Harraga

C’è una parola in marocchino che definisce quello che ho fatto e che fanno tantissimi ragazzi: harraga. È impossibile da tradurre. Non si può usare harraga per qualcuno che arriva in modo legale, con un visto, un contratto o un decreto flussi. Dentro la parola harraga c’è il verbo “bruciare”. Qualcuno la traduce con “clandestino”, qualcuno con “bruciare la frontiera”. Per me dietro alla parola harraga c’è una persona forte, su cui puoi fare affidamento.

Dal racconto di Zakaria, arrivato da El Jadida a Fnideq, da Fnideq a nuoto fino a Ceuta, da Ceuta in Spagna e quindi in Francia e Italia dove tuttora vive e lavora. A proposito di quel che è successo a Ceuta in questi ultimi giorni.

(07/08/26)

Per Paolo Finzi, sei anni dopo

Sei anni fa si suicidò Paolo Finzi, direttore di A Rivista anarchica, ebreo ateo e militante libertario di lungo corso. Quando lo seppi rimasi un paio d’ore seduto sul letto, incredulo e in lacrime; il giorno dopo raccolsi le forze e scrissi un primo necrologio a caldo, cui ne sarebbe seguito un altro più ragionato. Ricordo ancora molto bene i funerali alla Cascina Occupata Torchiera; ricordo i molti pensieri attorno alla depressione che lo affliggeva; e ricordo le tantissime splendide cose raccontate di lui e della sua convinzione, tipicamente anarchica, di non scindere l’attività intellettuale da quella politica di base.

È in tal senso che andrebbero riletti i suoi lavori: dal libro Che non ci sono poteri buoni su Fabrizio De André, di cui era amico, ai testi di carattere più storico quali La nota persona sul Malatesta del 1919-1920 e Insuscettibile di ravvedimento sulla vita di Alfonso Failla; e soprattutto, credo, il numero unico di vent’anni fa con doppio dvd, A forza di essere vento, tutto dedicato al genocidio nazista dei rom. Benché Paolo lo presentasse come un “flop preannunciato” – del resto, “solo a quei matti degli anarchici poteva venire in mente di mettersi a produrre una cosa seria e costosa sugli Zingari” – il volumetto vendette migliaia di copie: a testimonianza che, quantomeno allora, persisteva una certa sensibilità nei confronti del popolo da sempre più odiato e perseguitato. Anche in questo caso, come Paolo raccontò in un’intervista, c’era di mezzo la vita: la scuola materna dove andavano i suoi figli aveva una politica di grande accoglienza nei confronti degli “zingari”, e con il tempo si crearono rapporti d’amicizia con le famiglie del campo; a ciò si aggiunse la curiosità intellettuale di Paolo, le sue radici ebraiche (i suoi genitori furono entrambi perseguitati e partigiani) e la solidarietà anarchica verso le vittime del pregiudizio.

“Solo a quei matti degli anarchici”, insomma: ironia, va bene, però anche ribellione: andare contro ciò che l’apparente buon senso sconsiglia, non per goffo estetismo sovversivo – tanto più che Paolo era una persona di grandissima gentilezza e umanità – bensì per perseguire nel concreto un’idea diversa di società; e realizzarla nei progetti grandi come nelle minuzie di ogni giorno, per quanto possibile, senza consegnarsi a un futuro e illusorio paradiso di libertà e giustizia. In una conversazione con Mimmo Pucciarelli del 2018 Paolo disse fra l’altro che gli anarchici “hanno questa simpatica caratteristica di essere presenti in qualche misura in tutte le lotte sociali possibili”.

È un’etica generosa che espone a molti rischi: delusioni, fiducia mal riposta, dissoluzione delle energie; e in più generale scoramento. A tal proposito nel corso degli anni ho ripreso spesso in mano l’ultima lettera di Paolo, letta fra l’altro dalla figlia Alba proprio durante i funerali in Torchiera: ora è custodita in fondo al bel volume Tra memoria e tempo presente. C’è scritto: “Se me ne vado è perché non ce la faccio più. Diranno depressione. Ma le persone a me vicine, cioè i famigliari e anche le collaboratrici Michela e Carlotta, sanno che quella parola non dice tutto, forse poco. C’è troppo male nel mondo, troppa cattiveria”.

