Quale futuro per la nostra identità?

Un io in frantumi
David Hume, trecento anni fa, proponeva di ridurre l'io a un fascio di sensazioni. Non c'è un'unità di fondo, l'anima è un concetto superfluo, tutto ciò che resta è quanto percepito. Un'immagine che sembra particolarmente azzeccata per descrivere la giornata di un giornalista, di uno studente e anche di un impiegato dei nostri giorni: praticamente di chiunque.
Mentre scrivo quest'articolo, faccio refresh sulla pagina di Facebook e sul mio account di posta elettronica ogni due minuti. Mi fermo, mi rendo conto di essere al limite della dipendenza, o forse di averlo già superato. Ma chi non lo fa?
In un articolo uscito su "il manifesto" il 18 giugno scorso, Marco Mancassola analizza con cura diversi aspetti della questione. In particolare si sofferma sulla CPA — la Continuous Partial Attention di cui parla Linda Stone, ex manager di Apple. Sappiamo tutti di cosa si tratta: saltare da una finestra all'altra, da un flash informativo all'altro, senza posa e senza mai approfondire realmente quanto leggiamo. Qualunque multitasker avrà provato la sottile ebbrezza di vedere un messaggio di posta in arrivo mentre fa alt+tab alla velocità della luce, passando dal sito di un quotidiano a un video di Youtube.
Insomma: la concentrazione dedicata non solo alla lettura ma anche alla scrittura e in genere a qualunque tipo di fruizione del reale è pericolosamente in calo, in un mondo in cui essere si avvicina sempre di più a essere connessi — e, di più, a essere frantumati. Ma qual è lo sfondo di tutto questo? Dove siamo finiti?

Persi nell'infosfera
Il filosofo Luciano Floridi — professore a Oxford e massimo esperto di filosofia dell'informazione — ha coniato un termine perfetto per indicare dove siamo finiti: infosfera. La realtà, a suo avviso, sarebbe definibile innanzitutto in termini di dati ancora prima che di enti, o forme di vita, o qualunque altro concetto. L'infosfera include la biosfera e il mondo materiale: il bit diventa l'atomo del terzo millennio.
Il processo è stato rapido e non indolore per le generazioni a cavallo di questa rivoluzione che è insieme tecnologica e filosofica. Floridi è pacatamente ottimista, pur sottolineando i rischi del caso: con il tempo l'uomo si troverà sempre più a suo agio nell'infosfera, e sarà in grado di manipolare nel modo migliore la quantità esorbitante di dati cui è sottoposto. Ma al momento l'ottimismo non sembra molto giustificato. E questo non solo per quanto riguarda la rete, ma anche per il modo in cui la rete sta contaminando — in tutte le sue forme — la realtà materiale.

Un'ontologia del frammento
Sì perché la frammentazione dell'infosfera non è soltanto una questione materiale o psicologica, sebbene questi siano risvolti molto importanti. È anche una questione filosofica: l'ontologia della rete è un'ontologia profondamente frammentaria, e il suo precipitato è la nostra vita di ogni giorno, la cara vecchia realtà cui eravamo abituati.
La società dell'infosfera è fondata sull'idea che vi sia qualcosa da ricevere — che senza una sollecitazione esterna di qualunque tipo, dall'e-mail alla friend request di Facebook ai feed dei nostri blog preferiti, non vi sia attività e dunque non vi sia realtà. L'attesa di un messaggio in arrivo è molto di più che uno stato mentale. È come se la nostra struttura cognitiva, il nostro io, stesse andando alla deriva in un mondo che la rispecchia in pieno: sono punto di continuo da minuscoli spilli, e va bene così.
In questo panorama, credo che la ricetta della disconnessione forzata sia quasi un'utopia. Certo, ci si può mettere a dieta dalla rete o persino isolarsi in un luogo dove il caos informazionale non ci raggiunga. Ma non è questo il punto. Il punto è che il mondo batterà i pugni contro la porta sempre di più, fino a impedire anche autentiche forme di solitudine o raccoglimento. Uno degli scenari possibili della rete futura, secondo Floridi, è quello di un "web 6.0" dove il confine tra online e offline, tra carbonio e silicio, è stato definitivamente eroso. Fantascienza? Non è detto. E non è nemmeno detto che questo futuro sia così remoto.

