Farsi verbo: il compito dell’intellettuale in Italia, oggi

Chiaromonte

[questo pezzo è stato pubblicato sul numero 160 de “lo Straniero” con il titolo “L’intellettuale del nostro tempo”; nell’immagine, Nicola Chiaromonte]

Intellettuali = stronzi.

La riflessione sulla necessità, la sostanza e il ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea è un motivo ricorrente almeno dal seminale caso Dreyfus. Per ragioni diverse ogni tanto fa capolino: può essere una crisi a scelta, un evento storico di grande rilievo, la questione dell’impegno civile, il ruolo delle élite, la morte dell’intellettuale di partito (andata di pari passo con l’erosione dell’importanza dei partiti stessi) oppure il distacco abissale fra i commentatori delle prime pagine con il “paese reale” e così via. Di qualunque cosa si tratti, lo scetticismo nei confronti dell’interpretazione intellettuale del mondo — e dell’educazione delle masse da parte di un’élite — è probabilmente al massimo. Eppure, nello stesso tempo, il fermento intellettuale che attraversa come una faglia sotterranea l’Italia è notevole. Blog collettivi, riviste, podcast, case editrici indipendenti di qualità, singoli autori poco conosciuti che insistono nel cercare di comprendere con intelligenza il reale. Se in molti casi le sedi tradizionali di espressione culturale restano ancora per molti versi inaccessibili e prive di ricambio d’idee, non mancano i luoghi di resistenza. Ma a chi si rivolgono tutte queste persone? E a chi servono davvero, se mai servono? E come possono essere migliori?

Tre anni fa “il manifesto” ospitò una serie di interventi sul tema. Partecipai anch’io, con un articolo che cominciava così: “A me gli intellettuali stanno sullo stomaco.” Argomentavo che la parola stessa contiene una sorta di equivoco: l’intellettuale come parassita del sistema, perché il termine non ha alcun tipo di connotazione performativa (che fa, di preciso, una persona del genere?) ed è così carico di sensi pregressi da risultare ostico a priori. Per questo mi aveva colpito la beffarda sintesi di Emanuele Trevi (sempre sul “manifesto”, il 30 luglio 2010): ormai, intellettuale “è un sinonimo di «stronzo»”.

Secondo Aaron James (Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli 2013) la caratteristica fondamentale degli stronzi è l’incapacità di riconoscere i diritti altrui unita al massimo desiderio di soddisfare i propri: l’egocentrismo agito nel modo più becero. Certo, nessuno è al riparo da questo stile di comportamento, e tutti siamo portatori sani di stronzaggine: ma è anche vero che determinate persone si adattano molto bene a questa descrizione. Nel caso degli intellettuali, poi, viene quasi naturale disegnare un prototipo. Un individuo bianco, maschio ed eterosessuale: tendenzialmente di mezza età, con una posizione sociale medio-alta, che scrive su un quotidiano o partecipa trasmissioni televisive dicendo la sua sui temi del giorno: vicino a parole a tutti i problemi della società ma poi essenzialmente lontano da qualunque commistione con essi: innamorato del dibattito ma non del dialogo autentico (e dunque incapace di ammettere un torto), magari coltissimo ma di fondo meschino. O al più colluso con il potere sotto false spoglie: “gratta gratta”, scrive Rino Genovese ne Il destino dell’intellettuale (manifestolibri 2013), “sotto l’intellettuale più o meno sradicato si trova spesso il politico incanaglito, bramoso di potere o denaro, o di tutti e due insieme, come mostra la corruzione socialista italiana da Mussolini a Craxi”.

Credo abbiamo tutti presente una figura del genere: questa come le sue numerose copie di livello più basso — meno note, ma per questo ancora più disperatamente assetate di potere e pronte a tutto pur di passare allo scalino successivo. La parte più rancorosa del nostro animo pensa inoltre che chiunque abbia a che fare con il mondo della cultura sia per estensione così, e si affianca volentieri a una più vasta crociata anti-intellettuale. Si sente, insomma, orribilmente gratificata ripensando al Renato Brunetta di qualche anno fa: quando liquidò tutto questo come “culturame”. Gente che scrive, crea, disegna, pensa, ma soprattutto si atteggia: gente, insomma, che non fa nulla dalla mattina alla sera e succhia i soldi di chi si fa un mazzo così in ufficio: il restante 99% dell’umanità.

