Vanga

Alberto Garlini ha chiesto agli scrittori invitati a Pordenonelegge un pezzo che definisse la propria idea di scrittura. Il tutto doveva partire da un'unica parola-simbolo. Io ho scelto vanga, il mio pezzo lo trovate qui, e lo riporto nel seguito del post...

(28/04/08)

Comunicazione di servizio

Assenza forzata dovuta a molto lavoro. Torno quanto prima con osservazioni di vario tipo e soprattutto con le carte ben scoperte in tavola. Novità importanti. E che giustificano l'eccesso di lavoro.

Nel frattempo, un po' di segnalazioni a random:

Il video del nuovo singolo degli Afterhours, Dio sia lodato.

Il programma più convincente delle prossime elezioni.

Un bell'articolo sull'autismo segnalato da Matteo.

Una magnifica recensione di Amen dei Baustelle di Gianluca Didino.

L'analisi più condivisibile riguardo al problema rom in Via Bovisasca a Milano.

Hasta pronto.

(08/04/08)

Dei Rom di Via Bovisasca, dela Sinistra, di altro

Scrivo rapidamente - fra un po' vi dirò perché scrivo rapidamente, perché non ho tempo, perché aggiorno poco il sito. In ogni caso. Venerdì scorso sono stato al campo nomadi di Via Bovisasca, Quartiere Bovisa, Milano. Una ventina di minuti, con Paolo Cognetti e un'amica, giusto il tempo di dichiararmi "giornalista" (che non sono), piazzare il registratore portatile in mezzo alla gente, e ascoltare le dichiarazioni di un paio di uomini. Poca roba. Pochissima roba, il materiale vocale ridotto a nulla - ma il materiale visivo sufficiente per farmi un'idea.

Poco dopo, appaiono alcuni scritti assolutamente da leggere: questo di Sergio Baratto, ma soprattutto quest'altro, assolutamente impeccabile, assolutamente condivisibile da cima a fondo. (Direte: ma è di un sito di preti! - io dirò: embé?).

Ancora qualche giorno, e cerco di mettere assieme le idee.

Primo punto, laterale. Odio la retorica di sinistra. Veramente. Odio il buonismo di chi scrive articoli e j'accuse da tot euro su quotidiani e settimanali socialisti con lo spirito di chi vuole schierarsi con i deboli, e poi non si muove di un millimetro dalla sua scrivania. Questa non è una posizione politica o civile. E' semplicemente odio personale. Vai invece in Via Bovisasca. Vacci. Pianta il microfono fra i topi - topi bruni, una quantità incredibile di topi che salgono e scendono dai mucchi di rifiuti in fiamme e no, che ti tagliano la strada mentre hai il braccio teso verso le bocche, e squittiscono e mangiucchiano la plastica, topi veri, ok?/em> - e poi chiediti: davvero non credi sia lamentoso il parlare degli occupanti? Certo che è lamentoso. Davvero non credi sia ipocrita il fatto che uno ti dica: "Non ho più soldi. Non ho più niente" - e ti offra una Marlboro e un sorso di Beck's? Davvero lo credi? Nel luogo più profondo della tua coscienza, davvero credi questo, o è soltanto una maschera perché credi che dire il contrario sia NON ESSERE DI SINISTRA?.

La distanza fra letteratura e dolore

1. Nell'ultimo brano di Autunno tedesco, dal titolo Letteratura e sofferenza, Stig Dagerman si pone una domanda cruciale: "E' più vicina alla poesia la sofferenza che si deve al riflesso del fuoco o quella che nasce dalla fiamma stessa?" La sua risposta: "Esempi vicini nello spazio e nel tempo mostrano un legame praticamente diretto tra la poesia e la sofferenza lontana, conclusa. Si può forse addirittura dire che il provare compassione sia già una forma di poesia che ha un urgente bisogno di esprimersi in parole. La sofferenza diretta e viva si distingue da quella indiretta anche perché non desidera parole, almeno non nel momento in cui viene provata. Rispetto a quella conclusa, la sofferenza ancora aperta è timida, riservata e silenziosa."

Una posizione classica. La ferita fresca non serve a nulla. La letteratura è distacco e rielaborazione: il famoso secondo sguardo attraverso cui si coglie il senso autentico del dolore. Ma è davvero così? Qualcuno potrebbe domandarsi in cosa consiste questo "senso" — se ci guida verso una verità superiore. E potrebbe anche dire che questa verità non esiste. Il dolore vero fa schifo. Semplicemente ci ripugna, e non c'è niente di bello in esso. Se dovessimo comunicare continuamente qualcosa di simile, ne usciremmo distrutti: se ogni riga contenesse l'esatta quantità di sofferenza provata in origine, il mondo bandirebbe la letteratura con ogni ragione.
Dunque, l'unico modo per trattare il dolore sembra essere l'estetizzazione: a patto che non la si intenda come ermeneutica. E a patto di avanzare coi piedi di piombo.

2. Nei nostri numerosi discorsi, io e Marco Missiroli abbiamo identificato un nemico comune e sovrano: il patetismo. Cioè, la retorizzazione del dolore. Cioè, la pretesa necessità di estetizzare la sofferenza nel modo più languido possibile. Céline, Da un castello all'altro: "quello che danneggia l'agonia degli uomini è il tralalà... l'uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico... il più semplice." Ecco il punto. Il tralalà si nasconde ovunque: nelle lacrime in diretta, nella commercializzazione delle notizie, nelle similitudini coi cuoricini. Nessuno di noi ne è indenne. Ogni volta che decidiamo di scrivere del dolore, questo rischio si apre come un abisso sotto i nostri piedi. Il materiale dolente ci brucia fra le mani, ed è facile cadere nella vergogna.
Una buona domanda è: perché si è reso necessario tutto questo? Un'altra buona domanda, ancora più essenziale: come si può evitare il tralalà?