[continua a leggere su Micromega]

(20/07/26)

Condorcet e l’istruzione pubblica

Sul numero 14 di Semi sotto la neve c’è la mia traduzione e cura del magnifico scritto di Condorcet Sulla necessità dell’istruzione pubblica. Copio qui l’introduzione.

L’Illuminismo non sembra godere di buona fama, oggi: un po’ a causa della diffusa riluttanza a esercitare autonomamente la propria ragione — preferendo delegare ad altri la responsabilità morale o la fatica di pensare — e un po’ a causa di un’immagine monolitica dei Lumi, come un’epoca di cieco ottimismo e razionalismo sfrenato. Non che questi aspetti mancassero in alcuni philosophes e idéologues: nel tesserne l’elogio è bene non cadere a propria volta nella mancanza di spirito critico, che proprio l’Illuminismo eresse a guida. D’altro canto rispetto alla vulgata le voci di quei filosofi furono molto più varie e contrastanti, non soltanto sui fini ma anche sui mezzi da utilizzare per giungervi.

In tal senso Nicolas de Condorcet (1743-1794) è forse la figura più affascinante del tardo Illuminismo: certo è quella che ci parla meglio, per così dire, e conserva un’indelebile attualità. Membro dell’Académie royale des sciences, matematico, pedagogo, economista, curatore delle opere complete di Voltaire e dei Pensieri di Pascal, Condorcet ha il rarissimo dono di una mente universale che tuttavia non resta prigioniera di sé e anzi si mette al servizio della società. Possiede un ottimismo contagioso perché abbastanza temperato: ci invita a riconoscere i progressi dell’umanità senza languire nel compiacimento o dare per scontata l’evoluzione verso il meglio. Non è un caso che la sua bozza di Costituzione ne prevedesse la revisione ogni vent’anni, a mo’ di garanzia contro l’imposizione di principi eterni; come nota Durante (2009), questo riformismo “si radica nella particolare visione del futuro a cui rimase sempre fedele e che, invece di rinviare e disperdere in maniera indefinita l’attuazione di un disegno globale di trasformazione dell’esistente, ne percorreva le tappe attraverso puntuali proposte e interventi tesi a dissolvere lo spazio tra la proclamazione formale dell’eguaglianza e la sua completa realizzazione”. La fiducia di Condorcet nello sviluppo è figlia della sua fiducia nell’educazione quale motore di sviluppo morale e sociale; e in particolare nell’educazione libera da ingerenze politiche.

L’unicità di Condorcet si può misurare ancor meglio accostandolo a figure simili. A differenza di moltissimi rivoluzionari, ad esempio, non smarrisce il sentimento d’umanità ed empatia: basti leggere la lettera-testamento alla figlia Eliza, capolavoro di equilibrio tra la profondità dei temi etici e lo stile rilucente d’amore paterno (De Luise e Farinetti 2014). A differenza di altri illuministi francesi considera il sentimento un ingrediente fondamentale per la moralità; ed estende i diritti reclamati dai Lumi ai gruppi sociali tradizionalmente esclusi. Se emancipazione doveva essere, che lo fosse dunque per tutti: non soltanto per subalterni e poveri ma anche per gli schiavi neri delle colonie — la cui presenza era un imbarazzo evidente per i rivoluzionari — e per le donne. (Al proposito fu certamente fruttuoso il costante dialogo del filosofo con la moglie Sophie de Grouchy, lei stessa intellettuale e ottima traduttrice).