Il canto delle sirene
Ma per quanto riguarda il presente, l'incapacità di approfondire e gestire le informazioni rimane la cifra di questa società. Siamo immersi in un mondo che ha cambiato volto molto più rapidamente di quanto possa comprendere tale cambiamento. E il problema ulteriore è che per comprendere ci vuole tempo e fatica, e un uso corretto dell'informazione: mentre la rivoluzione sembra scardinare anche questi assi.
Gli elementi del reale sono molto più attivi che in passato. Non ci aggiriamo più in un cosmo fatto di oggetti muti cui dare un senso: il pop-up è una forma dell'essere, e tutto richiede attenzione, tutto canta come una sirena che brama il nostro tempo. Persino lo schermo non è un ricettacolo o uno spazio neutro. Le sirene sono ovunque. E i rischi della loro musica sono molti. Ne cito soltanto due. Il primo è quello di perdere un'autentica capacità dialogica e di argomentazione. Quanto tempo sono disposto a concedere allo sviluppo di un confronto serio? Non è molto più semplice limitarsi a twitterare uno slogan e leggere di sfuggita i commenti?
Questo non significa che online non vi siano contenuti di qualità: tutt'altro. Semplicemente, condividono lo spazio con una miriade di informazioni estranee — mentre quando leggo un libro, leggo un libro. Punto. Non è una questione di profumo della carta o di validità del supporto, quanto proprio del silenzio semantico che crea un oggetto come il libro: non ci sono disturbanti. Nessun pop-up.
A questo si lega l'altro timore: saremo ancora in grado di comprendere certe forme di bellezza? Un'umanità abituata a frammentare sempre di più la propria attenzione — e di converso, la propria idea di realtà — sarà ancora capace di dedicare tempo e fatica a Proust, agli ultimi lavori di Coltrane, ai dettagli di Kandinskij? O ridurrà tutto alla pagina della madeleine, al tema di A Love Supreme e a un'accozzaglia di colori?
Imparare a gestire l'infosfera significa anche questo: non perdere la nostra estetica. E uso il termine nel senso più ampio: non perdere la nostra capacità di percepire attivamente, di usare i sensi, di rapportarci con il mondo — di qualunque mondo si tratti.

Io penso
All'inizio di questo pezzo ho citato Hume. Bene, Kant tracciò una via per evitare la frantumazione dell'intelletto propugnata dal filosofo scozzese: non è vero che l'io è solo un fascio di sensazioni, non è vero che non c'è un'autorità centrale in grado di sintetizzare ed elaborare compiutamente i dati. L'io penso è la risposta energica a questa visione. Nonostante l'enorme quantità di sollecitazioni cui siamo sottoposti, siamo primariamente noi. C'è una funzione logica che ripete io, io, ioio penso. Ed è a questa identità che dobbiamo riferirci per ritrovare la via. Perché al di là dei tecnicismi, credo che Kant avesse in mente anche un ideale etico. L'unità del suo io era profondamente morale: un'anima spezzettata e plurale è incapace di riconoscersi e di distinguere cos'è giusto fare: ma anche cos'è bello, cos'è importante, cos'è umano.
Mentre finisco di scrivere, le sirene cantano di continuo. Posso sentirle. Per alcuni è impossibile tapparsi le orecchie. Per altri, è ancora necessario fare uno sforzo: se non altro per imparare a difendersi.