3. Facciamo un passo indietro. Si parla sempre della dignità del dolore. Diciamo che quel tale articolo "toglie dignità al dolore della persona". Ma usciamo dalla gabbia delle parole. Perché il dolore è degno? Forse perché è qualcosa di talmente vicino al cuore della nostra esperienza da risultare particolarmente indifeso di fronte alle parole. Dignità significa rispetto, e rispetto, il più delle volte, si traduce in silenzio. Dagerman dice che "La sofferenza, una volta sofferta, non deve più esistere." Ma c'è qualcosa che ci spinge costantemente a ricordarla e dipingerla, e l'unico modo per farlo è tramite i simboli. La distanza fra letteratura e dolore è la distanza che separa ogni forma di simbolizzazione umana rispetto alla vita. Il destino dell'uomo è il destino del concetto — del simbolo. Questo velo viene imposto per primo da Kant, ricordato dal cherubino di Kleist, teorizzato da Cassirer e da molti altri. Una teoria della conoscenza come mero rispecchiamento è fallace, e questo vale anche per la letteratura. Dunque l'unico modo per rappresentare degnamente il dolore è accettare la distanza che ci separa da esso. Resta da capire quanto tale distanza sia ampia, e quanto ci sia concesso ampliarla o ridurla.

4. Io la vedo così. Gli unici modi onesti per trattare la sofferenza sono mettere in atto un'estetizzazione il più perfetta possibile (ma che non tradisca la materia pulsante da cui trova origine, e cioè che non sia fine a se stessa), oppure cercare di ridurre questa distanza al minimo. Esempi del primo caso sono La più lucente corona di angeli in cielo di Rick Moody, o la parte finale di Molto forte, incredibilmente vicino di Safran Foer: entrambe le opere sono strazianti, ma sono anche un capolavoro di estetizzazione. La strada di McCarthy paga allo stesso modo il dazio a questa distanza.
I casi opposti, di mera e cruda rappresentazione della sofferenza, sono pochissimi. Posso citare la morte del cane di Robert Neville in Io sono leggenda. Il cane muore, stop. Ancora meglio: il suicidio del bimbo ne La prova della Kristof. Lì il dolore si vede e basta. (Potrei includere anche Uccidere un bambino di Dagerman, e la rappresentazione iperrealistica della paranoia in Burroughs).
Quindi ecco i corni del problema. O un'arte impeccabile, o un'arte totalmente sincera. Non se ne esce. Ogni via di mezzo impedisce un'autentica rappresentazione del dolore. Su questo rasoio si misura tutto. Il nostro giudizio e la nostra onestà intellettuale.

5. Dunque come si evita il tralalà? Come preservare la dignità del dolore? Con la presa di coscienza. Qualsiasi letteratura che voglia avvicinarsi al sacro mistero della sofferenza deve accettare la dicotomia fra estetizzazione perfetta e tentato avvicinamento. Penetrarla, assorbirla, tenerla sul petto come un talismano. E ricordare che di fronte al dolore sarà sempre un passo indietro: le sue parole non avranno mai speranza di coincidere con esso.

[pubblicato in origine su Il crise]

(24/03/08)

La domenica dello scrittore

Colazione in un baraccio di Viale Monza o dintorni. Caffè e brioche integrale. I vecchi attaccati alle macchinette mangiasoldi. Tagliare giù per Via Pasteur e tornare a casa. Controllo della mail e lettura dei blog. Sbobinatura di un'intervista a Karkadan, rapper tunisino, per il libro di TerrediMezzo. Sigarette in cucina con gli altri. Acqua a canna dalla bottiglia. I Giardini di Mirò - Dividing Opinions. Nutshell degli Alice in Chains. L'ultimo Baustelle. Rileggere un brano di Stig Dagerman per un pezzo su letteratura e dolore che sto scrivendo. Tornare a sbobinare. La pila dei libri da leggere e quelli in lettura. L'ansia delle cose da fare. Altre mail. Una passeggiata breve sotto il cielo grigio, magari un caffè, guarda com'è deserto il quartiere di domenica. I Sonic Youth. Devo assolutamente finire i Frammenti di Novalis e rimettere mano al romanzo. Un'occhiata costante ai risultati delle partite. (Troppe cose da parte da leggere, troppo poco tempo). Appunti sparsi su un foglio a destra. Una lettera da spedire domani. Deftones, Hole in the Earth. Pollo e patate al forno. Lista: tenere i contatti, finire articolo, un titolo possibile per un lavoro futuro, scrivere a x e y. Alle sei e mezza i gol, mi raccomando. Danilo: "Uno non muore per l'eroina, muore perché l'eroina ti porta a non mangiare e non lavarti. Muore per inedia. Ma se uno si prende un personal trainer da eroina, che ti costringe a fare tutte le cose che normalmente non faresti, allora sì che è uno sballo." Cancella con una riga le cose ricopiate. Chissà quando e se capirò i Dillinger Escape Plan? Due messaggi da leggere. Beckett: Fallire, provare di nuovo, fallire meglio. Magari più tardi una birra, se proprio ci scappa. "Solo un pazzo può incollare sul muro un segnalibro di Topolino, una foto dell'Inter e un'immagine di Kafka." Prima che arrivi la primavera devo assolutamente trovare una bici usata. Ritelefonare a quel giornalista. Settimana che viene mi toccherà lavorare come un cavallo. "Giò, va' che a 'sto giro ti tocca la cucina." Che ne pensa di un romantico a Milano?

(09/03/08)

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