Libri & genia

Lunedì 24 alle 19, presso il Bistrò del tempo ritrovato parteciperò all'evento "Libri e genia". L'idea, per citare le parole di una delle ideatrici - Deborah Messina - è la seguente: "gli autori sono invitati a costruire un albero genealogico molto particolare, un albero fatto di libri. Ogni autore, scrittore o giornalista aderente all'iniziativa racconta quali libri costituiscono il proprio 'albero genealogico', quali letture cioè hanno, nel corso del tempo, formato l'uomo o la donna che sono oggi".

Isolare la mia serie di "libri cruciali" non è stato affatto semplice. Alla fine sono giunto a un elenco comunque provvisorio (salvo alcuni testi irremovibili), e l'ho disposto in ordine cronologico - dal libro che accese la scintilla fino all'ultimo grande innamoramento letterario. Parlerò dunque di:

Kerouac, Sulla strada
Rimbaud, Illuminazioni
Kafka, Il processo
Dostoevskij, L'idiota
Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore
Wittgenstein, Ricerche filosofiche
Mancassola, Qualcuno ha mentito
DeLillo, Underworld
Joseph Roth, Fuga senza fine
Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione
Buzzati, Un amore

Inutile ribadire che potrei aggiungere molti altri rami a questo albero libresco; ma mi sembra un buon punto di partenza.

(22/02/14)

 
Noi, supereroi

giorgio fontana noi, supereroi

[questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2014 di "IL Magazine". A posteriori vorrei aggiungere, nel brevissimo elenco iniziale di testi, anche "Aspettando i supereroi" di Flavio Santi; purtroppo quando ho scritto l'articolo non l'avevo ancora visto]

I supereroi sono ovunque. Se già da tempo le loro storie non erano più solo roba per ragazzini, negli ultimi dieci anni si sono diffuse davvero a ogni livello. Il merito è soprattutto di un'infornata di film ispirati ai mondi Marvel e DC (da Spiderman agli Avengers, da Batman a Man of Steel) che ha contribuito a mettere maschere e superpoteri al centro dell'immaginario pop.

Una simile iniezione narrativa non poteva che generare una saggistica affine. Vedi testi recenti quali La fisica dei supereroi di James Kakalios (Einaudi, 2010) o il vasto Supergods di Grant Morrison (Bao Publishing, 2013). Di particolare interesse però è una raccolta di saggi a cura di Robin S. Rosenberg, Our Superheroes, Ourselves (Oxford University Press, 2013). Il volume apre un nuovo fronte nell'analisi: considerare i supereroi come soggetti emozionali, da un punto di vista psicologico, e testando il modo in cui rispecchiano o influenzano le nostre vite. Iron Man come modello per comprendersi meglio: ha senso?

[continua a leggere sul sito del Sole 24 ore]

(21/02/14)

 
Memo: mercoledì 19 febbraio

presentazione il commesso fontana missiroli

(17/02/14)

 
La copia in gesso d'un uomo vivente

Ritornello diffuso: la filosofia "non serve a nulla", e dunque non importa granché se viene insegnata: non ha un fine preciso, immediatamente riconducibile a uno schema pragmatico, e dunque genera incomprensione o persino rabbia. Da tale punto di vista imparare un mestiere, una lingua, o un linguaggio di programmazione è senz'altro più "utile": invece di perdere tempo sui cavilli del pensiero, e vista la drammatica situazione del mondo del lavoro oggi, sarebbe meglio — così prosegue l'argomento — concentrarci su "cose concrete". Con i tempi che corrono, stiamo qui a farci le seghe su Platone? Ma va'! Diamo ai ragazzi più strumenti per campare!

Questo cinismo (per lo più involontario) ha radici profonde, ed è veramente duro a morire: il ritornello della filosofia come sapere inutile o masturbazione fine a sé stessa l'ho sentito migliaia di volte nella mia vita. Come nel caso più generico del lavoro intellettuale, anche la filosofia si porta dietro innanzitutto un immaginario fatto di chiacchiere inutili — quasi un veleno che distoglie dai problemi "davvero importanti": la realtà di tutti i giorni, il lavoro innanzitutto.

