| Questo articolo era davvero necessario? |
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Poniamo che io sia un professionista dell'informazione, con una particolare attitudine per il web. Mi sveglio, mi lavo, mi vesto, faccio colazione, vado in ufficio o - se lavoro da casa - semplicemente accendo il pc. Allora.Innanzitutto dovrei dare uno sguardo ai principali quotidiani cartacei, e possibilmente leggere gli articoli che più mi interessano. Passiamo quindi ai quotidiani online, di cui almeno tre o quattro vanno tenuti sempre aperti (per verificare gli aggiornamenti). E fin qui nessun problema. Poi? Boh, teoricamente dovrei dare un'occhiata a ciascuno dei miei link esterni, se ha un senso vero averli e se non sono semplicemente "amici di scambio" (la mia - di Giorgio Fontana - è qui). Poi la prassi normale del web thinker concerne, credo, le blogstar tipo Luca Sofr, Luca de Biase, Giuseppe Granieri, Matteo Bordone, eccetera eccetera eccetera - gente che scrive dei post (anche diversi al giorno) perché si aspetta che vengano letti per intero, giustamente. Bene. Poi ci sarebbero gli aggregatori: Blogosfere, Liquida e via così. Ovviamente un vero professionista dà anche uno sguardo ai vari social network (Facebook, Twitter, FriendFeed e bla bla - che il più delle volte rimandano ad altrettanti blog o post comunque già letti o sfogliati o intravisti, o diramano su altri ancora che non si avrà il tempo neanche di vedere o cliccare). E ancora, un salto su Nova non lo vuoi fare? E i siti dei quotidiani esteri nelle lingue che leggi? E magari un video su TED? E Seed Magazine? E l'edizione online italiana di Wired, ché fa figo dirlo? E i vari link che discendono da tutti i link che ho appena linkato?
Okay, credo abbiate colto il punto - che è più o meno lo stesso di quasi un anno fa. La cosa buffa, invece, è che la quantità di questi filtri è potenzialmente illimitata - o comunque molto ma molto più semplice da creare. In effetti, bastano pochi secondi e due click. Questo è di certo un gran bene (notizie importanti che vengono diffuse capillarmente in pochissimo tempo), ma può diventare anche un'alibi. In buona sostanza, il rischio di un professionista dell'informazione è quello di rendere sempre più formale e meccanico il suo mestiere. Di leggere superficialmente, cioè, una quantità sterminata di pagine web (che nessuno potrebbe leggere in maniera estensiva e comprendere e rielaborare, fattore chiave), e ribatterle. Informare diventa ribattere. Ma ribattere cosa? E con quale criterio? Ovvio, siamo pronti per tornare al dibattito sull'uso dell'Ansa o sul riutilizzo becero di temi altrui, o sull'ecologia dell'attenzione (per fare un altro link e citare una delle blogstar di cui sopra). Eccetera. Ma quello che volevo fare era semplicemente dipingere un quadro realistico e pormi qualche domanda ulteriore sulla necessità o meno di certe parole e di certa "informazione".I punti salienti, in realtà, sono due: 1. La stragrande maggioranza di blogger scrivono (no: pubblicano - è l'elemento cruciale) gratis e senza alcun incentivo. I professionisti dell'informazione sul web invece no: fra di essi metto anche i blogger di alcune riviste, che vengono pagati proprio per produrre contenuto. In questo non c'è niente di male, ma - perché si paga per produrre tutto questo contenuto, che molto spesso si riduce a un rimbalzo continuo?2. Come ci ricorda il mio webmaster e buon amico Dario Rodighiero in questo bell'articolo (ultimi due link! evvai!), la gestione dello spazio informativo su internet è puramente quantitativa - e questo, sebbene suoni molto democratico, rischia di essere un problema. Perché? La parola a Dario:
"una grande mole di dati tende a seppellire le informazioni e ora lo dimostreremo usando un paradosso.
Avete mai usato Google per cercare Google?
Se provate, ottenete due miliardi e mezzo di risultati. I primi quaranta risultati si riferiscono al dominio stesso di Google mentre i risultati dopo il cinquecento non sono nemmeno visualizzabili. Ci sono circa due miliardi e mezzo di indirizzi non visualizzati, praticamente la quasi totalità dei risultati è seppellita e inaccessibile.
(Ah, giusto, la domanda iniziale: Questo articolo era davvero necessario? Molto probabilmente, no. Ma a questo punto non posso che rilanciare con la domanda migliore che mi viene in mente: in che modo possiamo ridefinire il concetto di necessità, applicandolo al pubblico locale - e poi a quello ideale - di ogni blog?) (03/03/10)
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