Sulla maturità in Pavese

Ripeness is all, la maturità è tutto, scrive Pavese in esergo a La luna e i falò. La frase, è noto, viene dal Re Lear di Shakespeare; ma di rado se ne cita il contesto. Siamo alla fine della tragedia: atto quinto, scena seconda: il conte di Gloucester, disperato dal corso degli eventi, si abbandona a terra per lasciarsi morire. Ma il figlio Edgar, che lo sta assistendo sotto mentite spoglie, lo richiama all’ordine: “Che c’è, ancora cattivi pensieri? Gli uomini devono sopportare / la loro uscita dal mondo come la loro venuta; / la maturità è tutto. Andiamo”. Si muore soltanto quando si deve morire, come appunto un frutto ben maturo; lasciarsi andare vilmente prima del tempo non è contemplabile. Se tuttavia pensiamo al romanzo — e ancor più alla fine di Pavese, settant’anni fa — le parole di Edgar usate come epigrafe possono apparire incongrue.
In effetti la questione è più complessa del previsto, e in un magnifico articolo del 1983 (Maturità di Pavese), Lino Pertile la espone in termini esemplari: “La maturità appare come dea bifronte: meta, traguardo, conquista e d’altro lato termine ultimo, conclusione, fine; da un lato trionfale pienezza, dall’altro vuoto spaventoso, horror vacui. […] Perciò di due cose una: o la maturità non e tutto, o questa maturità ha connotazioni che ci sfuggono”.

[continua su l’Espresso in edicola]

(26/07/20)