Abitare illegale: intervista ad Andrea Staid

Per lungo tempo la casa è stata soprattutto una soglia. Si è abitato sulla porta e per strada, più che chiusi fra quattro mura; e si è costruito di persona invece di entrare in luoghi già predisposti. Da un paio di secoli tutto è cambiato. Spesso in peggio, visto che l’inurbamento selvaggio e centralizzato ha portato a segregazione, diseguaglianze, e un’involuzione del rapporto fra uomo e ambiente. Ma in parallelo si sono sviluppate anche forme di resistenza e creatività a questo concetto uniformato dell’abitare: l’architettura vernacolare, l’autocostruzione, l’occupazione di spazi inutilizzati, ecovillaggi, le comuni, i campi di rom e sinti.

Nel suo recentissimo Abitare illegale (fresco di stampa per Milieu), l’antropologo Andrea Staid racconta proprio tale varietà di pratiche: e ne restituisce non soltanto l’originalità, ma anche il valore esemplare. Per chi desidera immaginare una società diversa, queste esperienze sono tutt’altro che esperimenti marginali o forme di escapismo: sono invece suggestioni per il futuro, feconde di possibilità pratiche.

Nell’introdurre il volume, Marco Aime ricorda che “ogni spazio di abitazione risponde non solo a esigenze di tipo pratico, ma rappresenta un importante spazio che viene caricato di simboli”. In effetti i fenomeni legati all’autonomia abitativa sono numericamente marginali, in Occidente; ma tutt’altro che secondari da un punto di vista simbolico. L’analisi di Staid parte proprio dal riconoscimento che non c’è una sola maniera di vivere uno spazio, nonostante la predominanza di un unico modello: quello della casa creata da altri secondo norme statali, e quindi presa in affitto o comprata. Tutte le modalità che esulano da tale modello possono apparire aberrazioni; ma per l’autore testimoniano “un vero atto di resistenza all’omologazione”.

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(29/03/17)

Reading musicato a CaLibro

Il 30 marzo torno a CaLibro, un festival cui sono molto legato. La serata di apertura sarà dedicata ai reading musicati: ci saranno Paolo Cognetti con i Fuko e Claudia Durastanti con Laura Mancini; io scendo con il mio musicista di riferimento e migliore amico, Matteo Pirola.

Leggerò una selezione di brani tratti da Un solo paradiso, con musiche originali di Matteo ad accompagnarmi. Tengo molto a questo evento, anche perché è la prima uscita di un progetto cui stiamo lavorando io e lui, e del quale - se tutto va come dovrebbe - vi parlerò in seguito.

Ma date un'occhiata all'intero programma del festival di Città di Castello, come sempre di altissima qualità.

(28/03/17)

Il diritto digitale ad abitare la città

Come si abita oggi una città? Per orientarci ricorriamo a Google Maps; per avere suggerimenti su dove mangiare consultiamo TripAdvisor o Yelp; per cercare un posto dove dormire, AirBnb o Hostels.com; e così via. Basta riflettere un istante per riconoscere l’elusività di una linea che separi lo spazio materiale e quello digitale. In apparenza queste applicazioni sembrano del tutto innocue, meri servizi; ma nascondono delle dinamiche di controllo con pesanti ricadute sulla città “in carne e ossa”. Per valutare correttamente questo lato oscuro dell’informazione urbana, però, occorre un atteggiamento diverso nei suoi confronti.

Nel 1968 Henri Lefebvre pubblicò un testo seminale al riguardo, Il diritto alla città (oggi edito in Italia da Ombre Corte). Secondo il sociologo francese si trattava di rivendicare una maniera di abitare ispirata all’autogestione e alle comunità cresciute dal basso. Invece di demandare sempre il controllo degli spazi alle autorità – che molto spesso si limitano a cercare accordi con le élite economiche – occorre riappropriarsene in prima persona, di quartiere in quartiere. Ora, è fuori discussione che ci sia bisogno di politiche inclusive e un approccio più egualitario. Il crescere delle diseguaglianze, la segregazione delle zone periferiche e la progressiva riduzione di spazi pubblici a favore di enti privati conferma tutta l’attualità di queste tesi. Ma come abbiamo visto e come verifichiamo ogni giorno estraendo uno smartphone per strada, il nostro modo di vivere la città è cambiato a un livello più profondo. Il che suggerisce un aggiornamento dell’intuizione di Lefebvre.

È quanto propone un gruppo di ricercatori americani nel recentissimo pamphlet Our digital rights to the city (Meatspace Press), curato da Joe Shaw e Mark Graham. Il breve volume, scaricabile gratuitamente online, raccoglie una serie di contributi ispirati al rapporto fra potere delle tecnologie e forme dell’abitare metropolitano. Se Lefebvre difendeva il «diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare, il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione», questi studiosi ne aggiungono un altro ancora. Il diritto digitale, appunto: la possibilità di gestire i propri dati relativi al vivere urbano, invece di darli in pasto a Google & Co.; e ribadire la politicità di queste informazioni.

