Un etto e mezzo di rassegna stampa

Ecco le ultime nuove dal web attorno a Novalis:

Qui una recensione di Renzo Stefanel.

Qui la recensione di Abo sul suo blog Mondobalordo.

Sul numero 92 di ARPAMagazine trovate un pezzo di Carlotta Vissani sul vostro.

E infine, una lunga e oserei quasi dire definitiva intervista su Metallized.it a cura di Francesco Gallina.

Nel frattempo, Babele 56 continua a mietere recensioni. Fra le ultime, un gran bel pezzo di Paolo Bianchi su "Il Giornale" del 17 dicemebre, e oggi uno short di Gudio Vitiello su Internazionale (a pagina 78).

(19/12/08)

Playboy

ImageE' in edicola l'edizione italiana di Playboy. L'ha comprata il Secco una decina di giorni fa. Ieri sera me la sono letta quasi tutta. Nell'editoriale, Hugh Hefner dice che Playboy ha "puntato tutto su un semplice slogan: Intrattenimento per Uomini". Gesù, ho pensato. Forse non sono il tipo adatto per questa rivista. Mi piacciono le belle donne e mi piacciono le tette, ma a parte questo il mio ideale di "intrattenimento" è un pub dove la birra è gratis e si può leggere o far caciara 24 ore su 24. Non esattamente un ideale da playboy, appunto.

Comunque. La rivista non è affatto male. Il numero si apre con un pezzo su Jenna Jameson; seguono le solite paginette strapagate e scritte in dieci minuti (Alberoni, Sabelli Fioretti e compagnia); poi finalmente si entra nel vivo degli articoli. Il prevedibile pezzo sulle auto, poi Caterina Murino, Casanova, Bryan Adams e il Sexy Gate. Roba carina, scritta bene, conosco il genere: ammiccante il giusto, nemmeno troppo, un buon gusto generale che riappacifica con il mondo. Il pezzo di Stefano Gallerani su Saviano però ha una marcia in più. A pagg. 60 e 61 leggo: "come si misura l'impegno intellettuale di uno scrittore? L'infittirsi di scritture ibride in cui il romanzo si mescola al reportage è il segnale inequivoco, o il sintomo, di un bisogno di confrontarsi con l'urgenza - e la violenza - dei fatti reali, di un ritorno - e siamo all'ultima espressione - della realtà." Segue citazione dal recente dibattito di Cortellessa su "La Stampa". Minchia, penso. Ma è Playboy o Nuovi argomenti?

Da metà in poi torniamo sul classico. La playmate, pubblicità come se piovesse, Jovanotti (figuriamoci), Daniel Craig e poi giù di foto di ragazze europee alla Playboy Mansion. Ma anche qui, perso fra le pagine, c'è un bell'articolo su Silvano Usini, ex pugile, ora di nuovo meccanico: tirato, vecchio stile, fico. Chiudono consigli su locali, beveraggi e vacanze.

Dunque, com'è Playboy? Boh. Non sembra affatto male. Non credo lo leggerò di nuovo - ho una discreta antipatia per i patinati generale - ma mi piacerebbe scriverci un pezzo. Del resto, a chi non piacerebbe? Anche nel cuore di ogni nerd semialcolizzato si nasconde la necessità di sentirsi un uomo intrattenuto, uno capace della battuta giusta, uno che vede in Hefner la realizzazione di ogni sogno possibile. O forse no.

In ogni caso, non c'erano poi così tante tette.

(18/12/08)

Risposta a una Non risposta

 

Caro Andrea,

 

ti ringrazio per la tua lettera, che è ancora più bella perché pubblica e non privata - e non poteva essere altrimenti, dato che si tratta di temi e problemi che riguardano chiunque e non solo noi due.

 

