| Fabbriche d'odio e fabbriche d'amore |
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Sopravvalutare la frase pronunciata dal premier all'Aquila — "troppi giornali sono fabbriche di invidia sociale e di odio" — è molto semplice. Da un lato si rischia solo l'ennesimo grido di scandalo, che automaticamente porta luce alla mitografia di Berlusconi: più lo colpisci e più si rialza. Dall'altro, in fondo, questa frase è una variante sul solito tema: provocare senza pietà dall'alto della cattedra in populismo.
Prima: Berlusconi sta facendo largo uso delle parole "odio" e "amore". Come sempre, la superficie linguistica riflette qualcosa di profondo. "Perché tanto odio nei miei confronti?", chiedeva il premier dopo l'aggressione a Milano. E subito dopo inneggiava alle virtù del suo "partito dell'amore". Di fronte a una situazione sociale particolarmente critica, da buon pubblicitario, egli ricorre alle emozioni. Racconta al singolo, a te e a me, una storia fatta di sentimenti immediati, simpatie a pelle: l'amore, nel mondo berlusconiano, è cosa facile. Non conosce tutti gli sforzi e le fatiche della vita reale.
Seconda osservazione, più importante: l'ossessione contro i giornali si associa all'altra ossessione eterna del premier — quella contro i magistrati. E qui veniamo ai fatti.
Il gesto di andarsene per mostrare il proprio dissenso è semplice e antico. Fa con il corpo quello che con le parole è stato fatto forse troppe volte, forse cadendo nella trappola dell'avversario: non voglio stare qui mentre tu parli, non ti riconosco, non trovo giusto ciò che sta accadendo. Quindi me ne vado. Di fronte a questa retorica, la sola arma concessa è una civile intransigenza. La Costituzione è carta morta, se usata semplicemente come martello da una parte o dall'altra. Ma la Costituzione fra le mani dei magistrati di ieri è segno di fede concreta in un nucleo di principi che non passano. Che sono sviliti, umiliati, ma non passano e non devono passare. Di fronte alla pretesa fabbrica dell'amore, la pretesa fabbrica dell'odio risponde evocando i propri mezzi di lavoro e la loro negazione. Alzandosi e andandosene, nel nome della verità. E la verità di per sé non ha niente di etico. Nella sua definizione più minimale, esprime solo l'aderenza di un enunciato ai fatti, e dunque non ha a che fare con l'odio o con l'amore. Eppure, se di amore e verità si vuole parlare, non sono certo le parole di Berlusconi a tornare per prime in mente, ma il discorso di Borsellino del 20 giugno 1992 in memoria di Giovanni Falcone: "perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione [...] Per amore." Gesti reali e pagati con la vita. Responsabilità assunte in prima persona. Se di questo si deve parlare, se davvero di amore dobbiamo discutere, non torna alla mente il premier che benedice l'Italia nel nome della sua bontà televisiva e superficiale, ma Cristo percosso di fronte a Pilato, che gli chiede — che chiede a lui, il vagabondo predicatore dell'amore — "Cos'è la verità?" E non trova risposta. (31/01/10)
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