Passare dall'intellettuale al pensiero

A me gli intellettuali stanno sullo stomaco.

E ora che l'ho detto, vediamo di capire perché. Come faceva notare Daniele Giglioli su queste pagine il 28/7, è vero che un certo tipo di intellettuale non esiste più: quello di fine Ottocento così come quello di partito (Gramsci, Berlinguer), quello più o meno borghese (Calvino, Arbasino) o quello inclassificabile (Pasolini).

La causa di questa scomparsa è abbastanza semplice da ricostruire. Crisi dei grandi blocchi politici, edonismo e mercificazione del pensiero durante gli anni '80, e naturalmente il berlusconismo. Curzio Maltese, ne La bolla, la mette così: "Il non regime di Berlusconi è riuscito laddove hanno fallito i fascismi, nonostante i lager e i gulag: l'eliminazione totale dalla scena degli intellettuali. Non nel senso di chi svolge la professione, quelli rimangono e sono ben pasciuti. Mi riferisco piuttosto alla facoltà di esprimere una visione della società autonoma dal potere, che può essere svolta da chiunque."

Fin qui tutti d'accordo, ma il vero punto non è questo. Il punto è che ormai la stessa parola "intellettuale" contiene un equivoco di base. Per il senso comune, l'intellettuale è uno che pensa, esprime opinioni, legge, scrive eccetera: ma nello specifico? Come campa, qual è la sua giornata tipo? Impossibile dirlo, proprio perché il termine "intellettuale" non ha alcuna connotazione performativa (come invece "saggista", "regista", o "salumiere").

Quindi, non posso che essere d'accordo con la sintesi di Emanuele Trevi (sempre sul "manifesto", il 30/7): la parola in questione "è un sinonimo di «stronzo»". Aggiungerei: è sinonimo di quel "culturame" contro cui si scagliava Brunetta, e che — una volta impostata così la questione — potrebbe convincere perfino me. Dopotutto, come ho detto, gli intellettuali vecchio stile mi stanno sullo stomaco.

Soluzioni pratiche, al di là della semantica? Io credo sia necessario spostare radicalmente il peso dell'attenzione dal soggetto al contenuto. Se cominciassimo a pensare all'intellettuale come al mero creatore di una somma di buoni contenuti, tutta la fenomenologia dello "stronzo" subirebbe un duro colpo.

Il motore principale di questa rivoluzione è, naturalmente, il web. Sul web è difficile ricreare una figura del genere, e comunque tale figura è passibile di critica quotidiana e aperta a chiunque. Ovviamente, ci sono ancora molti passi da fare. La produzione e discussione intellettuale sulla rete pecca di sovraccarico informativo, di frammentazione, e di un'etica della discussione ancora imperfetta. L'invasione di parole della rete sembra infrangere la regola aurea del non multa, sed multum che ogni vero artigiano dei concetti dovrebbe tenere presente. E molto spesso i commenti dei lit-blog degenerano in litigi, valzer eterni di tu quoque, accuse ad personam e simili. Inoltre, non bisogna cadere nel culto della connessione eterna. Essere online — come sinonimo 2.0 di condividere idee, scambiare dialogo, creare reti — è fondamentale, ma senza il buon vecchio lavoro solitario (la parte dura e offline: leggere, studiare, scrivere, tutte cose che si fanno in silenzio), la produzione intellettuale diventa solo chiacchiericcio.

Ciò nonostante, in rete si trovano pezzi di grandissimo interesse, ottimi aggregatori culturali, e dati significativi. Un esempio banale: spesso leggo su Anobii recensioni di libri che sono assai migliori di quelle che si trovano sui quotidiani. Innanzitutto perché mi danno la sensazione che questi libri siano stati letti (cosa tutt'altro che scontata nel secondo caso), e perché, be', sono fatte davvero bene. Certo, c'è anche una grande marea di schifezze: ma sebbene orientarsi sia difficile, non è per questo impossibile. Anzi.

L'alibi del populismo della rete, per cui lo spazio illimitato e a disposizione di tutti ucciderebbe la specializzazione (ma di quale specializzazione si parla, nel caso dell'intellettuale?), è a volte solo un alibi: senz'altro il rischio è forte, ma non basta per salvare ruoli ormai del tutto superati.

Allora ho una domanda: perché i classici mediatori culturali sembrano incapaci di sostenere l'urto dei dilettanti? Perché, irrimediabilmente e di fianco al disgusto, permane una certa nostalgia per la figura dell'intellettuale (di cui questo dibattito è una costola visibile)?

