Sulla maturità in Pavese

Ripeness is all, la maturità è tutto, scrive Pavese in esergo a La luna e i falò. La frase, è noto, viene dal Re Lear di Shakespeare; ma di rado se ne cita il contesto. Siamo alla fine della tragedia: atto quinto, scena seconda: il conte di Gloucester, disperato dal corso degli eventi, si abbandona a terra per lasciarsi morire. Ma il figlio Edgar, che lo sta assistendo sotto mentite spoglie, lo richiama all’ordine: “Che c’è, ancora cattivi pensieri? Gli uomini devono sopportare / la loro uscita dal mondo come la loro venuta; / la maturità è tutto. Andiamo”. Si muore soltanto quando si deve morire, come appunto un frutto ben maturo; lasciarsi andare vilmente prima del tempo non è contemplabile. Se tuttavia pensiamo al romanzo — e ancor più alla fine di Pavese, settant’anni fa — le parole di Edgar usate come epigrafe possono apparire incongrue.
In effetti la questione è più complessa del previsto, e in un magnifico articolo del 1983 (Maturità di Pavese), Lino Pertile la espone in termini esemplari: “La maturità appare come dea bifronte: meta, traguardo, conquista e d’altro lato termine ultimo, conclusione, fine; da un lato trionfale pienezza, dall’altro vuoto spaventoso, horror vacui. […] Perciò di due cose una: o la maturità non e tutto, o questa maturità ha connotazioni che ci sfuggono”.

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(26/07/20)

Paolo Finzi (1951-2020)

Ieri si è tolto la vita Paolo Finzi, direttore di A Rivista Anarchica, di cui era tra i fondatori e alla quale era devoto, con tutto lo spirito critico e la passione che lo animavano. Militò nel movimento anarchico fin da ragazzo, insieme a Pino Pinelli. Qui trovate una sua lunga intervista attorno ad A; su Radio onda d’urto c’è una trasmissione in suo ricordo.

Altri, che gli sono stati compagni e amici per tutta la vita, sapranno scrivere meglio di lui: io ho avuto il piacere di incontrarlo solo di tanto in tanto, da collaboratore di A, ma qualcosa vorrei dire. Anche perché, senza retorica, gli volevo bene.

Paolo era una persona meravigliosa, estremamente colta e intelligente, gentile e disponibile; e un vero maestro di sensibilità libertaria. Coltivava il dubbio soprattutto quando il dubbio era scomodo, e nell’articolare questi dubbi era sempre rigorosissimo nella scelta delle parole.

Quando andavo a trovare lui e Carlotta Pedrazzini presso la sede di A passavamo molto tempo a chiacchierare, e ogni volta uscivo rinfrancato per aver appreso qualcosa in più, nel contenuto e ancor prima nel metodo: nella discussione pacata ma ferma, nel prendere estremamente sul serio questioni cruciali (per prime ovviamente libertà ed eguaglianza) senza perdere la bussola degli ideali di base, e tuttavia senza irrigidirsi in troppo facili certezze. Il suo umorismo era un magnifico antidoto alle posizioni dei molti che rinunciano per comodità a capire e argomentare.

Ci restano i suoi scritti, il suo esempio, il suo impegno, la sua etica nutrita di pluralismo, il ricordo della sua complessa intelligenza. Ci resta il suo libro su de André. E ci resta fra i tanti un meraviglioso articolo dal titolo Ma l’anarchia senza amore, no nel quale, mi pare, c’è molto di lui: e che qui trascrivo. Che la terra ti sia lieve, Paolo.

Mi vengono in mente tre persone, così, d’acchitto, se metto accanto queste due parole: anarchia e amore.
La prima è, scontata per chi mi conosca, Errico Malatesta. Per una precisa ragione, che ho colto appieno solo recentemente, dopo qualche decennio di frequentazione con la lettura dei suoi scritti. E cioè che nessuna/o, tra le madri e i padri dell’anarchismo (almeno quello di lingua italiana), ha più di lui utilizzato le due parole, accostandole. Credo si possa dire che per Malatesta (e non solo per lui) l’anarchia non sia che la realizzazione progressiva di un ordine sociale basato sull’amore. Persona pudica della propria vita privata, com’era in parte nella sensibilità dell’epoca, Malatesta resta sempre sulle generali, non fa riferimenti personali. Ma utilizza il termine “amore” nella sua piena accezione, si comprende che lo fa volentieri, affidando alle ragioni del cuore, del sentimento, della sensibilità una fondatezza e un’importanza che non stanno mai al di sotto della sua concezione logica e vorrei dire “scientifica”, o per lo meno rigorosamente laica, della vita associata e quindi dell’anarchia che ne è, a suo avviso, la migliore forma realizzabile.
La seconda persona è Emma Goldman, la militante anarchica lituana, vissuta a cavallo degli scorsi due secoli, eccezionale figura di donna, con una concezione dell’anarchia abbastanza simile – nei suoi valori etici di fondo – a quella malatestiana. Ma, come già si evince dalla lettura dei suoi scritti e in particolare della sua densa autobiografia, con una estensione stravolgente dell’amore da mero sentimento “generale” a concreta, quotidiana, anche squassante modalità di relazione, compresa la “parte” (se così si può connotarla) specificamente relazionale e sessuale, “Non è proprio necessario che le donne tengano sempre la bocca chiusa e la vagina aperta”. Difficile pensare queste parole nei pur validi scritti del rivoluzionario campano.
Così come è impossibile pensare a Goldman con in bocca le parole di un altro cultore dell’amore come ambiente naturale dell’anarchia, quel Pietro Gori – la terza persona che mi viene in mente – che, tra le sue poesie/canzoni, scrisse versi come questo “Al tuo amor fanciulla mia, ben altro amor io preferia, è un’idea l’amante mia, a cui detti braccia e cor”. Malatesta non scrisse mai cose simili, Goldman scrisse l’opposto.