A tal proposito mi ha colpito un post di Beppe Grillo del marzo scorso, dal titolo La funzione degli intellettuali. Dice Grillo, riferendosi all’appello lanciato da Barbara Spinelli, Remo Bodei e altri al Movimento 5 Stelle: “L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Se si schiera lo fa per motivi etici, morali, umanistici su indicazione del partito. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre! In fila per sei con il resto di due.”

Al di là dell’attacco circostanziato, l’argomento di Grillo è interessante perché rivela bene un modo di pensare piuttosto diffuso. La cultura per come è vissuta ed agita nei suoi luoghi di influenza non sembra eliminare alcun difetto etico, anzi semmai li peggiora e li sublima. E allora: se la mia destinazione è una figura come quella appena descritta — se il percorso che dovrebbe liberarmi mi incatena a un più sottile e ipocrita conformismo — perché fare lo sforzo?

Il problema è in parte anche semantico: fare in modo che la parola “intellettuale” abbia ancora un senso, oggi, quando gli intellettuali appaiono per definizione implicita degli stronzi o degli schiavi della sinistra benpensante. Ma dalla semantica si passa immediatamente alla pratica: come evitare, se io scrivo questo saggio per rivendicare la necessità del pensiero e dell’intellettuale oggi, di diventare così?

“Fare”.

Cominciamo con una soluzione a mio avviso fittizia: ovvero l’incitamento a smettere di pensare e cominciare a “fare”. Ma cosa? Non importa. Intanto facciamo. Non serve più riflettere, perché si è già riflettuto troppo, si è pensato e ripensato e si è sprecato tempo in cavilli inutili e autocritiche che non hanno portato a nulla.

Sono il primo a riconoscere l’urgenza di un cambiamento e di un’azione concreta sulla realtà sociale: ma questo invito all’azione che disprezza il pensiero in quanto tale manca il segno. Ne comprendo bene le cause, però: dipendono almeno in parte dall’equiparazione dell’intellettuale alla figura di cui sopra; un individuo il cui sapere è usato per accrescere il proprio ego e in nessun caso per cambiare le sorti della società.

La colpa, in questo, è sicuramente di chi incita le folle a fare di tutta un’erba un fascio — ma è anche della classe dirigente e, appunto, intellettuale. Colpa di chi non ha saputo riconoscere l’enorme privilegio di avere un pubblico disposto ad ascoltare la sua opinione: colpa di chi ha lucrato sulla propria posizione: colpa di chi è rimasto ancorato ai dibattiti di partito di quarant’anni fa perché non ha mai avuto l’umiltà di riconoscere gli smottamenti della società: colpa di chi si è perso nei meandri della cultura come materia altissima e insondabile alle masse: del professore universitario che non ha mai avuto fiducia nell’educazione, del giornalista culturale che recensisce senza leggere, dello scrittore che scrive per quel giornalista e non per i suoi lettori: colpa di chi sfrutta la propria enorme fortuna di avere accumulato conoscenze (e imparato un metodo) per il semplice scopo di distinguersi, e non per alimentare l’unico motore del vero cambiamento: l’eguaglianza e lo sviluppo di una coscienza propria, in grado di non demandare alcun dilemma morale a terzi. Il punto dunque è che non si è “riflettuto troppo”: si è riflettuto male.

Ma un popolo come il nostro, che soffre di uno spaventoso analfabetismo funzionale, che è stato sepolto da vent’anni di berlusconismo (inteso come un attacco deliberato all’etica della verità e dell’argomentazione): un popolo come il nostro ha davvero bisogno di un’apologia del “prima agisci, poi pensa”? Io credo e ho sempre creduto di no.

Cambiare il mondo invece di limitarsi a interpretarlo, come voleva il giovane Marx, è l’atteggiamento corretto: ma è molto pericoloso cambiarlo senza un’interpretazione alla base — senza l’attitudine al dubbio e alla critica.