[pubblicato su Ilprimoamore.com]

[grazie mille a Marco Mancassola per lo spunto del suo bell'articolo]

[vedi anche la mia intervista a Luciano Floridi]

(24/06/10)

 
Resistenza

Una notte di sei primavere fa, a Montpellier, io e il mio amico Simon stavamo tornando al campus da una festa in centro. Camminando mangiavamo un kebab e giocavamo a imitare l'accento di un ragazzo di colore che aveva ordinato il suo panino prima di noi: pronunciava avec beaucoup de mayo tutto contratto, con gli accenti sbagliati - una cosa tipo avec bòcu'd'màyo.
Arrivati in Grand Rue Jean Moulin, trovammo una donna seduta nell'ingresso di una banca, la schiena appoggiata al vetro. Era molto magra sembrava sulla quarantina, ma l'età era dissolta nella stentezza del corpo. Gli occhi erano semichiusi e respirava a fatica, tremando a scatti. Ci avvicinammo.
"Ha bisogno d'aiuto?", chiese Simon.
Lei non rispose.
"Ha bisogno d'aiuto?", ripetei.
"Sono qui da un giorno", disse lei.
Io e Simon ci guardammo, i kebab in mano. Le braccia della donna erano scheletriche e coperte di buchi rinsecchiti, come una distesa di nei. La prendemmo sotto le ascelle, uno per lato, e cercammo di alzarla in piedi. Lei scuoteva la testa, biascicava qualcosa.
"Adesso la aiutiamo, signora", dissi io.
"No."
"Chiamiamo un'ambulanza, non si preoccupi."
A quella parola lei spalancò gli occhi come poté e cominciò a gridare: "Non voglio ambulanza! Voglio dei soldi! Datemi dei soldi! Voglio stare bene, stare bene!"
"Signora..."
"Lasciatemi stare! Lasciatemi stare! Figli di puttana, vi ammazzo, lasciatemi stare! Voglio la mia roba, non voglio ambulanze, bastardi del cazzo!"
"Si calmi, vogliamo solo aiutarla."
"No! Andate affanculo! Affanculo!"
Non sapevo cosa fare. Simon invece tolse il braccio da sotto l'ascella, la rimise dolcemente al suo posto e disse: "Okay. Au revoir." Dopo qualche istante di incertezza, lo seguii. Girato l'angolo chiamammo l'ambulanza con il mio cellulare: dopo qualche minuto arrivò, trovò la donna e noi ci allontanammo. Potevamo ancora sentire le sue guida.

Sembra evidente che non c'è alcuna morale in questa storia. E' tutta chimica: la dipendenza da eroina, come qualunque forma di dipendenza allo stadio avanzato, porta il tossico a cercare solo quello - l'unico desiderio, l'unica forma di sostentamento, l'unica gioia. Non c'è niente di psicologico, in questa dinamica. Niente di simbolico.

Eppure, a distanza di sei primavere, quello che mi colpisce nel ricordare quella donna è la sua resistenza alla salvezza. Era lì da un giorno, nessuno l'aveva aiutata, forse non aveva più amici né soldi, forse sarebbe morta - ma non le importava.
Puntava i piedi e gridava, resistendo ad ogni aiuto, perché c'era qualcosa di molto più importante della sua salvezza: la sua bieca, distruttiva, momentanea felicità: la stessa cosa che l'avrebbe trascinata nell'abisso, per sempre.

(23/06/10)

 
Chet

Sto leggendo la biografia di Chet Baker. Non mi è mai piaciuto Chet Baker - non mi è mai piaciuto come musicista, né mi sta piacendo ora come persona, leggendone la biografia.

Ciò detto, oggi su Facebook il mio status recitava: "[Giorgio Fontana] cerca di scrivere un paragrafo in stile chet baker". La forma degli status di Facebook è interessante. E' quanto di meglio per essere fraintesi o fare facili dichiarazioni-bomba con il solo scopo di attirare commenti, sentirsi meno soli, o condividere sensazioni a caldo. Niente di necessariamente male, in questo - figuriamoci. Soltanto, è bene ricordare che il lavoro di uno scrittore, e il mestiere di scrivere in generale qualunque cosa, si fonda sulla riflessione e sulla disconnessione. Sulla lentezza. (Vedi anche quanto dice Marco Mancassola qui).