Cosa posso dirti. Mi sembra che tu inquadri molto bene il succo della questione, e non pensavo che le mie parole ti avessero accompagnato così a lungo in questi mesi. Ne sono lieto, perché le considerazioni mi danno la possibilità di riprenderle e ricucirle con altre idee che nel frattempo ho cercato di coltivare.
Comincio dall'indignazione e dal senso di rifiuto. L'indignazione è una virtù importante. Significa che siamo ancora in grado non solo di vedere, ma di soffrire in prima persona per un deficit di etica, di rigore, di bontà, di valore, di decenza. (Gli esempi, specie in Italia ma soprattutto nel mondo, sono fin troppo numerosi: e in questa lettera non farò esempi). Ciò detto: il mio registrare il peggio è un modo di fare del meglio? Voglio sperarlo, finché il mio atto di registrazione è condotto in modo critico. Il che significa: non limitarsi alla lamentela, né semplicemente puntare il dito, né soltanto indignarsi. Ma esercitare l'arte della decostruzione, dell'analisi razionale, della critica appunto. E' un insegnamento che mi diede Kant al secondo anno di università, e che non ho mai più scordato. Proverò ora ad applicarlo.
Scrivi: "Fa tutto schifo, questo è il mio pensiero e lo sai." Molto spesso mi trovo a condivedere questo tuo pensiero. In generale, mi sembra un pensiero emotivamente adeguato. Ma fa davvero tutto schifo? Certo che no. Non fa schifo uscire con la tua ragazza, scrivere, leggere bei libri, cazzeggiare, suonare la chitarra, andare a un concerto, lavorare bene, aiutare un amico, mandare affanculo una persona disonesta, bersi qualche birra in compagnia, ridere, farsi una sega. Si può dire: Fa schifo il contesto. Ma quale contesto? L'Italia? Tutta l'Italia? Anche la gente che si fa il culo e lavora e viene regolarmente presa in giro? Anche la famiglia? L'intera regione? Certo che no. Allora mettiamola così: Il contesto va ristretto a una determinata classe di persone che trovo particolarmente meschine e che hanno un grande potere (in politica, società, editoria, formazione delle coscienze...). Ma è un po' come dire che i potenti sono spesso cattivi. Bella scoperta: c'era bisogno di fare tutto questo casino?
Ironia a parte, io credo che il nostro ripetere "Fa tutto schifo" non sia un enunciato né descrittivo (ma questo lo sai anche tu) né, forse, regolativo (del tipo "Fa tendenzialmente tutto schifo, non proprio tutto ma quasi"). Io credo che in primo luogo sia un enunciato performativo, per dirla con Austin. Dicendo che fa tutto schifo, testimonio la mia indignazione, la mia sensibilità, la mia diversità dal mondo dei meschini. E' il nostro segno della croce laico: di per sé non vuol dire niente, ma simboleggia molto.

 

Quindi l'indignazione e la ferocia sono un buon punto di partenza, ma devono essere comprese fino in fondo, e con grande sincerità autocritica. Da questo punto di vista torno di nuovo sulle tue parole. Scrivi: "Io credo che siamo arrivati a un punto decisivo, a una svolta epocale. Credo che, per motivi soprattutto economici, la spirale di male in cui siamo avvoltolati sia qualcosa che non può che peggiorare." Ti rispondo, in tutta onestà: non lo so e forse nemmeno lo credo. Credo che gli unici motivi per cui ci sia davvero la possibilità di un annientamento rapido siano ambientali - o, alla peggio, nucleari. Quanto a tutto il repertorio di dolore che citi - "è già considerato giusto da molti ghettizzare i bambini stranieri, togliere i figli alle madri, sparare per difendere la proprietà privata, uccidere per pace, sventrare le università, spendere miliardi dollari in armamenti, imbastardire culturalmente la specie con delle soluzioni facili, di consumo" - be', è roba già vista. Prova a rileggere la tua frase: in fondo va bene anche per un qualsiasi anno del 1600, o del 1200, o del 1900, o del 500 a.C. Senza tanti sentimentalismi, queste forme di sofferenza e prevaricazione sono vecchie quanto l'uomo. Solo che ora l'informazione ci permette di averne un quadro più globale, e dunque più inquietante.

 

E allora? E allora, a parte l'inevitabile condanna a voler sperare che il futuro sia simile a un passato idealizzato, non ci rimane che vivere la commedia come se fosse la prima volta. Anche se non lo è. In un certo senso, due commentatori di Platone nel V secolo si saranno scritti lettere simili alle nostre, e forse due giovani poeti nella Spagna del primo Novecento, e forse anche due scultori e irrimediabili e incazzatissimi idealisti nell'Europa del tardo Medioevo: devo sentirmi sciocco e ripetitivo, schiavo di una dinamica per cui sempre si cercherà di cambiare il mondo e in fondo mai ce la si farà? No. Forse dovrei essere felice, perché ho dei fratelli sparsi lungo l'arco della storia, e non sono solo.
Ecco, questo forse è un buon punto di partenza. Non sono solo. Il cumulo di problemi è spaventoso, e ci è toccato in sorte un Paese in una situazione storica obiettivamente molto difficile - non tanto per la crisi, quanto proprio per la meschinità e la bassezza con cui ogni cosa è trattata e percepita. Forse se fossimo nati in Canada saremmo più leggeri. O forse no, chissà. Sta di fatto che, ripeto, non siamo soli, e già questo scambio in qualche modo lo testimonia. Forse dovremmo imparare a essere ancora meno soli: a, come dici tu, "segnalare la necessità di un ampliamento della visione". In ogni campo: quello civile, quello etico, quello narrativo, quello intellettuale, e innanzitutto quello umano e personale. Io credo che si possa raggiungere questa forma di propensione senza rinunciare alla ferocia, ma anzi usandola come carburante.