La migliore cautela al riguardo resta quella che pone Adorno nelle sue lezioni sulla Metafisica (Einaudi 2006), prevedendo l’ovvia obiezione di chi vuole “fare e basta”:

“Sì, allora il mondo, orribile come è, con tutte queste terribili possibilità che ha, deve restare così? non si deve fare niente contro di esso?” Io questo bisogno lo rispetto; sarei l’ultimo che oserebbe negarlo. Vi chiedo soltanto di riflettere, Signore e Signori, se proprio per la coercizione di fare qualcosa qui e ora e per l’incatenamento del pensiero che c’è in questa coercizione, il pensiero non venga arrestato proprio là dove dovrebbe proseguire perché si giunga al punto in cui qualcosa si può davvero cambiare.

Contro il profetismo.

Ma c’è un rischio ancora più grande nascosto in qualsiasi discorso sullo status dell’élite intellettuale: la tendenza inconscia al profetismo: sclerotizzarsi in una figura un po’ martire impegnato e un po’ oscuro vate. Si tratta di un pericolo enorme perché intercetta molto bene il bisogno, tipicamente italiano, di affidarsi a un individuo carico di aura affinché guidi le nostre migliori intenzioni — senza per questo cercare di cambiare in prima persona: l’equivalente laico del prete da ascoltare la domenica, per poi peccare di nuovo il lunedì.

Questa tendenza è molto comoda anche per l’intellettuale: non avrà bisogno di essere chiaro e inflessibile con sé stesso, proprio perché tale mancanza di chiarezza può essere sempre spacciata per profondità (o mancanza di educazione delle masse — un argomento su cui tornerò a breve). Lo status raggiunto gli consentirà inoltre di mantenere dei rapporti di potere con il partito o con un’azienda (un giornale, una casa editrice) proprio in virtù del suo carisma. Gli argomenti — e lo stile argomentativo stesso — sono molto meno rilevanti: ciò che serve è trasmettere la forza di una condizione, di un’aura appunto: raggiungere quella posizione invidiabile e mantenerla. Innanzitutto per soddisfare l’ego. L’ego: il problema cruciale di chiunque pretenda di esprimere la propria opinione, e quanto mai diffuso nel sistema culturale italiano contemporaneo. Il disperato bisogno di sentire il proprio ego al sicuro, continuamente valorizzato, non attaccabile, non più precario, gonfio di potere.

Ecco, è probabilmente qui che si genera tutta la retorica anti-intellettuale e gran parte della sua giustificazione: essendo questo il modello più diffuso (o almeno, più diffuso nell’immaginario collettivo), l’unica soluzione è fare piazza pulita di tali “pensatori che si limitano a pensare” con il solo scopo di mantenere in vita un sistema totalmente autoreferenziale. Come ho già detto, si tratta di una critica a suo modo apprezzabile, ma che uccide il malato con la malattia: è un gesto reazionario e non rivoluzionario. Il vero gesto rivoluzionario, l’unico modo per estirpare il rischio del profetismo, è di affidarsi all’esercizio spietato della critica razionale. Un esercizio che da un lato ci salva dal desiderio di delegare la propria riflessione a terzi (di cui ci fidiamo perché sono personaggi di qualche impatto) e dall’altro impedisce il coagularsi stesso di tali figure.

Questo vale sia per i peggiori maestri che per i migliori: prendere per oro colato quando dice Pasolini ricalca lo stesso errore di chi prende per oro colato quanto dice Berlusconi o Steve Jobs o chiunque altro — fatte salve le ovvie differenze di contenuto. Non cito Pasolini a caso: la sua straordinaria capacità retorica e le sue intuizioni geniali gli sono valse un’adorazione cieca, l’elezione a “padre spirituale” ed eterno dal quale è necessario liberarsi. (Ed è per questo che mi sono sempre ritrovato nella critica che gli muoveva Fortini: “Hai perso il diritto al ragionamento, perché non ne hai mai veramente riconosciuto il dovere”).

