Ripartenza

Da oggi parte ufficialmente il blog di Novalis. Ho appena postato la prima delle "bonus tracks", in attesa dell'uscita del romanzo - il 24 settembre.

(01/09/08)

Via Padova, i libri antichi e le calze

Ieri, verso le 20.30, sono con il Trincia a bere una Moretti al parco ex Trotter, in via Padova, a due passi da casa. Ci godiamo il fresco serale e il casino dei bambini che giocano a pallone. A un certo punto vediamo un vecchio, piuttosto cicciotto, che caracolla lungo la strada del parco. Caracolla, caracolla e poi si ferma. Ci guarda. Noi abbassiamo lo sguardo. Quando lo rialziamo il vecchio è sempre immobile, guarda verso l'uscita, ritorna a guardarci.

"Che vorrà?", dico.

"Non lo so", dice il Trincia. "Spero solo che non ce lo faccia vedere."

"Scusate", grida il tipo. "Siete italiani?"

"Sì."

"Potete aiutarmi? Ho il Parkinson."

Ecco. Lo prendiamo per le braccia e lo aiutiamo a sedersi sulla panca con noi. Il vecchio comincia a parlare. Salta fuori che è un ex operaio dell'ATM, di origine siciliana, appassionato di teatro e libri antichi. Il Trincia, rinomato dandy e dottore in Storia del Teatro, entra subito nella discussione. Cominciano a sciorinare un numero incredibile di nomi di attori e registi dei quali ovviamente non so nulla. Poi il vecchio si ricorda di me e mi chiede cos'ho studiato. Filosofia, rispondo. Filosofia, dice lui. Sì. Mormora qualcosa a proposito di Socrate, e poi ci chiede se siamo mai stati in Sicilia. E' siciliano. Sì, diciamo, ma siamo di nuovo interrotti. Ricomincia a parlare di teatro. Degli spettacoli all'Accademia e all'Elfo, e del fatto che tutte le lampade dell'Accademia dello Spettacolo le ha fatte lui. Proprio lui. E dove siete stati in vacanza? Nei Balcani, rispondiamo, abbiamo girato per... "Ah", dice il vecchio, "i Balcani! Una volta a Zagabria ho preso la sbronza più grande della mia vita. Mi sono svegliato nell'albergo senza ricordare come e perché e chi mi avesse portato lì. E il mio socio era sparito. Ho pagato anche per lui e me ne sono andato. Che roba, gente."

Andiamo avanti così per un po', fra aneddoti e tiramolla. Nel parco si fa buio e i bambini cominciano a sciamare verso casa. A un certo punto il vecchio dice: "Be', ragazzi, si è fatto tardi. Se non avete piani per la serata, venite a bere un caffè da me." Sorride. "Oh, a mezzanotte vi sbatto fuori, eh."

Guardo il Trincia. Il Trincia annuisce. Ora, se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è la seguente: mai fidarsi di nessuno, ma fidarsi delle storie buone. Questa sembrava una storia buona. Magari in casa del vecchio c'era un russo di cento chili pronto a farci a pezzi e rivendere i nostri organi al mercato nero - ma più probabilmente, no. Quindi prendiamo il nostro nuovo amico per le braccia, lo aiutiamo a uscire dal parco, e ci incamminiamo lungo via Padova. Il meccanismo è il seguente: il vecchio si appoggia alle nostre braccia, respira a lungo, prende una specie di rincorsa mentale e poi parte. Quando parte cammina piuttosto spedito. "Il problema è nel cervello", spiega, "non nelle gambe." In genere tira per una trentina di metri, poi si appoggia a un palo della luce o a una saracinesca, e si ricomincia. All'altezza di via Leoncavallo il vecchio è a pezzi. Chiede se possiamo prendere il bus. Mentre aspettiamo la 62 gli dico che forse è il caso di riguardarsi un po', dato che mi sembra abbastanza provato.

"Già", dice lui. "Sono proprio un demente."

"E se non avesse incontrato noi?", chiede il Trincia.

"Eh. Sarei tornato a casa più tardi."

L'appartamento del vecchio è in un palazzo popolare e l'unico modo per definirlo è - be', il tipico appartamento da vecchio. Piccolo, con un odore lieve ma persistente, ordinato nel modo anonimo con cui mettono in ordine le badanti, e infinitamente triste nei suoi particolari. Dappertutto ci sono libri antichi. Coste di libri antichi, quartini di libri antichi, fogli sparsi di libri antichi. Il vecchio ci fa accomodare in cucina. Chiede al Trincia di prendere dell'acqua dal frigorifero e tre bicchieri. Mentre beviamo tira fuori una cinghia di pelle e mi chiede di allacciarla alla sua gamba destra, all'altezza della coscia.