 

Ho quasi finito. Criticavo, poco fa, la tua idea che si sia arrivati a un punto dove tutto andrà per il peggio. Questo mi sembra pessimismo, e sebbene io spesso mi dica pessimista, ho sempre creduto che tale visione delle cose sia molto riduttiva e molto facile - come il suo opposto, ovvio. (Per questo preferisco essere definito un "lamentoso", e credo concorderai con me!). Il pessimista e l'ottimista sono due figure poco fondate, in fondo. Da un punto di vista strettamente logico, né l'uno né l'altro possono evitare la difficoltà di Hume: entrambi si basano sull'induzione, ed entrambi pretendono che ci sia una legge di fondo (una legge razionale, che va verso l'alto o verso il basso) nello sviluppo storico degli eventi. Ma l'induzione non è pienamente giustificabile, e l'idea di una logica della storia è quanto di più controverso ci sia. Anche tentativi interessanti di studiarla - Marx, Spengler, Benjamin - restano comunque tentativi, tracce, idee, cose che hanno un valore più investigativo che di certezza, o quantomeno di convinzione. La fisiognomica storica di Spengler mi apre nuovi orizzonti, ma non posso dirmi spengleriano - sarebbe un atto di fede acritica, e la fede acritica non porta a buone cose. Porta quasi sempre cose molto cattive. E in fondo, un atto di fede si basa su una preferenza personale, non per ultimo un'intera biografia. Il che significa, fra le altre cose, ammettere che il tuo passato possa determinare per intero il tuo futuro, buono o cattivo che sia. Un po' triste, non trovi?

 

Arrivo al punto chiave. Tu dici di non vedere l'amore in molti ottimisti. E' vero. L'ottimista, in un certo senso, non ha il problema di dover amare il mondo, perché il mondo andrà comunque il meglio. Ed è facile amare nella sicurezza: troppo facile, forse. Il pessimista, d'altro canto, è condannato alla disperazione: per quanti sforzi faccia, il futuro sarà sempre peggiore del presente. Questa disperazione può portare facilmente a un eroismo crudele, una sorta di compiacimento dell'emersione del buono anche attraverso il male assoluto.
Il mio compito per diventare grande, la mia speranza, è dimenticarsi di queste due vie. Tagliare il bivio entrando nel folto del bosco. Non voglio credere che il mondo andrà peggio o che il mondo andrà meglio in senso metafisico. Voglio basarmi su dati di fatto concreti per cui senz'altro ci sono rischi ambientali ed economici con cui fare i conti, e senz'altro ci sono possibilità per fronteggiarli. Diventare grande, per me, significa imparare ad essere responsabile prima di tutto dei fatti, senza voler per forza sovrapporre delle interpretazioni così violente come quelle che ho sempre avuto durante gli anni passati.
Un modo di dire questo è: imparare un equilibrio difficile. Un modo forse più scontato, ma che sento molto mio in questi giorni, è: imparare ad amare di più, e pensare di meno.

 

Ti abbraccio,

 

Giorgio.

 

(04/12/08)

Due note a margine delle integrazioni al decreto Gelmini

Leggo su "La Stampa", oggi, sabato 29 novembre 2008, che il Senato ha dato il primo sì al decreto Gelmini. Il decreto, tuttavia, ha accolto alcuni emendamenti proposti da Pd e Idv (i quali però continuano a contestare l'operazione nel suo insieme). Dunque, a me interessano in particolare due punti, elencati nell'articolo sotto i titoli Reclutamento e Meritocrazia:

1. "Reclutamento. Si tenta una stretta sulle baronie: le commissioni per diventare professori ordinari o associati saranno costituite per sorteggio: 4 membri su una platea di 12 ordinari e un solo professore nominato dalla facoltà che bandisce il posto. Analogo il criterio per i ricercatori."

A mio avviso, non funzionerà. Il problema del baronato è talmente irrelato all'intero sistema universitario italiano che non può essere annientato su base locale. Una commissione per sorteggio significa soltanto fare qualche telefonata in più, organizzare su scala diversa la designazione del candidato. (Per chi non lo sapesse, i concorsi universitari funzionano regolarmente ad personam: vengono banditi per far ottenere un posto al designato. Ne parlavo più o meno un anno fa qui). Quindi, a conti fatti, è una norma facilmente aggirabile.