Comunque, sto divagando: oggi annunciavo (la forma dello status è tipicamente quella del nuntium, gettato a chissà chi) che stavo scrivendo un paragrafo in stile Chet Baker: un trombettista che non amo e che la cui linearità mi sembra spesso sopravvalutata. Cosa intendevo dire?
Questo: Baker è noto per il suo fraseggio lento, cool, impeccabile e dolce - ma non privo di una sorta di nervosismo latente. Nei momenti migliori, fa con una dozzina di note quello che altri (Miles Davis compreso) farebbero con molte di più. Ed è esattamente il Baker di quei momenti migliori che fungeva da paragone con quel dato paragrafo. Non voglio dire che stia imitando consapevolmente la sua forma di fraseggio. In qualche modo, quel paragone era a metà fra un'immagine per descrivere l'andamento del periodo e l'idea di una musicalità precisa.

Più cerco di penetrare il mio stile, più mi rendo conto che diverse mie frasi siano influenzate da un certo tipo di musica. Credo che questo sia evidente soprattutto in Novalis - ma qui si trattava di un respiro ancora diverso.
Trattando una scena estremamente statica ed emotiva, si trattava di evocare una serie di istanti di alta intensità e dallo sviluppo orizzontale, destrutturato. Il centro semantico non era più - non era solo - ciò che accadeva, ma la frase stessa in quanto unità di senso e immagine. Le singole parole come singole note. Staccate, irripetibili, dolenti. Un po' come buttare un sasso nello stagno e guardare le onde separarsi - ogni onda diversa dall'altra, eppure tutte generate dal medesimo impatto.
Di più: nella scena sono presenti una donna che ama Chet Baker, un uomo che non lo ama ma suona la tromba, e un notturno. Elementi di per sé estremamente banali, e che dunque devono essere ravvivati in qualche modo. Non essendoci particolare vitalità di plot, è indispensabile agire in altra maniera: lavorare sulle frasi e non sulla struttura accordale. Affilare il timbro. La voce.

Questo vuol dire che in quanto ho scritto oggi la storia non conti? Nient'affatto. Si trattava solo di un paragrafo. Era qualcosa di diverso e funzionale all'intreccio - ma che necessitava di armi diverse. Nella complessa battaglia del raccontare qualcosa, certe volte è indispensabile concentrarsi maggiormente sul colore invece che sul resto. E' anche così che si narra.
Almeno, così faccio io.

Per farla breve: Geoff Dyer, nel suo straordinario Natura morta con custodia di jazz, dice che Chet Baker suonava ogni nota come se le dicesse addio. E' più o meno quanto ho cercato di fare oggi con le parole.

Tutto qui.

(21/06/10)

 
La legge bavaglio, il problema semantico e l'autocritica

Valutare l'impatto della legge sulle intercettazioni anche nella stampa estera è interessante per più di un motivo. Sul "Foglio" di Ferrara, il 10 giugno, è stata pubblicata una rassegna di commenti tratti per lo più dai giornali anglosassoni, poi ripresa anche da Il Post. In generale l'impressione è di un distacco netto dalle posizioni della maggioranza. I commenti sono tutti critici, con buone ragioni, e a volte molto taglienti.
Sul "Guardian" del 30 maggio, ad esempio, Peter Preston scrive: "È un crudele insulto a tutto ciò che può esser chiamato libertà di stampa in una democrazia che funziona solo a metà. Forse, una squallida dittatura da Terzo Mondo chiamata Berlusconia: ma questa è l’Europa, la nostra Europa."

Molto più interessante però è la posizione dell'Economist: senz'altro il ddl è molto lesivo in termini di informazione e di lotta contro la criminalità organizzata, ma è anche vero che l'uso delle intercettazioni nella stampa italiana è molto diverso da quanto accade in altri paesi.
Nel dettaglio, l'Economist fa notare che "L'informazione è trasmessa in maniera selettiva ai reporter, prima che cominci il processo, creando spesso una presunzione di colpa che è difficile da ribaltare, sia in tribunale che nell'opinione pubblica."
Possiamo partire da qui per cercare di sviluppare qualche riflessione diversa, e magari un abbozzo di autocritica.