Infine, a differenza di troppi intellettuali in genere, lavorò concretamente per lo sviluppo della libertà e dell’eguaglianza. Fu rappresentante parigino dell’Assemblea e quindi segretario della medesima; vicino ai Girondini, criticò con veemenza i cambiamenti portati alla sua bozza di Costituzione per giungere alla versione montagnarda (che peraltro non sarebbe comunque entrata in vigore). Le proteste — e più in generale l’inimicizia con Robespierre — gli costarono l’accusato formale di tradimento, che avrebbe portato senz’altro alla ghigliottina. Si nascose per mesi in Rue des Fossoyeurs, presso Madame Vernet, dove completò fra l’altro l’Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain: alla fine venne comunque catturato e messo in prigione, dove morì — a quanto pare suicida, ma in ogni caso vittima del proto-Terrore. Koyré (1948) scrive che un’intera epoca scomparve con lui, e per una volta non è un luogo comune.

Sur la nécessité de l’instruction publique è l’ultimo contributo di Condorcet attorno al tema dell’educazione: fu pubblicato nel gennaio 1793 sulla Chronique du mois ou Les Cahiers patriotiques e allegato alla seduta della Convenzione del 3 luglio 1793. Poco più di un anno prima aveva presentato all’Assemblea nazionale un progetto di completa riorganizzazione della scuola pubblica, dove lo scopo era trasparente già dall’incipit: “Offrire a tutti gli individui della specie umana i mezzi per provvedere ai propri bisogni, garantire il proprio benessere, conoscere ed esercitare i propri diritti, comprendere e adempiere ai propri doveri”. Più in generale questo breve saggio riassume con alcune modifiche le idee già espresse nei Cinq mémoires sur l’instruction publique, in primo luogo la necessità di eliminare ogni subordinazione tra esperti e incolti.

E non si tratta solo di colmare un deficit di conoscenze: l’istruzione pubblica — che come scrive ancora Durante deve “basarsi sull’informazione e sulla critica più che sulla «religione civile» e sulla «militanza»” — ha un ruolo liberatorio in senso assai più ampio, è palestra di pensiero indipendente e dignità individuale. Condorcet diffida delle teorie proto-utilitariste che pensano di calcolare la felicità collettiva e amministrarla, riducendo ancora una volta le persone in uno stato di minorità o spogliandole dei loro diritti naturali: è convinto che una buona società si nutra del conflitto tra opinioni, pertanto l’istruzione deve educare in tal senso e non a un’uniformità di vedute.

Infine due parole sulla mia versione, condotta sull’originale nel settimo volume delle Œuvres (1847). Lo stile di Condorcet è un modello di chiarezza argomentativa, in ossequio alla tradizione illuministica, benché qui la sintassi risulti talvolta un po’ irta; ne ho tenuto conto con qualche piccola modifica. Ho scelto di tradurre lumières in certi casi con “lumi” e in altri con “conoscenze”: sia per garantire una migliore aderenza al contesto sia perché il termine francese ha una portata molto vasta, con sfumature che la diversità di resa in italiano aiuta a rappresentare. Lo stesso vale per hommes: dati l’universalismo e il femminismo di Condorcet, mi è parso naturale utilizzare il più neutro “persone”.

(16/07/26)

La guerra contro gli animali

Per certi versi, anche l’educazione la rispetto della natura di cui tanto sentiamo parlare nelle nostre società desacralizzate e il riconoscimento di diritti dell’ambiente naturale non fanno che confermare una condizione di scambio impossibile da risolvere in semplice dominio. Ben diverso è invece il rapporto con gli altri animali, un rapporto che racconta la storia di un continuo ampliamento del nostro potere nei confronti di individui classificati come utili o inutili o ritenuti sempre incapaci di presentarsi come attori nel gioco del “dare per avere”. La guerra “giusta” contro gli animali è tale proprio perché essi non hanno nulla da concederci che non possa essere preso, manipolato e migliorato senza il loro consenso, rendendoli oggetto di un discorso intorno e interno alla giustizia da cui perennemente sfuggono.

Colombo-Mormino-Piazzesi, Dalla predazione al dominio.

(13/07/26)