In un libro molto interessante ma dal titolo un po’ ingannevole (Dimenticare Pasolini, Mimesis 2013), Pierpaolo Antonello solleva delle critiche simili e le inquadra in un confronto con la realtà anglosassone — dove la figura dell’intellettuale “militante” o di partito sostanzialmente non esiste. Il “sovradimensionamento del potere effettivo” di simili figure è visto come un processo dannoso, quanto “il lamento per la scomparsa degli intellettuali (pubblici) ha carattere eminentemente autoreferenziale”. Al contrario, propone Antonello, la scomparsa dell’intellettuale vate è un evento liberatorio — una sorta di riforma protestante dell’impegno collettivo: dove la produzione della cultura e dell’intelligenza diventa un lavoro realmente comune. Non perché schiavo di un’orizzontalità stabilita a priori, per cui tutti hanno qualcosa da dire e l’opinione di chiunque è sacrosanta in quanto tale: l’esatto contrario. Un ecosistema dove chi sa qualcosa non usa tale sapere per alimentare la propria differenza, ma per alimentare l’eguaglianza sociale.

In questo panorama, la classica figura egemonica è un residuo di cui liberarsi il prima possibile: e definitivamente. Antonello argomenta con grande chiarezza e un’impressionante serie di dati, invitando il lettore a dimenticare il modello pasoliniano in quanto implica necessariamente un atteggiamento provocatorio, legato allo scandalo. E il rischio qui non è solo la “mercificazione del dissenso”, per cui l’intellettuale profetico e sempre contro viene assorbito all’interno della società mediatica come icona, senza produrre alcun cambiamento reale. No, la cosa peggiore è che il vate è sempre e costantemente legato all’idea che lo shock del suo pensiero non sia mai davvero analizzabile, mai davvero pensato. Il suo pubblico è consegnato a un’inferiorità implicita: al più diventa una corte di fan. Si può rimanere estatici di fronte al profeta, ma come trarne una lezione per la vita di tutti i giorni? La problematizzazione resta sempre incatenata a un livello quasi estetico: comprendere diventa un epifenomeno del provocare. Certo, di questa tendenza alla contraddizione Pasolini stesso era cosciente, e Antonello ne mostra bene il lato più perverso e religioso: la “continua tentazione auto-sacrificale”. Ma questo non scioglie il nodo.

Un buon punto di partenza per cominciare a dipanarlo, invece, è quello di riconoscere apertamente il proprio fallibilismo. Avere torto è spiacevole, ma solo i vati non sbagliano. Ammettere con tranquillità i propri sbagli e le proprie opinioni errate può sembrare la base assoluta dell’onestà intellettuale: ma basta frequentare un poco l’ambiente culturale italiano per rendersi conto che si tratta di una pratica rarissima.

Questo va di pari passo con una questione stilistica: una scrittura il più chiara possibile — chiara, non “facile” o semplificata — è un gesto di umiltà e un compito morale di enorme importanza. Nascondersi dietro ai fuochi artificiali del linguaggio o incolpare il lettore ignorante è una strategia perversa. L’intellettuale dovrebbe anzi essere falsificabile nel senso in cui lo sono le teorie scientifiche per Karl Popper: offrire il proprio pensiero nel modo più limpido, esponendosi liberamente a critiche (sensate e razionali) che lo confuteranno o corroboreranno. Più un pensiero è criticabile, più i suoi lati deboli sono chiaramente visibili, e più il progresso comune ne trae beneficio. L’oscuro può anche risultare meraviglioso, ma è inconfutabile, e dunque inutile: non consente di distinguere fra obiezioni fondate e meri assalti, contribuendo ancor più a generare quel risentimento, quella rabbia e quel veleno che anima molto spesso l’ambiente culturale — da una parte i santi del pensiero, dall’altra gli adoranti (o gli idioti). Avevano ragione i giovani Hegel, Schelling e Hölderlin, che ne Il più antico programma di sistema dell’idealismo tedesco imploravano: “non più lo sguardo pieno di disprezzo, non più il cieco tremare del popolo davanti ai suoi saggi e ai suoi profeti”.

L’odio delle masse.

Se però è molto semplice puntare sulla pochezza intellettuale delle masse (berlusconismo, televisione di pessima qualità, disinformazione, analfabetismo, materialismo spiccio e così via), resta da capire perché l’intellettuale possa sempre apparire come uno stronzo, anche quando non lo è. Qui è in azione una resistenza drammatica, e che dipende in larga parte dal modello di pensatore-vate cui siamo abituati: una sorta di sospetto diffuso verso l’educazione. Stanco di un sistema altamente verticale di diffusione del sapere, l’individuo si ribella: “Noi non accettiamo lezioni da nessuno” — e di certo non queste lezioni comminate dall’alto, quasi con disprezzo. Come intervenire allora per migliorare la situazione dei molti senza apparire quali arroganti pochi con la verità in tasca? Una risposta possibile è contenuta in un saggio di Nicola Chiaromonte dal titolo La situazione di massa e i valori nobili — ripubblicato di recente nel volume Il tempo della malafede a cura di Vittorio Giacopini (Edizioni dell’Asino, 2013).