Il problema posto dal ddl è estremamente complesso e copre una serie di campi sovrapposti in un'unica formula — "legge bavaglio" — che rischia di imporsi più come slogan da usare a favore o contro, invece che produrre una riflessione attenta a tutti gli aspetti della questione.
Il tema più grave del disegno, infatti, è costituito dai veri e propri impedimenti alla lotta contro la mafia, la criminalità organizzata e i reati in genere. Questo mi sembra prioritario rispetto all'impossibilità di pubblicare le intercettazioni (che pure è un elemento gravissimo). Più che di "legge bavaglio", dunque, si dovrebbe parlare di "legge pro-mafia", di "legge killer della indagini". È anche l'argomento base dell'Economist, che ne sottolinea l'importanza rispetto al "diritto di Berlusconi a mantenere privata la propria vita sessuale".

Ora, senz'altro c'è un po' di alterigia british in questo commento — per cui l'Italia sarebbe il solito popolo di ficcanaso che si indigna per cinque minuti leggendo del lettone di Putin e dopo si fa fregare nei fatti. Ma siamo onesti: c'è davvero una parte del nostro modo di percepire la realtà che ormai è fondata più sulla chiacchiera e la retorica — o sul sensazionalismo e l'attacco — che sulla ricerca di fatti. Può essere figlia della demagogia televisiva degli ultimi vent'anni. Può essere inconsapevole o meno. Ma è un dettaglio che dobbiamo tenere presente.

In sostanza, credo che il problema dell'informazione italiana sia da considerare ad ampio raggio, con un ripensamento molto più generale e che tenga conto della lingua nel suo complesso — del suo uso pubblico. C'è una sorta di cortocircuito semantico nel modo in cui in Italia, da anni, si tratta la parola.
Da un lato abbiamo il populismo berlusconiano, che si nutre di retorica e sposta continuamente l'attenzione elevando la menzogna — o il disinteresse per la verità — a regola. Dall'altro, il tentativo di fare informazione sana da parte di molti giornalisti rischia di adeguarsi come una seconda faccia a tale populismo, creando una sorta di controretorica ad hoc.

Può essere amaro da accettare, ma la lingua italiana sta assumendo davvero connotati berlusconiani in molte sue forme, e l'assenza di un'autocritica riguardante l'uso pubblico o esagerato delle intercettazioni ne è una parte. È come se la distinzione fra vero e falso abbia perso valore, sempre di più, contaminando anche un tipo di discorso sincero nelle intenzioni ma che rischia di decadere a controretorica nei fatti.
Attenzione, non sto elaborando posizioni mediane o revisioniste. Né sto accusando i giornalisti che fanno il loro mestiere con onestà e precisione. Il ddl è un atto vergognoso verso la giustizia e la libertà di stampa, e va fermato ad ogni costo. Su questo non si discute. Quello su cui bisognerebbe discutere, invece, è se i nostri anticorpi alla retorica siano ancora in grado di reggere davvero. Se le ragioni che mettiamo in campo siano autentiche ragioni e non, a modo loro, mere forme di reazione o indignazione.

Ci eravamo già passati con il ddl Mastella tre anni fa, ricordate? Quella volta si era a colori invertiti, con un disegno di legge per certi versi ancora più severo di quello proposto ora. Può non sembrare tempo di autocritica, con le urgenze pressanti che la maggioranza ci impone: ma un'autocritica seria, prima o poi, sarà necessaria. Per combattere meglio il problema multiforme che ci si pone davanti: un modello di pensiero e di parola che è penetrato davvero a fondo nell'antropologia italiana, e che richiede nuovi mezzi per uscirne.

(16/06/10)

 
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