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(20/03/17)

L'ossessione di avere ragione

"E tu, per gli dei, non ti vergogni di presentarti ai Greci come un sofista?".

Così Socrate a Ippocrate, mentre si dirigono a rendere visita a Protagora nell'omonimo dialogo platonico. Ippocrate vuole diventare un sofista; anche se ammette che sì, un po’ se ne vergogna. E poco dopo ammetterà anche di non sapere di preciso cosa sia questa professione di "maestro del sapere". Socrate lo rimprovera:

si rischia molto di più nell'acquistare gli insegnamenti che non i cibi. I cibi, infatti, e le bevande, una volta acquistati dal venditore o dal commerciante, si possono portare via in altri recipienti. Prima di berli o mangiarli si può, dopo averli riposti in casa, chiedere consiglio, domandare a un esperto se va bene mangiarli o meno, in quale quantità e quando. In questo modo non si rischia molto nell'acquisto. Al contrario, non è possibile portar via le conoscenze in un altro recipiente, ma, dopo aver pagato il prezzo pattuito, acquisito e ricevuto l’insegnamento nell'animo bisogna andar via o con un danno o con un beneficio.

Ma subito aggiunge un invito fondamentale: "esaminiamo dunque queste affermazioni anche con coloro che sono più vecchi di noi. Noi, infatti, siamo ancora troppo giovani per risolvere una questione così importante.

Non dice: "Protagora è un furbastro ingannatore, fidati di me"; dice anzi: esaminiamo. E aggiunge, con un eccesso ironico di modestia, che loro due sono “ancora troppo giovani” per cavarsela da soli con una questione tanto importante. C’è dunque bisogno di indagine. C’è bisogno di un dialogo razionale — che purtroppo verrà deluso dal fumo negli occhi creato dal sofista.

Il Protagora è un testo molto attuale. Platone vi fa collidere drammaticamente due figure del pensiero: Socrate, che si impegna con costanza a cercare la verità; e il sofista per cui la differenza tra vero e falso non è così importante: l’importante è trionfare sull'avversario. Ora, un elemento inquietante del discorso pubblico contemporaneo — nel gioco di argomentazioni, nella conversazione digitale e non — è proprio questo: si discute innanzitutto per affermare di avere ragione. Per vincere, per schiacciare l’avversario con cui abbiamo incrociato le armi. Il fine del dialogo non è quello di mettersi alla prova ma di corroborare una posizione — la propria — che già si sa giusta.

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(17/02/17)

Contro il sarcasmo

Nel primo dei due saggi contenuti in L’ordinario e il sublime, Adam Zagajewski riflette sul tentativo di Mann di opporre alla violenza fascista e alla sua mitologia arcaica una forma di ironia «non del tutto inerme, non completamente astratta». E aggiunge che se questo compito aveva un valore preciso negli anni Trenta, oggi si è deformato quasi completamente. Secondo il grande poeta polacco, «l’ironia è una variante piuttosto perversa della certezza». Si è così involuta dal suo uso originario e socratico da diventare spesso una mossa reazionaria: «Non è più un’arma puntata contro la barbarie del sistema primitivo che stava trionfando nel cuore stesso dell’Europa, ma esprime la disillusione per il crollo delle aspettative utopistiche […]. Certi autori usano l’ironia per criticare la società consumistica, altri continuano a lottare contro la religione, altri ancora contro la borghesia. Talvolta l’ironia esprime anche qualcosa di diverso: lo smarrimento in un mondo pluralistico. A volte nasconde solo una certa povertà intellettuale: se non sappiamo cosa fare, di sicuro la cosa migliore è essere ironici. Poi si vedrà».

«Poi si vedrà»: non abbiamo coordinate precise sulla mappa, quindi nel frattempo tanto vale farci una risata. Sia inteso, Zagajewski non banalizza il discorso. Rivendica il bisogno di sentimenti alti e impegnativi, ricordando però la necessità di un’ironia correttiva che impedisca di rendersi elitari. Il suo elogio del concetto platonico di metaxu — l’essere collocati in mezzo, fra materialità e trascendenza — si traduce così in un richiamo alla misura.

E tuttavia il titolo del saggio è In difesa dell’ardore. Perché la nostra epoca è rimasta prigioniera di un unico polo, quello dell’ironia. Aggiungo: l’ha elevata a canone attraverso la sua forma più becera — il sarcasmo. Non amo ricorrere all’etimologia per inquadrare un problema, ma in questo caso è difficile resistere: il termine deriva dal greco sarkasmós, a sua volta figlio di sarkázō, che significa «dilaniare le carni». In tempi poveri di ideali e colmi di rabbia sociale, il cinismo vince con facilità sull’empatia. E il sarcasmo non è che una sua variante: può sembrare innocua, ma nasconde un sottile esercizio di violenza. È possibile mettere in ridicolo qualunque cosa, e lo si fa con gusto. Chi ragiona e dubita è sospetto, perché non partecipa al grande spettacolo della risata senza fine.

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(03/02/17)

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