anniversario di Miles. Assolo a fumetti del mio amico Lucio Ruvidotti.

Ed è ovvio infine pensare alla morte del novantacinquenne Sonny Rollins, avvenuta giusto ieri.

(26/05/26)