Dopo una disamina del concetto di massa a partire dal classico lavoro di Ortega y Gasset, e navigando attraverso Marx e Platone, Chiaromonte pone una domanda cruciale: come riconciliare le esperienze e le esigenze “nobili” con la cecità della massa? In concreto: si può certo leggere Kant in un treno affollato, ma avrebbe senso comunicarlo al resto dei passeggeri al fine di trasmettere loro qualcosa? Certamente no: queste cose, spiega Chiaromonte, sono riservate alle “occasioni congrue”. Tali momenti però sono spesso chiusi, settari, proibiti alla stragrande maggioranza delle persone che, nelle “occasioni incongrue” di cui è fatta la vita di ogni giorno (lavoro, pendolarismo, famiglia) sono piegate alle esigenze della necessità. In una frase memorabile, l’uomo avvolto nella massa “è costretto a rinviare, per dir così, la questione del bene e del male”.

Cosa può fare l’intellettuale di fronte a tutto questo? Di certo, non chiudersi in una torre d’avorio — di qualunque tipo. La situazione di massa è comune a tutti perché tutti le apparteniamo: ogni sogno di auto-esclusione nel nome delle virtù più alte è soltanto un’illusione, o al più l’esercizio di un privilegio odioso. E dunque: “l’intellettuale non si distinguerà realmente dalla massa che per la maggiore coscienza che egli potrà avere della condizione comune. Ma questa coscienza egli potrà dimostrare di averla in un solo modo: dicendo il vero sulla situazione senza presumere di possedere lui una verità che agli altri non è data.” E in chiusura di saggio: “La cultura, infatti, non è il terreno della verità, ma della disputa intorno alla verità.”

Quest’ultima frase è il miglior punto di partenza possibile per la ricostruzione di un’indagine seria. Il compito dell’intellettuale — valido per chiunque voglia ancora continuare a esercitarlo e dunque rispondere a questo nome, senza fregiarsi di un titolo particolare — è dunque quello di trasmettere la passione del ragionamento e dell’onestà di pensiero. Non soltanto con le parole: innanzitutto con l’esempio. Meritandosi l’ascolto del proprio pubblico (qualunque esso sia, dai cento follower su Twitter ai centomila lettori di un quotidiano) ogni giorno che passa, rinnovando il patto implicito con il lettore, e con la piena coscienza che lo spazio pubblico che si occupa non è mai dato per scontato. (Ogni riga dovrebbe tremare un poco prima di essere scritta: dovrebbe contenere sempre il ricordo del silenzio cui sono stati costretti altri, magari migliori di noi).

Il rischio contenuto nel profetismo di cui parlavo sopra si può allora riassumere così: l’intellettuale “vecchio stile” ha una tendenza innata a distinguersi dalle masse — e per quanto desideroso di educarle dall’alto o vaticinarne le sorti, vuole starsene ben lontano, alimentare la propria diversità quasi razziale. E intendiamoci, io per primo non amo certo i volgari, tamarri di periferia, gli ignoranti, i leghisti beceri, tutto quel campionario che noi lettori dello “Straniero” possiamo tranquillamente prendere in giro: non li idealizzo in alcun modo e in alcun modo provo paternalismo nei loro confronti. Sono cresciuto in un paese industriale di provincia, a nord di Milano, in mezzo a gente del genere: non mi passa nemmeno per la testa di giustificarne la violenza e la cattiveria, anche se a distanza di anni sono interessato a comprenderne le cause.

Perché “la massa” non è un concetto vuoto e vago da osservare con paternalismo seduti alla scrivania di un’università: è una realtà nella quale siamo immersi tutti, e con la quale abbiamo a che fare ogni giorno (a meno di non girare per la città in taxi). È la realtà ovvia, caparbia e schiacciante della vita quotidiana, della gente che la popola. Il percorso fatto per andare in ufficio. Un brutto squarcio di periferia. I treni in costante ritardo. I mutui che si fanno fatica a pagare, la disoccupazione e il disgusto, la mancata interazione fra stranieri e italiani, le scuole senza un soldo.