Non è semplicissimo chiarire le origini di questo fraintendimento; comunque, liquidarlo altezzosamente non fa che peggiorare il problema. Di certo la filosofia ha un carattere di astrazione che la rende sospetta — e quanto mai sospetta nel sistema relazionale, e non solo economico, del capitalismo avanzato — e di certo è stata ed è insegnata con quel misto di riverenza sacrale da un lato e semplificazione storicistica dall'altro che accomuna gran parte delle materie "umanistiche" in Italia. Proprio come accade per la letteratura, la filosofia è percepita come qualcosa di altissimo — perdìo, fa parte della cultura! — ma che di fondo non ha scopi, se non forse alimentare un certo prestigio sociale. (Io so chi è Schelling e tu no: il fiore all'occhiello del privilegio di classe). E così rimane carta morta, priva di qualsiasi bellezza e capacità di incidere sulla propria vita; il più triste dei destini.

(Anche per questo Claudio Giunta, fra gli altri, ha proposto di abolire la sua trasmissione in forma di storia nei licei, per concentrarsi su un insegnamento per temi e problemi. Ma anche nelle università ci sarebbe molto lavoro da fare — già Adorno diceva che "si lascia vivacchiare la filosofia in un ambito accademico sempre più stretto, dove si tende sempre più a sostituirla con la tautologia organizzata". In entrambi i casi, come purtroppo spesso accade, sono singoli eccellenti insegnanti a fare la differenza in un sistema stanco, demotivato, e senza soldi).

Più in generale, credo sia importante rimettere al centro del dibattito (anche e soprattutto del dibattito quotidiano, da strada) un'idea meno banale di questa disciplina. Ovvero: raccontare la filosofia come critica radicale del pensiero sul pensiero; come indagine razionale, non dogmatica, sempre instabile. Come metodo di liberazione, soprattutto: l'esercizio della logica e della buona argomentazione sono strumenti inestimabili per disfare le illusioni del potere e dell'autorità. Se c'è qualcosa che dovremmo assolutamente salvare della tradizione dell'Illuminismo (e ancora più indietro, della tradizione greca) è proprio questa attitudine critica.

Come andrebbe dunque imparata o raccontata la filosofia? Credo seguendo innanzitutto il celebre suggerimento di Kant:

Chi abbia imparato un sistema di filosofia, ad esempio il wolffiano, anche se si sarà ficcati in testa tutti i princìpi, le definizioni e le dimostrazioni, nonché l’intera ripartizione della dottrina, e sarà in possesso di queste cose a menadito, non avrà tuttavia acquistato che una completa conoscenza storica della filosofia di Wolff: non saprà e non giudicherà nulla di più di quanto gli è stato dato. Se gli contesterete una definizione, non saprà come sostituirla. Egli ha certamente appreso e ritenuto, ha imparato: è la copia in gesso d’un uomo vivente. Le conoscenze razionali, che siano oggettivamente tali (che possono cioè avere la loro origine solo nella ragione propria dell’uomo) meritano questo nome anche soggettivamente solo se sono attinte alle sorgenti universali della ragione, cioè da princìpi dai quali può originarsi anche la critica, o addirittura il ripudio, di ciò che si è imparato.

Evitare di diventare "la copia in gesso di un uomo vivente" è quanto mai importante, quanto mai utile — nel senso profondo di un'utilità pubblica e non puramente privata: solo chi pensa che l'esistenza si riduca a un produci-consuma-crepa non può comprenderne l'urgenza.

Un'urgenza che fra l'altro non implica alcuna svalutazione di altre materie, o di altre necessità. È ovvio che i "problemi quotidiani" — trovarsi un lavoro, ad esempio — sono importantissimi: ma non sono mai stati i soli. Al di là di quello che dissero Democrito o Wittgenstein, la filosofia dovrebbe innanzitutto aiutare a comprendere razionalmente il reale, e ancor più sottolineare la necessità di tale atteggiamento. È un pungolo che costringe a non rimandare più la questione del bene e del male (per dirla con Nicola Chiaromonte), e di ciò che vogliamo essere al di là di ciò che facciamo per campare. Perché le risposte che si trovano per questa via, per quanto mobili o provvisorie, non dipendono più dal principio di autorità: non sono imposte da un padrone, un dio, un genitore o un capo di partito. Le abbiamo accettate liberamente, e di esse siamo responsabili: di fronte a tutti i modi con cui le persone possono diventare oggetti o mezzi, l'esercizio e lo studio del pensiero critico grida il suo No! di fronte alla logica del dominio: aiuta a rimanere soggetti.

(16/02/14)

 
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