| Nessuna pietà per i corpi |
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Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre e la sorella lo vedono per l'ultima volta in Tribunale, il 16 ottobre, alle nove di mattina. Notano già le ecchimosi sul volto. Di lì in poi, scompare. Il 22 ottobre viene recapitata ai parenti la notizia da parte dell'ospedale Regina Coeli: Stefano Cucchi è morto.
Quanto alla verità sull'accaduto, non resta che attendere l'esito delle indagini. Ma sull'implausibilità di tesi insabbiatrici, basta già leggere questo articolo.
Ma c'è dell'altro. In un commento apparso su "la Repubblica" di ieri 30 ottobre, Adriano Prosperi accenna a una nuova geografia del corpo nella presunta democrazia italiana di oggi. Prosperi parte da un assunto banale, uno di quei tanti luoghi comuni che sono diventati tristemente interessanti: "ciò che non passa in televisione non esiste", e dunque "ciò che non si vede non esiste". Il corpo di Stefano Cucchi è stato negato, non è stato visto e dunque per il sistema non è esistito. Chi gli ha fatto quello che gli ha fatto è stato libero di farlo — ignorando persino l'antichissimo diritto dell'habeas corpus. Ignorando ogni forma di rispetto basilare per la fisicità, per il dolore stesso.
L'Italia berlusconiana (edificata con pazienza dall'inizio degli anni '80) è l'Italia della mercificazione del corpo. Se dovessimo rappresentarla, apparirebbe come una sfera lucida, brillante, intatta: la superficie di un sistema che non deve necessariamente funzionare, ma che deve sempre apparire come funzionante. La tragedia corporale di Cucchi è una delle tante ferite aperte su questa superficie. Il silenzio sul corpo di Stefano Cucchi è l'ultimo, e per molti versi il più atroce, degli esempi di questo "silenzio nel chiasso". Abbiamo grande compassione per le anime e per le immagini. Siamo abituati a muoverci nell'infosfera, nell'uragano delle metafore, nelle lacrime e nelle testimonianze televisive di chi soffre. Ma la compassione — la pietà, appunto — per i corpi si sta allontanando dal nostro orizzonte, perché ad essi siamo meno abituati: la fisicità è innanzitutto stilizzazione, volgarizzazione. Non serve neanche fare appello alla retorica del "tutti belli, tutti felici" o dei volti da Grande Fratello. Basta scendere per strada e guardare. Proprio perché pochi guardano o sanno guardare.La stessa morte è dilazionata o messa in un ostensorio (penso al corpo di Eluana Englaro). La stessa violenza è lentamente ridotta a una parola — una parola qualunque, una parola che come ogni altra non serve a molto se non a creare fumo — oppure è occultata gelosamente nel silenzio, quando occorre. Quando non deve ledere la superficie del sistema.
Ma il corpo di Stefano Cucchi è uno squarcio che continua a porre domande, e non si placa. Rimane. Persiste. E noi gli dobbiamo una risposta. Nessuna pietà, oggi, per questi corpi. (31/10/09) [questo pezzo è stato ripreso qui, e qui. Ringrazio Andrea Raos e Marco Mancassola] |