Tutto questo è senz’altro fastidioso per chi ha avuto la fortuna di avere un gusto più educato: ma è come sdegnare chi mangia da Burger King perché non ha i soldi per il ristorante. Non è una scusa per fingere che il problema dell’educazione non esista, e chiudersi in un “centro storico mentale” lasciando alle periferie della società — ovunque si trovino fisicamente — il solo ruolo di essere orribili, odiate o al più incomprese. È un compito difficile, me ne rendo conto. E di certo chi non fa nulla per migliorare il mondo o si lamenta sterilmente della Kasta non rientra fra le mie simpatie. Ma del resto: cosa abbiamo mai fatto noi più fortunati — noi che abbiamo avuto sempre accesso a libri, fumetti, film, buoni insegnanti, possibilità di riscatto sociale e così via — per tentare di dare loro un’alternativa di immaginario? Cosa fa la “Kasta culturale” per farsi amare e per comprendere il proprio nuovo ruolo nel tessuto sociale?

Io credo che la nostra responsabilità qui sia innanzitutto di matrice pedagogica. Se l’entusiasmo per le “masse intelligenti” (e dunque già educate di default) è un grosso errore, lo è anche l’idea che l’emancipazione derivi dalla cultura intesa come sapere libresco, parruccone, eternamente alto. Ma l’emancipazione personale — è una cosa che ripeto a ogni ragazzo che incontro, a costo di sembrare antipatico — ha a che fare con tutt’altro: l’intellettuale dovrebbe far capire che il pensiero critico genera maggiore libertà, e la libertà genera maggiore bellezza, e in ultima analisi felicità. “Volete essere più felici?” — questa è la domanda con cui bisognerebbe iniziare un discorso educativo, invece di pensare a diventare più “colti”.

Se non ci adoperiamo affinché “la gente” abbia un orizzonte diverso, la gente continuerà a esistere in quanto tale, in quanto “brutta e cattiva” per chi si può permettere di considerarlo. Al contrario io vorrei restituire, sinceramente e senza facili carità — e con il giusto riconoscimento del mio lavoro e ruolo — quello che mi è stato offerto per fortuna e che ho coltivato con pazienza: né più né meno. “Il problema delle masse”, scrive ancora Chiaromonte, “è per l’appunto il problema dell’impotenza, reale o apparente, dell’intellettuale e dell’educatore nella società di massa.” Invece di carezzare il proprio desiderio inconscio di essere diverso e migliore — di essere unico, come unico fu Pasolini — l’intellettuale moderno dovrebbe essere sommamente replicabile. Una condizione sgonfiata di qualsiasi enfasi, priva di potere egemonico, e raggiungibile da chiunque: non più uno status di potere, non più un ruolo da giocare e per cui tessere trame e creare alleanze di ogni genere.

Ma forse le masse continuano a non volere tutto questo. Continuano a prendere in giro chi studia e si informa come un ragazzino prende in giro il proprio insegnante in quanto non ha realizzato nulla nella vita: e insieme continuano essere per lo più intrise di rabbia. Io vorrei dire che questo lo capisco, in un certo senso. Nei momenti peggiori della mia vita ho dubitato anch’io del potere della comprensione e della razionalità; restare sempre a fil di nervi in tutto (lavoro, relazioni, passioni) comporta un rischio sociale enorme, e se c’è un modo per ridare colore a una parola così abusata come precarietà è forse quello di intenderla come miccia eternamente accesa di un conflitto che non riesce a trovare un canale di cambiamento.