(Ah, non commento il "Si tenta una stretta". Si tenta? Gesù...).

2."Meritocrazia. Alcuni emendamenti, presentati dal relatore Giuseppe Valditara, introducono dei criteri stringenti di meritocrazia: deve essere fatta una anagrafe delle pubblicazioni scientifiche di ciascun docente o ricercatore, deve essere redatta una relazione annuale sulle attività di didattica e di ricerca [...]."

Sulla carta è un ottimo punto. Negli ambienti universitari virtuosi - il mondo anglosassone su tutti - funziona precisamente così. In Italia ci sono professori che non pubblicano articoli da anni, delegano la gestione della cattedra a dottorandi, borsisti o cultori della materia, e continuano tranquillamente a intascare il loro grasso stipendio. (L'unico obbligo che hanno è quello dei corsi e di una certa presenza in università. Beninteso, non voglio dire che tutti i professori facciano così. Ma c'è senz'altro una fetta - l'ho constatato io stesso come studente - che approfitta biecamente di questa logica). Qual è però il problema di questa "meritocrazia"? Che, di nuovo, è aggirabile. Un docente può sempre industriarsi per pubblicare qualche nota di discussione o qualche articolo di bassa lega - sostanzialmente degli outtakes - e sfangare il problema dell'anagrafe. In altri termini, andrebbe costantemente vigilata la qualità della produzione scientifica. La bibliometria nuda e cruda non è un metodo sempre funzionale. Probabilmente l'emendamento prevede un argine (in realtà le Linee guida non dicono granché al riguardo), ma ci si può di nuovo domandare: chi custodirà i custodi? C'è un ottimo pezzo di Giuseppe Lipari, qui, dove viene sollevata criticamente la questione di come si può giudicare la bontà di un lavoro di ricerca. (Lipari fra l'altro dice che "se utilizziamo esclusivamente sistemi automatici di misurazione, invece di incoraggiare la ricerca di eccellenza rischiamo di incoraggiare ricerca mediocre, o addirittura sporchi trucchetti per manipolare i numeri." Proprio quello che intendevo).

Quanto alla didattica, io credo che un buon modo di cominciare sia quello di far giudicare agli stessi studenti l'operato di un professore. A fine corso, ogni studente regolarmente frequentante compila un modulo dove valuta la bontà o meno dell'insegnamento — la qualità dei temi, il modo in cui sono stati affrontati, la disponibilità del docente, la sua chiarezza, i testi raccomandati, eccetera. Ovviamente questo presuppone anche una grande buona fede da parte degli studenti. Quanto si è visto in questi giorni — il movimento dell'Onda — lascia ben sperare. Ma si possono facilmente immaginare scenari di ripicche, moduli compilati negativamente solo perché "quello è uno stronzo" e, di converso, falsificazioni di massa dei suddetti moduli... Eccetera eccetera.

Allora la meritocrazia è impossibile? No. La meritocrazia è possibile, anche se non è affatto una scienza esatta. Esaltarla come un concetto già chiaro a priori, però, è sbagliato (o comunque non producente). Bisogna calarla nel contesto concreto dell'università italiana per come è, e cercare una modalità di verifica che in primo luogo eviti gli "sporchi trucchetti". Compito senz'altro difficile, ma anche fondamentale per qualsiasi buona legislazione sulla ricerca.

Ci si può infine domandare, con una nota d'amarezza: ma cosa c'è che non va da noi? Perché negli USA o in Inghilterra queste porcate generalmente non ci sono? È la domanda migliore, e a mio avviso racchiude il vero nocciolo del problema, che è di portata universale — ed è il solito, vecchio problema di questo paese. Per ogni legge immediatamente si trova il modo di aggirarla. Un cambiamento della legislazione dovrebbe presupporre un cambiamento di etica intellettuale, un'onestà di fondo da parte di studenti e professori, un tentativo concreto di non scegliere sempre la via di comodo e la mafietta personale. Ma, ahimè, il Belpaese è noto proprio per queste due ultime caratteristiche.

(29/11/08)

Il lavoro e i giorni

Giusto per continuare la messe di pubblicazioni di questo autunno e intasare le librerie con il mio nome, segnalo l'uscita de Il lavoro e i giorni, a cura di Mario Desiati e Stefano Iucci. Titolo quasi esiodiano, contenuto molto meno: si tratta degli interventi raccolti su "Rassegna sindacale" attorno al tema del lavoro e del precariato. Venti bravi scrittori, venti buoni pezzi. Il mio si chiama "Il problema della semplificazione", e lo trovate anche qui nella sua versione originale.

(24/11/08)

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