Chissà. Forse, nonostante tutto, è difficile staccarsi dall'idea paternalista di un riferimento forte, di un "chi" che sopravanza il "cosa": basti pensare alle varie strumentalizzazioni della figura di Roberto Saviano. Qualunque sia la ragione di questa nostalgia, in ogni caso, credo sia tempo di scuotersela di dosso. Affondare con tutto il corpo in questa marea indistinta, trarne il meglio, dare voce, trovare una sintesi e farla confluire dal web alla carta e viceversa — dall'alto al basso e viceversa.

È un compito complesso ma esaltante, e che apre finalmente degli scenari nuovi e non più novecenteschi, in tutte le loro manifestazioni: il vate, l'uomo di partito, il santo laico e il produttore marchettaro di contenuti. Terminare il compito della conversione da carisma a critica, come auspica Giglioli: non più "Umberto Eco" (con tutta la sua fenomenologia di autorità, occhiali dalla montatura spessa, eccetera), ma "le parole di Umberto Eco".

In sintesi: la vera domanda non è di quali intellettuali l'Italia ha bisogno oggi, ma di quale pensiero. Indipendentemente dalle figure che lo veicolano. Indipendentemente da occhiali dalla montatura spessa, pernod su tavolini di Parigi, o qualunque altro elemento che ci distolga dal solo punto chiave: il valore di comprendere razionalmente, liberamente, e criticamente, il reale. Perché sì, la mia preoccupazione più grande è che il pensiero abbia un effetto sulla realtà, e che il mestiere dell'intellettuale (ah, ancora questa parola) sia un mestiere nel senso più robusto e antico del termine. Trasmettere la passione del ragionamento in una società che sta perdendo il valore dell'argomentazione.

Ma come ho detto, a me gli "intellettuali" stanno sullo stomaco: non voglio altissime figure di riferimento, voglio parole che tocchino il cuore delle cose.

(09/08/10)

[questo articolo è stato pubblicato su "il manifesto" del 07/08/2010]

 
King of carrot flowers

Vado via una settimana circa in un posto abbastanza remoto, a scrivere. Niente connessione: se ci sono novità urgenti o articoli da condividere, cercherò di collegarmi alla biblioteca o all'internet point più vicino (cosa non facilissima).

In ogni caso, l'obiettivo è isolarsi ancora più del solito e concentrarsi unicamente sulla pagina. Anzi, sulle pagine.

Vi lascio con un pezzo uscito per Wired sui computer quantistici e una canzone di quanto la vita era bella.

(03/08/10)

 
Scrivere per i venditori

In un articolo apparso sul numero inaugurale di Alfabeta2, Silvia Ballestra fa il punto su cosa significhi essere un autore in Italia oggi: "Una sgradevole sensazione degli ultimissimi anni, un misto di inquietudine, frustrazione, e angoscia da apnea, sta diffondendosi fra gli autori italiani. [...]. La sensazione che le buone idee, la qualità delle intuizioni, l'elaborazione teorica e la cura artigianale del lavoro non bastino più né a far emergere un testo — film, soggetto, pièce ecc. — né a garantirgli la minima possibilità di durevolezza. Qualità e durata sembrano anzi le «cose da non fare», inciampo e fastidio per la pianificazione delle uscite".

D'accordo. Fare un discorso che vada al di là delle "sensazioni", in questo caso, non è semplice. Sta di fatto che la sensazione di cui parla Ballestra sembra realmente condivisa, e fondata su una realtà concreta (almeno per quel che riguarda l'editoria narrativa). Ne ho parlato con alcuni colleghi, ne ho parlato con amici editor, ne ho parlato con giornalisti, ho ascoltato motivazioni tipiche di rifiuto di proposte: bene o male, mi pare si finisca sempre allo stesso punto: e qualcosa vorrà pur dire.

Il libro deve essere innanzitutto comunicabile. Questo è il requisito base. Ci deve essere un'idea comprimibile in un enunciato formato twitter. Ambientazione assolutamente italiana, meglio ancora se contemporanea. Personaggi realistici e, volendo, un aggancio a qualche fatto di cronaca recente. Unica dicotomia: "commerciale"/"letterario": se "commerciale", bene; se "letterario", bisogna montarci su un caso o comunque pomparlo in altra maniera. Eccetera.

