|
Ho letto Dove lei non è di Roland Barthes circa un mese fa, ma solo ora scrivo qualche considerazione al riguardo.
Innanzitutto: le annotazioni di Barthes sono private solo a uno sguardo superficiale, perché in realtà non c'è alcuna riga privata per un vero scrittore: possono esserci motivi privati (come il lutto, o l'abbandono), ma ogni frammento di scrittura, per lo scrittore vero, è necessariamente pubblico. Questo traspare dalla forma.
Barthes fornisce delle indicazioni molto interessanti per chi deve sopportare la scomparsa - anche non la scomparsa fisica - della persona amata. E' interessante perché non descrive un vero e proprio percorso: non c'è storia, non c'è racconto: ci sono picchi e gradi di alti e bassi nel campo di due anni, ma il dolore di fondo rimane il medesimo. E questo è sintetizzato molto bene nell'appunto del 20 marzo 1978:
Si dice (mi dice la signora Panzera): il Tempo calma il lutto - No, il Tempo non fa passare niente; fa passare soltanto l'emotività del lutto.
Sembra tragico, ma non lo è. Non c'è nulla di tragico in queste righe, anzi: c'è molta pacatezza, molta rassegnazione, il solito splendido razionalismo analitico di Barthes. Il tentativo di buttarsi nel mondo per annullare il dolore è fattivo nel senso che consente un minimo di distrazione - ri-oggettiva la propria presenza - ma non cancella l'accaduto. La perdita non è una cosa che si può oggettivare in senso proprio. C'è, esiste, permane dentro di te ed è tanto grande quanto l'amore che provavi per quella persona: se quell'amore era straordinario (fortunato tu che l'hai provato), tanto straordinario sarà il dolore (purtroppo). E dunque:
M. ed io troviamo che, paradossalmente (poiché di solito si dice: Lavori, si distragga, veda gente), è proprio quando siamo sconvolti, indaffarti, sollecitati, esterorizzati, che proviamo più tristeza. L'interiorità, la calma, la solitudine rendono la tristezza meno dolorosa.
Possibile? Sì, perché il mondo è fatto di individui che bene o male campano senza un dolore continuo. Il mondo è "normale". E' un luogo mediocre nel senso etimologico del termine: gli estremi nel mondo vissuto normalmente si liquidano in una quotidianità che non ammette - che non può comprendere - un dolore così grande. In questi giorni, mi sembra che la mia sofferenza non trovi propriamente spazio nel mondo. E' una cosa troppo grande per essere ospitata, sia dal punto di vista materiale che spirituale: e l'avere a che fare con persone "normali" (senza nulla togliere ai loro problemi e dolori quotidiani), rende tale condizione ancora più insopportabile.
Ma. Ma Roland Barthes, nel 1977 (quando morì l'amata madre), era uno dei più grandi intellettuali e scrittori francesi. Aveva ogni modo di oggettivare il suo dolore, di trascriverlo, di renderlo - come dice spesso - "monumento". Memento illam vixisse. La scrittura è catarsi:
Io trasformo "Lavoro" in senso analitico (Elaboraazione del Lutto, del Sogno) in "Lavoro" reale - di scrittura.
poiché:
il "Lavoro col quale (si dice) usciamo dalle grandi crisi (amore, lutto) non deve essere liquidato frettolosamente; per me esso è compiuto solo nella e per la scrittura.
Ecco il punto: il dolore di Barthes è il dolore specifico di uno scrittore che ha il modo (riconosciuto pubblicamente, e ampiamente) di elaborare tale dolore lavorandolo: cioè scrivendone, concettualizzandolo, in qualche modo trasformandolo in racconto (sebbene questo non avvenga nel diario).
E chi non può? E chi non finisce nell'Encyclopedie? E chi è uno scrittore qualunque e mediocre, con il medesimo fuoco, ma non Roland Barthes? Giustamente, il suo diario di lutto è immensamente egoista. Non c'è dolore che non sia egoista. Barthes sa che può sedere nella scrittura e nel suo lavoro, riconosciuto, come se si trovasse in un luogo amico - non gli reca liberazione, ma se non altro sollievo, così come il fatto di abitare la propria tristezza, oggettivata:
Abito la mia tristezza, e ciò mi rende felice.
Ecco la chiave: stare in un posto, rimanere fermi. Il movimento è dolore: il movimento è vita, e la perdita rinnega la vita. I morti abitano la terra, i morti non soffrono.
E chi invece è costretto a muoversi? Chi deve confrontarsi con il mondo concreto di clienti, lavori malpagati, amici con vite serene o stabili? Chi non può abitare una forma di scrittura autentica? Chi non è Roland Barthes?
Nuovamente, il metodo dell'autore valido solo per l'autore stesso. La descrizione è universale, ma il metodo no. Perché la comprensione del suo dolore è dicibile (come dice nella nota del 1 agosto 1978): perché è pubblicamente comprensibile (vedi anche le note del 17 e 18 gennaio 1979, e quella del 21 novembre 1977 dove afferma che "la Depressione arriverà quando, dal fondo della tristezza, non mi potrò neanche aggrappare alla scrittura", e altre...).
Insomma, Roland può urlare la sua sofferenza come desidera, anche se non lo desidera: la possibilità in qualche modo crea un varco: non una via d'uscita, intendiamoci. Non c'è motivo di credere che Barthes non soffra, o soffra meno di me o chiunque altro: il suo dolore è autentico, duraturo, profondissimo e terribile, e per lui bisogna provare il massimo rispetto.
Ma - a quanto pare - ha un varco. Un minimo di varco. Una forma di agio nell'abisso.
E di nuovo sul tempo: sul tempo che guarisce le ferite: si pensa che ci siano delle fasi, che i giorni passino cambiando le emozioni. Barthes?
Ma per me il lutto è immobile, non sottomesso a un processo
Infine. Queste sono soltanto parole. E le parole non cambiano i fatti. C'è sempre un limite dove le parole si fermano, e chi crede nella parole - come me, come Barthes - si ferma con esse. E lì, in quello spazio - come chiunque altro, in questo - è semplicemente solo. (30/05/10) |