"Perché?", chiedo.

"Mi serve per camminare. Adesso ti faccio vedere. Tu allaccia."

La stringo e la chiudo con la fibbia. Il vecchio mi porge il capo della cintura, posiziona le mani contro la sedia, e poi dice: Tira! E io tiro. Il vecchio fa un balzo in avanti e comincia a camminare. Tira, tira!, e io tiro, e la gamba avanza regolarmente ad ogni strappo. Il Trincia mi guarda stupefatto. Anch'io stento a crederci. Eppure siamo qui: in una casa popolare di un quartiere a nord di Milano, un giovedì sera di agosto, a far camminare un vecchio sconosciuto ansioso di mostrarci un vocabolario dell'Ottocento su carta del Settecento e altre amenità, come edizioni antiche di Pinocchio o una Vita dei santi. Il vecchio fa un piccolo balzo e atterra sulla poltrona della sala. Ci mostra i suoi attrezzi da rilegatore dilettante. Sul tavolo della sala c'è qualche libro sventrato e pronto per essere incollato o ricucito. A intervalli regolari un treno scuote le imposte. La casa è proprio a due passi dalla ferrovia della Centrale. Il vecchio ricomincia a parlare di teatro e cinema e di com'era Milano negli anni '60 e del fatto che la prima volta che lui è arrivato qui ha chiesto una camera in affitto all'Isola ma il padrone era titubante perché lui era meridionale, e poi chiede se qualcuno di noi sa come era possibile proiettare dei film senza l'uso di lampade elettriche. Come cazzo facevano?

"Con delle candele?", butto lì.

"Con delle lampade a gas", dice il Trincia.

"Bravo!", grida il vecchio. "Lampade a gas! Sei l'unico che ci è arrivato." Sorride, si asciuga il sudore dalla fronte. "Siete due brave persone. Venite che vi regalo una cosa." E mi porge di nuovo il capo della cinghia. Tira! Tiro. Arriviamo in quella che dovrebbe essere la camera della badante. Il vecchio scartabella sullo scaffale. Tira fuori un libretto d'opera per il Trincia, e glielo porge.

"Tieni. Sei contento?"

Il Trincia lo sfoglia, dice: "Certo. Ma non posso accettare. Sembra che le stiamo facendo un favore in cambio di qualcosa."

"Prendilo e non piangere."

"Okay. Grazie."

Il vecchio mi guarda. "E a te cosa posso dare?... Mi hai detto che suonavi la chitarra, no?"

"Sì."

Scartabella ancora un po': questo no, questo no... questo. Mi passa un canzoniere d'inizio Novecento, pieno di pezzi come La permett? (in dialetto) o La fontaine. Idylle pour piano. "Sei contento?", chiede.

"Sì, ma davvero. Non ci deve niente. Non si preoccupi."

Il vecchio ci guarda, mastica qualcosa a vuoto. "Ragazzi. Diciamolo chiaramente. Io sono solo e sto morendo. Non posso andare avanti a vivere così. Mi fa piacere regalarvi qualcosa. Mi avete fatto compagnia."

Abbassiamo la testa. Passa un altro treno.

"Non piangete, però, eh."

Prima di uscire mi chiede se posso fargli un ultimo favore. Dice di cercare dei guanti di plastica nell'armadietto. Comincio a temere che mi chieda di pulire il cesso o qualcosa di simile. Li cerco e non li trovo. Il vecchio sbuffa.

"Volevo solo che mi aiutassi a togliere le calze. Da solo non ci riesco."

"Ah, è quello. Okay."

Mi abbasso e gli tolgo le calze. Sono strette al polpaccio e devo fare forza per calarle. Scuoia, scuoia!, dice il vecchio. Scuoio. Le butto in un angolo. I piedi sono gonfi di gotta e puliti. Vado in bagno, mi lavo le mani. Il Trincia mi aspetta in corridoio con i libri sottobraccio. Il vecchio rimane crocifisso contro lo stipite della porta, a piedi nudi, e ci sorride. Be', ragazzi, ci vediamo, eh?