In sintesi: sembra che conti di più scrivere per i venditori che per i lettori. Un romanzo è innanzitutto ciò che viene comunicato a chi deve andare in libreria a rompere le balle per alzare le prenotazioni. Altrimenti non va bene.

Attenzione, non sto facendo l'autore "di qualità" con la puzza sotto il naso. Né l'idealista che crede solo nella bontà di una storia, in un'epoca dove la promozione e la comunicazione vanno prese per ciò che sono: fondamentali. A me va bene tutto — cioè, non mi va tanto bene ma lo capisco e lo accetto: quello che non accetto è una sorta di febbre del marketing che, temo, sta contaminando l'idea stessa di narrazione. L'idea stessa di cosa deve essere una storia.

Eccezioni? Molte, e in ogni caso molti bei libri continuano a uscire. Quindi perché questa sensazione diffusa? Già, perché. Il discorso infastidisce pure me per la sua vaghezza e generalità: ma non è semplice trovare dei dati concreti al riguardo. Forse occorrerebbe un sondaggio. Non saprei, e anzi invito chiunque a dare una struttura meno rapsodica e privata a questa indagine. Quello che so è che la mia personale fiducia è molto bassa. Il sistema mi scoraggia a scrivere meglio, a promuovere idee più originali, a concentrarmi su elementi diversi. Il sistema mi scoraggia in quella che per me è la cosa fondamentale: prendersi cura di una storia degna cercando sempre di dare il nome giusto a ogni cosa.
E a questo si aggiunge un'altra sgradevole sensazione: se un romanzo americano esce dal canone (e non sto parlando di sperimentalismi assurdi) va bene, ma se lo fa un romanzo italiano no. Osare è patrocinio degli stranieri. Penso sinceramente che un libro come Non conosco il tuo nome di Joshua Ferris sarebbe stato rifiutato da un gran numero di editori italiani, se il suo autore si fosse chiamato Giosuè Ferri.

"Sensazioni". Vogliono dire qualcosa?

(02/08/10)

 
Altro estratto, meno minuscolo

Quella notte Michel sognò la croce. Era bella e robusta come nei quadri del Trecento, blocchi di legno levigati, e vuota, limpida, la croce di Cimabue e Giotto senza Cristi dolenti sopra. Michel osservava la scena come librato in aria, perpendicolare all'altezza del colle ma distante una decina di metri.
Si accorse che sulla cima del legno era sbocciato un fiore rosso carminio, e questo gli sembrò bellissimo e terribile insieme. Appena sveglio, dimenticò subito il sogno.

Anfratti di rifiuti. Grotte di rifiuti. L'opera minuziosa dei senzatetto. Carrelli abbandonati e fuochi accesi la sera, nel primo freddo, fuochi nel crepuscolo sotto la grande sopraelevata. Il treno schizzava facendo rimbombare le lamiere. All'angolo fra la Settima e la Nona, una fila di uomini aspettava il turno dalla puttana del quartiere. Seduta su uno sgabello di plastica, faceva i pompini nel vicolo a fianco. Gli uomini fumavano e nessuno parlava con nessun altro, nemmeno una battuta feroce, soltanto silenzio.
Avanti.
Su un muro vide l'annuncio di una ragazza scomparsa, Mélanie Lacroix. Ne aveva sentito parlare alla radio, una notizia di poco conto. Un vagabondo dai capelli radi passò come un lampo e strappò il foglio dal muro. Il prete fece un passo indietro. Il vagabondo aveva gli occhi sbarrati ma non sembrava pericoloso. Guardò Michel all'altezza del petto, poi di nuovo negli occhi, poi proseguì lungo la strada.
Avanti.
Le famiglie di barboni. Famiglie intere, che abitavano i palazzi in rovina come un alveare. Fuochi di rifiuti e copertoni accanto ai mercati. Frigoriferi abbandonati e ancora utilizzati per conservare carne e frutta, senza motivo. Un intero vicolo pieno di bancali dove i disoccupati giocavano a carte, una bisca all'aria aperta nel cuore dell'isolato. E il Dito di Satana, il grattacielo per metà sfitto che spaccava il cielo in due parti. Michel si coprì il volto con la vecchia sciarpa nera. Le foglie gli precipitavano sul viso, coprivano l'orizzonte, uno stormo di uccelli impazziti.
Avanti. Avanti. E avanti ancora.

(01/08/10)

 
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