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L'arte cristiana ci ha regalato numerose immagini dell'inferno, e pochissime del purgatorio. Questo dipende sia dalla storia di tale regno metafisico (più recente, più sottile e complessa), sia dal suo fascino assai minore, non legato ad alcuna eternità.
Io credo che Milano una buona immagine del purgatorio. Perché?
Perché in Milano non è contenuto alcun destino. La sua fisionomia, la sua intransigenza, la sua sospensione fra ciò che era e ciò che fumosamente sarà, la rendono — almeno negli anni in cui l'ho vissuta — una città purgatoriale. Se ne parla molto, fra di noi. Si dice: ci arrivi, succhi quello che può darti, sconti i tuoi peccati. E poi te ne vai. Paradiso o inferno non fa differenza: ma questi due luoghi definitivi (destinali) qui non esistono.
Milano non ha una dimensione di felicità così come non ha una dimensione di dolore autenticamente feroce. Non è Barcellona e non è Bucarest — se queste generalizzazioni hanno un senso. Ma assumiamo che l'abbiano. Quanto allora otteniamo, e che dobbiamo ricordare, è l'immagine di Milano come purgatorio: un punto di transito, di pena, di speranza, e di fuga.
Milano non rivela nulla — è del tutto priva di epifanie. Non è ermeneutica — le sue forme parlano poco e soprattutto parlano una lingua franca, smilza e di pochi aggettivi, simile all'inglese internazionale. Milano parla una lingua dove i concetti sono ridotti al minimo indispensabile. Voglio questo. Voglio quello. Abito lì. Non può esserci rivelazione in un luogo simile, né destino. Solo transito.
[questo dovrebbe essere l'inizio di un saggio su Milano che probabilmente non scriverò mai; vedi anche Sette peccati capitali e una virtù]
[nella foto, una vista di piazza Durante dalla portafinestra di camera mia]
(09/06/10) |
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E così, alla fine, è passato un anno esatto. Potrei nascondere subito la distanza con la banalità, renderla scontata e quindi esorcizzarla: mi ricordo quel giorno come se fosse ieri. In realtà non è vero. E poi quel giorno non è successo nulla quasi di preciso o localizzabile. Niente è successo per molto tempo: solo parole. Eppure un anno fa è stato gettato un seme - poi radici e foglie, come ogni tanto, molto di rado, accade. Il miracolo - che non riesco mai a dare scontato - di una cosa che funziona. Di una luce che si accende. Non è né più né meno di questo.
Ma c'è un veto su questa cosa, e immagino lo sappiamo entrambi. "Ciò di cui non si può parlare", eccetera. Il limite imposto sulla bellezza più alta, e insieme al dolore più atroce: i confini di ciò che le parole non possono toccare. E' solo una questione di onestà, in fondo. La stessa che uno scrittore (che ricorda tutto, ma che prima di tutto è un uomo) deve per forza avere.
Quindi, cosa sto facendo? Niente di che. Credo tu non ricorderai nemmeno questo giorno. Gli anniversari sono per chi soffre, non per chi si ricostruisce una vita. Dunque il mio è solo un gesto molto semplice e un po' patetico: onoro una ricorrenza.
Okay.
Immagino finisca sempre così, e forse tu la metteresti proprio in questo modo: consolati, perché finisce sempre così. Ci restano solo anniversari da onorare e qualche ricordo felice, e si deve resistere così - così, benché l'estensione delle ferite si ramifica sempre di più sul corpo. Le date sono date, i fatti rimangono fatti, basta essere coscienti che non c'è scampo e il tempo sbiancherà tutto. Altro destino, per i legami, non esiste.
Può darsi. Io non ci credo, ed è questo che mi strazia ancora di più - immaginare un altro legame, forte quanto il nostro, ma che duri davvero.
Ma adesso mi limito a celebrare questi trecentosessantacinque giorni con birra, whisky e sigarette. Al caso lascio solo l'indecisione sulla colonna sonora:
questa o quest'altra, che è più recente, non trascina ricordi, ma dice cose giuste.
