Contrappello!

Qui.

(15/02/08)

Segnalazioni

Da leggere: questo intervento di Wu Ming, sull'ultimo Giap. Niente di originale, tutto già sentito, ma ogni tanto fa bene ripeterlo. (Interessanti i dati sul calo dell'Erasmus). E poi un pezzo di Andrea su Carnevale, Berlusconi ed elezioni imminenti. E su carta, quantomeno La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Un esordio che lascia a bocca aperta, anche se in qualche modo vince "ai punti" invece di darti il colpo del KO. Comunque bellissimo.

Da firmare: l'appello di solidarietà per avere Israele ospite alla Fiera del Libro di Torino. (Ma affiancategli l'utile precisazione di Moresco, qui). Da non dimenticare anche questo.

Da vedere: assolutamente, se siete a Milano o dintorni, la rassegna organizzata dal circolo ARCI La Scighera, in zona Bovisa, già teatro del Magazines War del nostro BIRRA. Lo segnalo colpevolmente in ritardo, ma i prossimi due incontri meritano davvero.

(11/02/08)

Variazioni sul tema del viaggio #3. Incontri

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In un mondo ideale in cui la felicità corrisponde all’attimo, i rapporti nati durante i viaggi sembrano avvicinarsi a una forma di perfezione. Naturalmente questo mondo non esiste, ma c’è un fascino profondo nell’idea di due o più persone che si incontrano per caso, in un treno, in un albergo, o persino in piazza, e condividono qualche ora o un pezzo di strada.

Il viaggiatore riconosce nei suoi simili i propri sentimenti. La fatica, l’eccitazione, il desiderio di conoscere e parlare. Vedendosi rispecchiato, impara ad amarsi — ad amare ciò che sta facendo. È in questi momenti che l’idea del viaggio solitario prende senso. Sembra paradossale, ma è così. Il proprio riflesso disperso e duplicato negli altri ci offre un’occasione unica: vedere ciò che siamo senza bisogno d’introspezione. Gli altri viaggiatori fanno da esempio a noi stessi.

Sono in ostello da pochi minuti e metto il mio zaino sul letto. Mi guardo attorno con la stessa sensazione, ogni volta. Condividere una stanza in un luogo sconosciuto è cosa strana. Si ha subito voglia di presentarsi e capire se possiamo fidarci del nostro vicino. Si depongono le armi a terra e ci si sorride. È un’educazione alla vita. Il tempo accelera in qualità. Quella birra bevuta sul letto a castello sa esattamente e soltanto di quella birra, un particolare astratto unico - un tropo. Mi sento buono. Cittadino di un universo di giovani viandanti che lottano contro la superficialità della gente. E chi ci sta davanti è nostro alleato. È una sensazione difficile da descrivere.

Flaubert, nelle ultime pagine dell’Educazione sentimentale, ci riesce: "Viaggiò. Conobbe la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto la tenda, lo stordimento dei paesaggi e delle rovine, l’amarezza delle simpatie interrotte." Simpatie: solo un maniaco come lui poteva trovare una parola tanto perfetta. Né amicizia, né conoscenza, né rapporto. Ciò che proviamo in quegli istanti — in quello spazio che va da una brevissima chiacchierata a una settimana passata insieme — è una simpatia. Qualcosa che potrebbe diventare più profondo, ma che per sua stessa natura non lo diventa. Nasce e germoglia già nella valle del rimpianto. Rimane allo stadio potenziale e alle sue inevitabili malinconie da due soldi: un indirizzo fra le pagine di un libro, delle promesse non mantenute, una serie di sorrisi persi.

[variazione #1]

[variazione #2]

(03/02/08)

Viva Las Vegas

E' uscita - insieme a Il diario dei sogni di Marco Candida e a Saxophone Street Blues di Hector L. Belial - l'antologia Viva Las Vegas, primo parto dell'omonima casa editrice. La raccolta comprende racconti di Ivano Bariani, Giuseppe Bottero, Dario Buzzolan, Marco Candida, Gabriele Dada­ti, Danilo Deninotti, Giorgio Fontana, Chiara Gamberale, Elisa Genghini, Michele Governatori, Christian Mascheroni, Carlo Meli­na, Gianluca Mercadante, Gianlu­ca Morozzi, Alessio Romano. Il sottoscritto partecipa con un pezzo dal titolo Vita e morte di una sigaretta.

Tanti complimenti e auguri ad Andrea Malabaila e a tutto lo staff di Las Vegas!

(11/01/08)

Variazioni sul tema del viaggio #2. La grande domanda

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Scrive Marco Mancassola: «Nella piccola stanza surriscaldata del pianeta sapevi che avresti trovato ovunque la stessa inquietudine, la stessa ansia diffusa come un virus globale, e ciò che l’era contemporanea stava davvero globalizzando era in fondo una sola, eterna domanda: che ci faccio qui?» (Last love parade, p. 197).

E' senz’altro vero. Dopo il trambusto dei primi giorni, la necessità di trovare alloggio, i pomeriggi passati a gironzolare, l’esilio della lingua straniera, il viaggiatore sente inevitabilmente risorgere dentro di sé la solita questione. Inalterata. Custodita nello scrigno più riposto, con i soldi e il passaporto: che ci faccio qui?

La vera vita è altrove, diceva Rimbaud. E noi siamo qui. La città è bella, solare e calda o fredda ed elegante: ci sono locali, musica ogni notte e occasioni come frutta da cogliere, donne e amicizie e incontri interessanti. Eppure la frustrazione ci aspetta all’alba. Niente è stato risolto davvero, siamo sempre allo stesso punto. E allora vogliamo prendere a calci sassi, lattine, pacchetti di sigarette. Vogliamo strapparci i capelli di dosso. Ma forse è proprio in questo che giace la vera essenza del viaggio. Una volta accettata la sfida, l’unico modo per trovare un senso diventa inseguire una chimera. Forse, allora, è soltanto nello spazio che separa una sistemazione dall’altra — il momento stesso dello spostarsi, dell’imbracciare i bagagli, del consultare gli orari con un panino fra le mani — che si rivela davvero la vita per ciò che è. E cioè, essenzialmente, l’impossibilità di qualcosa — nel rilucere di qualcos’altro.

(Nota). Nella sua forma più delirante, questa domanda si tramuta in un dovere. In una paura costante: la paura di poter essere felici da qualche parte. Ci si costringe alla disperazione, prima che la stabilità — qualunque forma di stabilità — ci inghiotta. Questa condizione, temo, è tipica dello scrittore.

[Variazione #1]

(08/01/08)

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