È molto facile mettere in un ostensorio l’analisi pacata e stigmatizzare la rabbia dalle prime pagine di un quotidiano nazionale. Capire bene la rabbia — la rabbia vera, l’odio di classe senza lotta di classe — che attraversa gran parte dell’Italia è uno dei compiti più urgenti per ogni intellettuale: tanto quanto ricordare che l’esercizio della violenza in cui vorrebbe trasformarsi è un abominio. Ma questo si può far spiegare solo esercitando una comprensione attiva: conoscendo meglio e più a fondo — e in prima persona — le realtà sociali più sacrificate come un utile esercizio di umiltà. Evitando di liquidare la rabbia di chi sta peggio come lagna o allarme da reprimere: questo sarebbe davvero un discorso da stronzi con un briciolo di potere in più, e che non si preoccupa invece di spiegare come tale rabbia può essere impiegata, senza essere soffocata. Se perdiamo questa battaglia educativa — questa battaglia culturale — abbiamo perso tutto.

Farsi verbo.

Nell’articolo che citavo all’inizio, pubblicato sul “manifesto”, scrissi che l’unico modo per ridare un senso alla presenza dell’intellettuale era quella di spostare il fuoco dalla figura stessa al pensiero che dovrebbe veicolare. Scrissi che “la mia preoccupazione più grande è che il pensiero abbia un effetto sulla realtà, e che il mestiere dell’intellettuale (ah, ancora questa parola) sia un mestiere nel senso più robusto e antico del termine. Trasmettere la passione del ragionamento in una società che sta perdendo il valore dell’argomentazione”. E ancora: “la vera domanda non è di quali intellettuali l’Italia ha bisogno oggi, ma di quale pensiero. Indipendentemente dalle figure che lo veicolano. Indipendentemente da occhiali dalla montatura spessa, pernod su tavolini di Parigi, o qualunque altro elemento che ci distolga dal solo punto chiave: il valore di comprendere razionalmente, liberamente, e criticamente, il reale.”

Riscriverei queste parole più o meno allo stesso modo. Aggiungendo forse solo un paio di dettagli, o precisando meglio quanto intendevo. Innanzitutto: la strada migliore per raggiungere questo obiettivo è ridare performatività al proprio ruolo, innestandovi quel fare che tanti invocano. Invece di essere sostantivo — intellettuale, così statico, così pretenzioso e carico di polvere — farsi verbo: intelligere, per riprendere l’originale latino in mancanza di meglio. Capire. Essere né più né meno colui che promuove l’uso consapevole e autocritico dell’intelligenza — una “intelligenza diffusa e rizomatica che si sta affacciando sul proscenio della discussione intellettuale e politica globale”, per citare ancora Antonello.

La sfida è tutta qui. Perché se sentiamo ogni giorno sulla nostra pelle quanto il “lavoro culturale” è stato incapace di salvarci da una catastrofe, l’unica risposta possibile è domandarci dove abbiamo sbagliato e come possiamo svolgere meglio tale lavoro — invece di incolpare sempre e comunque la gente “che non legge, che non si informa, che non ci paga, che non ci vuole”. A tal proposito vorrei chiudere (sperando che questo non mi faccia passare per un intellettuale vecchio stampo) di nuovo con Adorno, e sempre dalla Metafisica. Dovremmo ricordare che il filosofo pronunciò queste parole pensando alla catastrofe del nazismo e della Seconda guerra mondiale, quindi di fronte a una crisi ancora più radicale della ragione:

[…] mentre la cultura è certo fallita, ed è fallita per sua propria colpa, che si ritorce contro se stessa, la barbarie diretta, che viene prodotta dal suo fallimento, è sempre la cosa peggiore. È un paralogismo metafisico, direi, da cui vorrei proteggervi, che poiché la cultura è fallita, poiché quindi non ha mantenuto ciò che ha promesso; poiché ha privato gli uomini della libertà, dell’individualità; poiché non ha corrisposto al proprio concetto, perciò si deve buttar via e si deve immediatamente sostituire in tutta fretta con la cinica creazione di rapporti di potere.

Creare rapporti di potere è estremamente facile. Lo si può fare in modo conscio, sfruttando la propria posizione e il proprio fascino per ottenere sottoposti o adulatori. E lo si può fare inconsciamente, rinunciando per pigrizia a interrogarsi e lasciando che qualcun altro semplifichi la complessità che dobbiamo affrontare: abdicando, in una parola, al duro mestiere di essere liberi. La mia speranza è che anche un intellettuale capace di essere più verbo e meno sostantivo possa aiutare gli altri a evitare il canto di questa sirena, creando un pubblico critico, che non lo segua per autorità ma per scelta.

(11/10/13)