Mi viene da ridere

Propongo un pezzo (in inglese) a un giornale americano che si interessa di cultura italiana. Dopo due giorni, arriva la risposta dell'editor:

[...]
Want to send me a column that I could run in the fall issue? It must be in Italian, however. We would pay $50.00 US for a 600-word article. What would you write about for the Fall 2010?
[...]

Ora.
Lasciamo perdere la pronta risposta, la gentilezza e il fatto che abbiano accettato: magari ne avevano semplicemente bisogno e sono capitato al momento giusto, chissà. Non è questo l'importante.

La cosa importante è un'altra: perché nessuno in Italia ti dice mai quanto ti paga prima per un pezzo (a volte manco se ti paga), e qui invece è stato detto subito e chiaramente?

(26/08/10)

 
Ho lasciato Eleanore Rigby

eleanore rigby



Perché?

(25/08/10)

 
Il destino di Mancuso

Dunque.

Lettera con dubbi etici di Vito Mancuso, causa lodo Mondadori.
Risposta della Mondadori (non l'ho trovata online, accidenti).
Controrisposta di Mancuso.

Oggi, sul "Foglio", questo commento:

"è sicuro Mancuso di ritrovarsi un'anima amministrativamente impeccabile nell'Università per cui lavora, capoluogo morale di un vasto sistema commerciale e sanitario il cui scopo precipuo è far vivere 120 anni almeno Berlusconi, il premier mandato all'Italia dalla Provvidenza secondo il datore di lavoro universitario del professor Mancuso, il sempre da lodare don Verzè?"

Uno può ribattere: e che c'entra? Mica c'è un lodo Verzè.

Sì, certo. Però se si parla di etica e non di giustizia - e mi pare che Mancuso parli della prima, in quanto le sue remore sono personali, dato che un autore non è coinvolto legalmente nella causa Mondadori - se si parla di etica, dicevo, il discorso non regge.

A pensar male, uno potrebbe dire che Mancuso può fare l'eroe con la Mondadori perché non ci campa, con quei soldi - e troverebbe al volo un altro editore. Mentre fare l'eroe con l'università dove lavora sarebbe molto più rischioso, perché finirebbe fregato.

A pensar male, uno potrebbe dire questo.

(Don Verzé e Barbara Berlusconi visti da uno studente).

(23/08/2010)

 
Se ti sparano, muori una volta sola

pistola

Sono in treno. Sto leggendo Herzog di Saul Bellow. A un certo punto si siede di fianco a me una signora abbastanza in carne, i capelli neri raccolti in una crocchia e un abito colorato. In mano ha un libro dal titolo Politica e libertà.
Attacca bottone. Ha un accento dell'est.

Dice che vive a Torino da quindici anni, ha quattro figlie, e che l'Italia le sembra un paese orrendo: quando c'è la nebbia arrivano i lupi, dice, e qui c'è tanta nebbia e i lupi mangiano. Cerco di elaborare l'immagine. Lei continua: pensano tutti di essere liberi, ma non è libero nessuno, e io prendo ottocento euro e devo mantenere quattro figlie. Lei tornerebbe indietro da dov'è venuta, ma ormai come si fa. E non ci sono neanche le parole giuste per dire tutto questo.

Chiudo Bellow. Le chiedo da dove viene. Dall'Albania, dice lei, e quando c'era il comunismo faceva la contabile per le distribuzioni delle razioni. Ma è peggio qui e ora in Italia, aggiunge. Le domando, con garbo, se non stia esagerando un poco.
Lei mi risponde che sì, era brutto, era il regime, e se non ti andavano bene le cose ti mettevano in prigione per venticinque anni, o magari ti sparavano.
E non è peggio?, chiedo.
Non lo so, dice lei. Qua mi sembra di morire ogni giorno. In fondo, se ti sparano muori una volta sola.

(22/08/10)

 
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