Per il resto - ma non c'è davvero un resto - siamo come gli angeli di Benjamin. O forse dovrei usare il singolare: le rovine si alzano davanti a me, e il paradiso rimane sempre alle mie spalle: ma senza certezza alcuna, senza alcuna conferma che sia un vento divino a strapparmi da terra. Per quel che ne so potrebbe essere una forma ancora più diabolica di destino, o di regresso. Con il tempo ho capito che veramente in alcuni casi non ci sono risposte, perché veramente non ci sono domande. Questo - e altra sfiducia verso le persone - è l'unico insegnamento che ho tratto da tutta la storia. Poca roba, e per nulla consolante: ma in fondo l'amore non insegna nulla, giusto? Come il dolore: non è vero, dice un mio amico, che il dolore ti insegna qualcosa. Il dolore ti fa soffrire e basta. Se sei fortunato: altrimenti ti annienta.
Le dita cadono sempre più piano sui tasti. Ciò che mi è stato donato è equivalente solo a ciò che mi è stato tolto. Era tutto troppo grande e troppo bello, e quindi impossibile. Stanotte mi sembra quasi che ci sia una logica crudele in questo, una sorta di equilibrio tutto mio nella caduta. Domattina, quando mi sveglierò nella luce, sembrerà solo tremendo e ingiusto - come di fatto è. Ma non ci si può fare nulla, a quanto sembra - e a quanto sembra non importa a nessuno, perché tutti lo danno per scontato. Tutti danno per scontato che una luce si accenda, che una luce si spenga. Immagino abbiano ragione, e forse per questo i loro lacci non si rompono: ma io persevero nel torto: non c'è niente di scontato in tutto questo. Niente. C'è sempre e solo meraviglia, e il suo converso - la perdita della meraviglia. Si dice che non conosci ciò che possiedi finché non l'hai perso. Lo ripeto: per me non è stato così. Non è così. Perché non ho dato per scontato un solo istante di noi, ed è per questo che il mio canto è pieno di ma: di avversative, di nemici.
"E insomma".
Superare, si supera quasi tutto. Dimenticare, invece, è una parola disumana: è una parola troppo grande per essere contenuta in questo spazio, in questa stanza, in questa vita - mentre fuori il vento di giugno scuote i ragazzi in bicicletta e la sagra di paese, addormenta l'hinterland nella vastità della pianura, la notte di festa brucia come un ramo, e da qualche parte, da qualche parte, qualcuno come me scrive queste righe.
(05/06/10) |
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Non l'avrei mai detto, ma sto diventando uno cui piace correre.
Sono ancora agli inizi e non reggo più di mezz'ora per volta, ma quella che per me era sempre stata un'attività noiosa - la forma peggiore di esercizio fisico possibile - ora in qualche modo risponde alle esigenze del mio corpo. E' come se i muscoli stessi, passati i ventinove anni, si adattino a questo movimento semplice e naturale, rigoroso, inflessibile - un passo che si stacca da terra, poi l'altro - e intorno il paesaggio di casa dei miei dove mi sono rintanato a lavorare e scrivere, il paese tanto odiato, i nuovi palazzi che prendono il posto dei campi di grano dove andavo a camminare da piccolo, le strade asfaltate e le crepe dei marciapiedi, le mamme con il passeggino, la sera che cade sull'hinterland, e io corro.
Forse è l'assenza di direzione che c'è nella corsa ad attrarmi. Spostarmi senza alcun destino, dopo aver cercato troppi destini, e faticare senza altra necessità se non quella di faticare ancora di più, macinare ancora un metro, crollare nel giardino con la milza che pulsa, lontano da chiunque e da qualsiasi cosa, solo con la mia stanchezza.
O forse non c'è nessun motivo intellettuale. Forse ho solo bisogno di correre. (03/06/10) |
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