| Sei tu, non Twitter |
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Poco tempo fa c'è stato un breve dibattito sulla forma scarsamente argomentativa che promuoverebbe l'uso di Twitter, a partire da un'amaca di Michele Serra (e da una successiva chiosa, a mio avviso altrettanto poco convincente). Sul tema sono intervenuti alcuni critici, fra cui Fabio Chiusi, di cui riporto questa annotazione:
Chi ha letto La velocità del buio o qualche articolo su questo blog sa quanto abbia insistito sull'idea del berlusconismo - "gli stessi italiani che da vent'anni ecc." - come crisi innanzitutto cognitiva e attacco all'idea del dialogo razionale. (Ovvio, non che il problema si limiti al nostro Paese). Calato nel mondo quotidiano del commento acido e della risposta salace, naturalmente, tutto questo diventa molto faticoso e irritante. Vedere smontato un pezzo su cui uno ha faticato ore, cercando di argomentare con cura, con una frasetta buttata lì (cui magari seguono due o tre like, o un rincaro di battutine su Twitter), è davvero spiacevole. Soprattutto perché non capisco a cosa possa servire, se non a dare un centimetro di sfogo al proprio risentimento, e creare un'ulteriore spirale di rancore. (Parentesi: io su Twitter non vado affatto in cerca di pillole e contropillole di sapienza condensate in 140 caratteri, ma di buoni link. E ne trovo un sacco. Mi sorprende che pochi abbiano sottolineato questo aspetto: i social network sono straordinari amplificatori di contenuto, prima ancora che terreno di battaglia per gli astiosi). Comunque: in generale credo abbia ragione Luca Sofri, quando dice che "i commenti prepotenti, saccenti, violenti e privi di argomenti su internet vengono da lontano, e non li ha inventati internet". Mi sembra un'ovvietà - la cattiveria non è nata con Twitter o Facebook, esiste da quando esiste l'essere umano - eppure, se è il caso di ribadirla, allora forse è diventata sempre meno un'ovvietà. In effetti, l'idea del determinismo tecnologico cui si riferisce Chiusi nel post riportato sopra è molto seducente. Nella sua forma più pura è una maniera sbrigativa per giustificarsi e togliere di mezzo ogni responsabilità: "La colpa è della piattaforma, non mia". Ovviamente, che il mezzo abbia determinate caratteristiche che spingono a forme di dialogo isteriche e male argomentate è un'idea condivisibile: così come è lecito (l'ho fatto anch'io) dubitare della "democrazia digitale" o della conversazione in questa forma come una perfetta replica della conversazione reale. Ma scaricare l'intera colpa sulla tecnologia è solo una variante del ritornello per cui è la pistola ad avere sparato e non l'essere umano che ha schiacciato il grilletto. Niente pistola, niente omicidio. Niente Twitter, niente commenti sguaiati e faciloni. Una conclusione che si confuta da sola. Banalmente, sul web siamo in tanti. Sui social network siamo in tanti. A differenza del bar dove al massimo si litigava in tre o quattro e più o meno la gente era quella, qui la possibilità del commento e dell'intervento è aperta a chiunque - ed è naturale che con l'aumento delle possibilità di trovare cose belle e buone aumentino anche le porcherie e i deficienti. Al bar magari era più facile evitarli, ma anche qui ci sono dei mezzi per farlo: naturalmente, la cosa migliore sarebbe che tutti migliorassimo il tenore delle nostre conversazioni (online e offline), inseguendo uno standard di razionalità e civiltà più alto. Soprattutto, smettendola di vedere nel sarcasmo la soluzione a qualsiasi diatriba. (Mi ha sempre fatto orrore, il sarcasmo - è la variante al neon del cinismo). Ma di nuovo: se non leggi bene il pezzo che poi distruggi con una battutina, se usi argomenti inesistenti, se insulti la gente e godi nel fomentare litigate inutili, be'. Non sono Twitter o Facebook che ti hanno spinto a farlo. Sei tu che sei uno stronzo. (27/03/2012)
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