Moral logic ain't that fuzzy, anyway, baby - parte 2

Quando avevo diciotto anni e leggevo Dostoevskij, mi esaltavo di fronte all'idea dell'"uomo contraddittorio". L'idea che una persona fosse intimamente contrastata, incapace di trovare il bandolo della matassa, e incoerente nelle sue decisioni, mi sembrava la prova più evidente della sua umanità - del suo talento, eventualmente. "E' un eroe contraddittorio, un eroe vero!": era un vangelo talmente attuale e doloroso da sembrare vero nella maniera più naturale.

In realtà, l'elogio della contraddizione è solo - appunto - fascino romantico per adolescenti. Una sorta di estasi da due soldi piegata, magari inconsciamente, alle esigenze egoistiche della realtà: io agisco in modo contraddittorio, e ne soffro, e so che tu soffri e io ne soffro ancor di più, ma non ci sono ragioni, sai - i rapporti umani sono così, di fondo.

Io credo che un atteggiamento di questo tipo, in una persona adulta, sia mostruosamente crudele. A costo di peccare di eccessivo razionalismo (o doverismo), credo che la pratica di ammettere che il proprio agire ha delle ragioni - e quindi di fornirle a chi ci sta di fronte - sia l'unico modo per salvare il mondo dal caos etico.

Certo, queste ragioni dovrebbero sempre essere ispirate al rispetto e la cura dell'altro. Ma anche quando si rende necessario deludere un individuo o farlo soffrire per motivi validi (esempio banale: il rifiuto a un colloquio di lavoro), è comunque necessario argomentare questo gesto.
L'azione dolente e nuda non dà la consolazione della riflessione: mi lascia solo con il mio dolore, senza nemmeno la possibilità di capire se e dove ho sbagliato io, come posso migliorare. E' il frutto più aspro del disinteresse verso i bisogni altrui, perché crede che la semplice sofferenza basti a educare: come il padre che ritiene un ceffone più importante di mille parole.

Sembra un requisito banale, ma nella pratica di tutti i giorni si scopre che è l'esatto opposto. Che molto di rado questa pratica viene applicata con pazienza e dedizione.

Un tempo, credevo anche che la frase di Sartre per cui "l'uomo, essendo condannato a essere libero, porta il peso del mondo tutto intero sulle spalle", fosse un paradosso. E lo è, quando implica che ogni evento che accade è "mio" e dipende sempre da me e dalle mie scelte (come se un autista ubriaco che mi uccide mentre attraverso sulle strisce fosse colpa mia).
Però, c'è un senso in cui l'idea sartriana che la libertà equivalga alla reponsabilità è autentico e fondamentale.
Io sono responsabile, salvo casi eccezionali, di tutti i miei gesti: come dicevo nel post precedente, le scuse non sono contemplate, perché, come dice Shakespeare, il "male che si fa, ci sopravvive". Ne L'Essere e il nulla, l'equivalenza fra libertà e responsabilità porta diritta al nichilismo. Per me, se correttamente intesa, è la sola base di una teoria del bene.

(22/07/10)