Nella sua rivendicazione pubblica del piacere, del danzare, della sensualità e della sessualità come patrimonio e finalità come individuo prima ancora che come anarchica, Goldman per decenni fu vista con circospezione e anche con profondo dissenso da quegli anarchici che ritenevano che fosse a dir poco sconveniente teorizzare ma soprattutto raccontare con chi era andata a letto, magari mentre il suo compagno “ufficiale” era in galera. E non pochi negli ambienti libertari la consideravano una puttana.
Anarchia e amore. Se non si prestasse a stupide malevole criminalizzazioni, direi che ci troviamo davanti e dentro a due parole esplosive. Io credo che possa benissimo esistere l’amore, e sia sempre esistito, anche senza anarchia. Ci mancherebbe.
Ma l’anarchia senza l’amore, no. Anche ci fosse, non può essere l’anarchia “nostra”. E credo davvero che la lunga, complessa, anche contraddittoria storia dell’anarchismo sia anche leggibile come una lunga, complessa, anche contraddittoria storia d’amore. Una storia d’amore per la libertà.
Amore con la “A” maiuscola, dalla parte degli sfruttati, degli oppressi, degli emarginati., ecc. ecc.. E anche con la “a” minuscola, con l’amore quotidiano, concreto, solidale, anche fisico.
E se è vero che il mezzo è il fine, che il seme prefigura la pianta che sarà, allora è proprio vero che per noi amore e anarchia tendono a sovrapporsi. Sono quasi sinonimi.

(21/07/20)

Sul mutuo appoggio

È stato rinfrancante leggere in questi giorni Il mutuo appoggio del geniale Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921), appena edito da elèuthera nella nuova traduzione di Giacomo Borella, la prima dall’originale inglese: non fosse altro perché ci libera da un cinismo in cui è davvero troppo semplice indulgere.

Abbandonata in giovane età la corte russa, il principe che sarebbe diventato anarchico si mise in viaggio per la Siberia e la Manciuria. Qui raccolse una mole di osservazioni del mondo animale, sulle quali costruì un’ipotesi di fondo: insieme alla lotta reciproca, un fattore chiave dell’evoluzione è il “mutuo appoggio e reciproca difesa tra gli animali appartenenti alla stessa specie o, almeno alla stessa società”. Darwiniano, Kropotkin chiarisce che senz’altro “la vita è lotta; e in questa lotta il più adatto sopravvive”. Ma è il modo in cui si articola il combattimento a essere spesso frainteso: la competizione fra singoli per cibo e sicurezza è sovrastimata, tanto quanto è sottostimata la loro cooperazione.

Le pagine in cui Kropotkin descrive la solidarietà in azione fra gli animali sono splendide anche da un punto di vista letterario, e in esse vibra una sobria commozione. Ma il russo è scienziato rigoroso, dunque lungi dal sostenere che tale comportamento si fondi su concetti troppo specifici come l’amore o la simpatia: “Non è l’amore per il mio vicino — che spesso non conosco per nulla — che mi spinge ad afferrare un secchio d’acqua e a precipitarmi verso la sua casa quando vedo che sta bruciando: ad animarmi è un sentimento o un istinto molto più ampio, anche se più vago, di solidarietà o di socievolezza umana”. E questo sentimento “ha insegnato tanto agli animali quanto agli uomini la forza che possono acquisire dalla pratica del mutuo appoggio e dell’aiuto reciproco, e le gioie che possono trovare nella vita sociale”.

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(30/05/20)

Incontro con Gabriele di Luca

Il 18 maggio alle 18, sulla pagina Zoom di Alphabeta Verlag, presenterò insieme a Gabriele di Luca il suo bel “diario in pubblico”, E quindi uscimmo a riveder la gente. (Consiglio anche di leggere le intelligenti riflessioni che Gabriele posta con regolarità sul suo blog, e che dialogano idealmente con questo libro).

(15/05/20)