Climate change e system change

Inevitabilmente, il 2009 sarà ricordato come l'anno delle crisi: prima quella finanziaria, poi quella politica e internazionale ormai perdurante, e infine il summit di Copenhagen che ha fatto i conti con quella climatica.
Che ci sia un parallelismo fra queste crepe nella struttura non è una sorpresa. Le risorse da dedicare al clima, nonostante l'accordo internazionale, improvvisamente si trovano a mancare per il tracollo economico. Ma è proprio l'emergenza ambientale a segnare il passo rispetto a qualunque paragone con il 1929 o altri passati più remoti. Clima e sviluppo sono i primi temi dell'agenda futura, e il mondo è chiamato a dare una risposta concreta alle domande seminate in precedenza.

I dati emersi dalla recente conferenza di Copenhagen sono inquietanti, ma anche la risposta del G-77 ha dato adito a molte perplessità. In primo luogo, i paesi africani hanno sollevato una questione fondamentale abbandonando (per poi riprendere) i lavori del summit: denunciavano la necessità di un accordo che fosse ancora basato sui protocolli di Kyoto. Il terrore di rimanere esclusi — come lo sono stati finora — è così grande che il primo ministro etiope Zenawi l'ha riassunto così: "Senza Kyoto, l'Africa morirà".
In secondo luogo, fin da subito è stata evidente la rivalità fra Cina e USA: la prima molto interessata a tutelare in qualche modo la crescita, i secondi pronti a denunciare uno squilibrio eccessivo verso i paesi in via di sviluppo.
In buona sostanza, il solo risultato sta nell'obbligo di definire un piano di riduzione delle emissioni di CO2, mentre i Paesi più sviluppati dovranno 100 miliardi di dollari a quelli in via di sviluppo entro dieci anni. L'accordo prevede anche un limite di due gradi per l'innalzamento della temperatura.
Poco? Sì, poco — sia in termini di quantità che di qualità.

Di fronte a questa mancanza di polso, sono state molte le proteste nella capitale danese. La marcia degli attivisti (spesso soggetti ad arresti indiscriminati) chiedeva un "System Change" prima ancora di un "Climate Change". Ottimo punto di partenza, ma che è apparso del tutto disatteso. John Sauven, direttore di Greenpeace UK, ha paragonato la città alla scena di un delitto consumato sulle spalle del mondo. Ancora più tranchant Nnimmo Bassey di Friends of the Earth, che definisce l'intesa "un misero fallimento". Insomma, altro che "Hopenhagen".
D'accordo, dunque: la via magna sembra troppo compromessa per funzionare davvero. Ma quali soluzioni restano per i delusi?

Una risposta sempre più affascinante è quella radicale: la crescita va arrestata in ogni caso. Pessimisti malthusiani o seguaci di Latouche valutano come irreparabile il danno fatto dall'uomo all'ambiente, e invitano a un immediato blocco dello sviluppo. Il ragionamento sembra elementare: e risorse del pianeta sono finite, la fame (qualunque tipo di fame) dell'umanità aumenta, e prima o poi questi due vettori saranno destinati a scontrarsi. Di qui la soluzione quietista: fermiamoci subito, perché siamo prigionieri dell'entropia.
Attenzione però, perché l'ideale della sospensione trascina con sé non soltanto l'arresto industriale o energetico, ma anche, giocoforza, quello culturale e sociale. Se vogliamo davvero decrescere, dobbiamo essere pronti a pagare anche questo prezzo.
Ma il quadro è davvero così nero da non presentare altre opzioni? Di fronte a un'economia destinata a esaurirsi, siamo condannati solo a fermarci, o coltivare un fantasioso eden pre-industriale, magari dalle tinte new-age?

Jean-Paul Fitoussi ed Eloi Laurent hanno espresso il loro "no" in un bel libro edito da Feltrinelli mesi fa (ma che ho letto solo di recente): La nuova ecologia politica. Rifiutando qualunque "trappola malthusiana" di blocco forzato della crescita, i due studiosi propongono una decrescita delle ineguaglianze invece che una decrescita degli sviluppi.
Di fatto, la Rivoluzione industriale ha reso l'umanità una vera e propria "forza geologica maggiore" con la quale il pianeta deve e dovrà fare i conti. Ma posto che l'arresto della crescita riduce le ineguaglianze solo supponendo una ridistribuzione autoritaria delle ricchezze (i cui terribili sbocchi sono ben noti), la soluzione sta all'opposto: non serve fermarsi, bensì crescere meglio.
Sulla scorta di una ricca messe di dati, gli autori ipotizzano che "la soluzione al problema ecologico non è dunque la fine della crescita dei livelli di vita, ma la decrescita delle ineguaglianze". All'idea di uno sviluppo chiuso viene dunque contrapposta l'immagine innovativa di un'economia "aperta" e capace realmente di rispondere a necessità complesse, senza ignorare la sfida della modernità. Dai rapporti sul clima, passando per la termodinamica, arriviamo così a John Rawls e alla sua teoria della giustizia sociale.
Facciamo un passo indietro e ricordiamo quanto accaduto a Copenhagen. I paesi africani avevano un obiettivo: "le nazioni sviluppate dovranno cambiare le loro abitudini più insostenibili, dal punto di vista della produzione e dei consumi". Bene, Fitoussi e Laurent sembrano dare concretezza a questa voce nel deserto.

Nel 1865, l'economista Stanley Jevons scrisse: "Noi siamo ora nel bel mezzo del mattino della nostra prosperità nazionale e ci avviciniamo al mezzogiorno. Ma siamo lungi dall'aver cominciato a pagare il debito morale e sociale che abbiamo contratto con milioni di nostri concittadini e che dobbiamo pagare prima di sera."
Allora il problema era il carbone. Oggi i problemi sono altri e più complessi: ma le parole di Jevons suonano comunque profetiche — un invito chiaro a fermarsi e riflettere. Anche nella dimensione quotidiana: scegliere cosa consumare e perché, informarsi meglio, rispettare le necessità di chi è meno fortunato.
Democrazia, informazione e sviluppo vanno sempre di pari passo. Il radicalismo, benché sia una sirena affascinante, rimane comunque una sirena: e mai come ora sembra necessario tapparsi le orecchie e procedere con la massima cautela e razionalità.

(08/02/10)