A che altezza sta la gravità del decreto salvaliste?

A che altezza sta la gravità del decreto salvaliste? A mio avviso, si tratta del momento più basso raggiunto da tutte le istituzioni repubblicane durante il governo Berlusconi: in questo la sua gravità è assoluta, perché è un proiettile nel cuore della sistema - e lo dico con la massima serietà. Qui non si tratta di provvedimenti "sul filo del rasoio", né di leggi ad personam, né di forme di "democrazia illiberale" sottilmente intese. Tutto questo era già troppo, ma il decreto del 5 marzo è qualcosa di più.

A mio avviso, questo continua un gioco di sostituzione (in malafede) del formale con il sostanziale, e di sovvertimento dei principi base di verità e razionalità. Una storia che affonda le radici abbastanza lontano, peraltro: ci tornerò sopra più diffusamente. Intanto due cose veloci.

Fra i vari commenti al decreto, il più conciso e chiaro mi pare questo di Federica Sgaggio. Sull'atto in sé non c'è molto da aggiungere: quando l'esecutivo esautora in questo modo gli altri due poteri, crolla il principio fondante della democrazia.
A me invece interessano due cose.

La prima è il nome stesso del decreto: interpretativo. Bene, se c'è una cosa che ho imparato è che l'interpretazione a ogni costo di ogni cosa - la semiosi infinita - è il contrario esatto della democrazia nel nome di una finta democrazia ("Liberi tutti"). Se ci sono delle regole è perché sono quelle: si possono discutere, cambiare, rivedere: ma stravolgerle così ai propri fini, nel nome di una "interpretazione", significa soltanto spregiarle.
E' un po' come un guidatore che si fa beccare a 60 km/h in centro e si giustifica dicendo: "Non andavo mica a 90! Dai, mica puoi farmi la multa!" Sì, dieci chilometri in più del limite possono fare rabbia. Ma il limite è quello, e pretendere di renderlo "vago" o "flessibile" significa negarlo. (Ricordatevi del paradosso del sorite: se pretendiamo che tutto sia un sorite - un concetto vago - è finita).
Si dirà che la norma non era chiara. Ma lo era: e basta leggersi per intero il testo del decreto per rendersi conto di quanto siano labili le argomentazioni messe in gioco. In particolare, trovo agghiacciante la giustificazione per cui "tale interpretazione autentica è finalizzata a favorire la più ampia corrispondenza delle norme alla volontà del cittadino elettore, per rendere effettivo l'esercizio del diritto politico di elettorato attivo e passivo, nel rispetto costituzionalmente dovuto per il favore nei confronti dell'espressione della volontà popolare" (p.1).
Via il politichese e dentro il caso concreto, significa che per il Colle è molto più importante il rispetto di una regola formale (l'esercizio del diritto elettivo) nei confronti dell'applicazione materiale che la riempie di senso (il fatto che tale diritto sia in questo caso impedito da una irregolarità inequivocabile). La "carta morta" della Costituzione diventa molto più importante della "carta viva".

La seconda cosa che mi interessa è la reazione del Partito Democratico: da un lato, il decreto è antidemocratico; dall'altro, Napolitano non può essere criticato per averlo firmato. Come faceva notare il mio amico Luca Barlassina, filosofo analitico, le due proposizioni insieme sono contraddittorie - occorre quindi farne cadere una. Ragionevolmente, il PD dovrebbe far cadere la seconda e criticare Napolitano. Se non lo fa, è perché - qui interpreto liberamente - spera di attaccarsi ancora a una parvenza di legalità e giustizia e democrazia, idealizzata nel Colle, nella figura del garante sommo della Costituzione. A livello formale questo sarebbe corretto: a livello materiale, Giorgio Napolitano non ha garantito nulla, non ha difeso niente, si è limitato a cedere - e con lui ha ceduto l'Italia.

Dall'altro ieri, in maniera sostanziale e non più solo paventata, l'Italia non può più dirsi una democrazia a tutti gli effetti.
E adesso che l'ho detto, come tutti quelli che l'hanno detto, mi aspetto serenamente di essere bollato da castrofista. Ma in questi giorni a Roma vedo dei cartelloni pubblicitari di Di Pietro che invita tre volte a resistere contro il decreto salvaliste: "RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE". Sul significato di questa parola - resistenza - sarebbe il caso di interrogarsi a lungo, e con molta più attenzione di quanta ne possa instillare un cartellone pubblicitario.
Verrà un giorno dove si tireranno le somme. Verrà un giorno, lo spero, dove la gravità di quanto accaduto sarà chiara a tutti, ai moderati ad ogni coso, a chi invita alla calma, a chi chiede "rispetto per le istituzioni".

(07/03/10)