Fuori, Via Leoncavallo e dintorni hanno un'aria ancora più metropolitana e violenta del solito, sembrano un inserto della Los Angeles anni '80, o forse è solo suggestione. Quando torno a casa cerco di ripensare all'assurdità della cosa, ai libri antichi, alle calze, al fatto che in via Padova il concetto di "serata normale" è statisticamente molto fragile. Invece non penso proprio a niente. Mi siedo sul balcone, accendo una sigaretta e guardo i lampioni.

(22/08/08)

Cose strane che ho visto in via Pasteur

Questo è un elenco di tutte le cose strane che ho visto in via Pasteur a Milano, più o meno da marzo a oggi.

Un tizio che pisciava in mezzo alla strada (non sul marciapiede, in mezzo) alle 13 di una domenica.

Una eroinomane piena di lividi che giaceva riversa sul marciapiede (quando sono passato, un ragazzo aveva appena chiamato l'ambulanza).

I resti di qualcosa che era stato bruciato, e non si capiva bene cosa, ma assomigliava vagamente a una poltrona.

Un divano-letto Ikea con sopra tre bottiglie di Heineken da 66cl.

Un vecchino in canottiera bianca, a metà ottobre, che camminava saltellando e ridendo.

A ciò va aggiunto quello che ha visto Danilo qualche sera fa, e cioè due energumeni che facevano da palo a un ragazzo che rubava un motorino in una traversa.

Poesia

Comincia come deve sempre cominciare, come le poesie imparate da bambino e che sembravano poi tutte uguali, endecasillabi e rime baciate, uno schermo che nascondeva le vere pulsazioni, un cuore profondo che nessuno ti insegnava a cogliere. E così siamo tornati ubriachi persi alle quattro del mattino, bevuto l'ultima birra al baracchino della piazza, fra i barboni che dormivano sulle panche di pietra e le portiere aperte da cui pulsava una musica breve, abbiamo pisciato in faccia a questa Milano di mezza estate, le stelle coperte dalle troppe luci, e il giorno rieccoci come pellegrini in qualche bar da sessantenni, a buttare giù caffè per rimettere il cervello in funzione, pastiglie di vitamina B, gli immigrati in attesa del bus: e chissà se era questo quanto volevamo da piccoli, o se in fondo c'è qualcosa nella giovinezza che cerca sempre di trovare il suo opposto: chissà se è davvero peggio scavare ancora più a fondo, fare la benedetta fiammata dove carne e spirito bruciano una volta per tutte: domande, domande, eppure qualche istante ed eravamo di nuovo all'aria aperta, improvvisamente in un parco o altrove, a guardare la luce spaccata dai rami e dalle foglie, i nugoli di bimbi intorno e il morso della ghiaia sotto i sandali: e lì forse, in qualche modo imprecisato, secondo una dinamica che mai sarà chiarita ma che somiglia a certi momenti avuti in viaggio, a vent'anni, in una città del sud o dell'est, il primo bicchiere in un bar con gli zaini a terra, la trama della lingua straniera - secondo una dinamica non lontana da quei momenti ma certo diversa per intensità e innocenza, abbiamo sentito che la poesia è cosa semplice su questa terra, la sua porta è aperta a ogni disperato e violento: ma già era pomeriggio, e poi sera, e la città reclamava i suoi diritti battendo il pugno sul petto d'asfalto, ed eccoci che sciamavamo verso casa con le mani in tasca, e dov'era finito tutto, dove quell'istante, dove la certezza che tutto sarebbe cambiato, dove i vecchi eroi - dov'erano finiti poi i nostri vent'anni, chi lo sa dov'erano finiti.

(29/07/08)

Disimparare

Arriva un momento in cui, riflettendo sulla quantità di tempo passato senza essere felice - senza essere, per la precisione, in grado di gioire davvero di alcunché, o di godere di un periodo di serenità ragionevolmente lungo -, arriva un momento in cui uno si domanda con molta pacatezza e tranquillità se la felicità sia una cosa che si può disimparare, e se questo disimparare - unito a una serie di condizioni per cui non sembra auspicabile alcun mutamento, e al passare degli anni che rende sempre più cinici e incapaci di meraviglia - se questo disimparare non porti a un'esistenza definitivamente priva di felicità (anche se forse non per questo totalmente infelice) - un'esistenza segnata, come quella di chi, dopo una brutta malattia in un'età dove il corpo non reagisce a pieno, porti i segni di tale male fino alla morte.

(13/07/08)

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