Perché Batman

Non furono i gadget, l'ingegno, le batmobili, le scazzottate. E nemmeno il nome o il costume. In un certo senso non furono neanche le trame, a sedurmi: mentre sfogliavo i vecchi Batman di mio padre o li leggevo dal barbiere — due o tre albi persi in un mare di rotocalchi — restavo più che altro colpito dalle atmosfere e da quella figura cupa e solitaria, immortalata sopra un doccione. Certo ci sono i grandi capolavori: Il ritorno del Cavaliere oscuro di Frank Miller, Maschere di Talbot, Killing Joke di Alan Moore, o il recente Batman: endgame di Scott Snyder. Ma nelle annate "normali" il fascino di Batman restava per me sempre un po' elusivo. Eppure lo adoravo, lo adoro. Perché?

[continua a leggere sul Corriere della sera]

(15/06/19)

Kafka sulla Luna

Molti manoscritti appartenuti a Max Brod, ritrovati dalla polizia tedesca dopo un furto avvenuto nel 2010, sono stati di recente restituiti alla National Library of Israel di Gerusalemme per essere in seguito divulgati. Fra di questi dovrebbero esserci diversi inediti di Franz Kafka, e com'è ovvio la notizia ha attirato l'attenzione di diversi adoratori di Franz — tra cui il sottoscritto.

La storia di questi fogli è in realtà parecchio complessa: dura da circa cinquant'anni e comprende una serie di cause legali, eredità discusse, un furto, piccinerie varie e tentativi di appropriazione da parte di due stati diversi.

Evito il riassunto e cerco di venire al punto.

In primo luogo, il fatto che gli scritti di Kafka siano rivendicati da Israele come bene culturale ebreo è quantomeno problematico, così come quantomeno problematica è l'etichetta di Kafka come "scrittore ebreo"; per non parlare dell'equivalenza fra "ebreo" e "israeliano". Del resto non è nemmeno scontato che l'Archivio della letteratura tedesca di Marbach (che reclamava i propri diritti sui testi inediti) fosse per forza un luogo più adatto: l'humus da cui nasce l'eccezionalità kafkiana è fatto di molte componenti linguistiche.

Di fronte a tutto questo, è molto giusto e troppo facile dire che "Kafka appartiene all'umanità intera" — come Omero, Cervantes o Virginia Woolf. È molto giusto perché senz'altro l'opera di Kafka non può essere ridotta a una questione di paternità statale; ma è anche troppo facile perché di fatto questo sta accadendo: uno dei massimi scrittori di ogni tempo usato per rinforzare l'identità politica di un Paese, dopo essere stato usato per guadagnare un sacco di soldi. (Nel 1988 Eva Hoffe, che ereditò le carte di Kafka da Max Brod, vendette il manoscritto del Processo per due milioni di dollari: uno dei molti eventi incredibili della storia).

A un fine indagatore del potere come fu Kafka tali aspetti non sarebbero certo sfuggiti, e nemmeno la sfumatura oscenamente ironica che li accompagna. Forse anche per questo motivo i giornalisti non si sono lasciati sfuggire l'opportunità di usare l'aggettivo "kafkiano", descrivendo l'iter dei suoi manoscritti inediti. In realtà di kafkiano c'è solo un elemento, perché questa messinscena di fatto termina con un giudizio inequivocabilmente netto, un ritorno alla supposta "casa del Padre" — mentre l'opera di Franz è sempre raminga, frammentaria, refrattaria alle pretese della Legge. E quando la Legge si impone, c'è ben poco da gioire.

Su tutti questi temi si è espressa magnificamente Judith Butler in un saggio tradotto in italiano dal Lavoro culturale. Consiglio di leggerlo soprattutto perché interroga i testi stessi di Kafka sul loro possibile destino; si sforza di comprendere come reagirebbero di fronte a una simile forzatura. E la risposta è assai convincente: "molti dei suoi scritti riguardano messaggi inviati là dove l'arrivo è incerto o impossibile, riguardano ordini impartiti e non compresi e dunque obbediti in quanto violati o del tutto disattesi". E ancora: "la stessa contesa sull'appartenenza di Kafka è in sé materia di scandalo, dato che le sue opere recano traccia esperienziale di una non appartenenza o, specularmente, di una ultra appartenenza".

Questo per quanto riguarda l'aspetto politico. E per quello letterario?

Non ho idea, come nessun altro, di cosa contengano quei manoscritti. Per indole non mi aspetto granché (nessun finale rivelato del Castello, ad esempio); ma allo stesso tempo è impossibile nascondere l'eccitazione. Tuttavia, se da un lato fremo e non vedo l'ora di saperlo, dall'altro non posso che ricordare il testamento tradito da cui tutto ciò ebbe origine, e che in questa meschina vicenda si rinnova in forma ancora più tragica e farsesca insieme. Il famoso divieto kafkiano di pubblicare le sue opere inedite.

A proposito, visto che la questione è sempre citata in modo impreciso: l'ingiunzione principale di Franz a Brod è in una lettera del 29 novembre 1922, imbustata e mai spedita: "di tutto quello che ho scritto", annota, "sono validi solo i libri: Il verdetto, Il fuochista, La metamorfosi, Nella colonia penale, Un medico di campagna e il racconto: Il digiunatore." Specifica che Meditazione può restare, ma non ristampata. È rigidissimo su tutto il resto, manoscritti, articoli e lettere: ordina di bruciarlo "senza eccezione" (lo ripete due volte, sottolineandolo, e dicendo che nessuno deve "ficcarci il naso" tranne Max, se proprio vuole). Trovate tutto nel volume Un altro scrivere pubblicato da Neri Pozza nel 2007.

Possiamo e dovremmo interrogarci su cosa avremmo fatto noi stessi nei panni di Max Brod di fronte a questa richiesta. Le stesse argomentazioni di Brod sono in parte convincenti e in parte no; e questo — questo sì — è un dilemma genuinamente kafkiano, perché ogni soluzione non cancella affatto la tragicità del problema; al contrario la rinnova in un gioco senza fine di interpretazioni.

Una sola cosa è certa: in questa vicenda, come in ogni lettura di Kafka, occorre una misura di pudore e di sano scetticismo. L'esatto contrario di quanto sta avvenendo con questi manoscritti inediti, qualsiasi cosa rechino; che siano l'atteso messaggio dell'Imperatore oppure, come credo, no.

Ma usare Franz come una bandiera è una cosa abietta, tanto quanto ridurlo a una lettura prestabilita e univoca. Se questo è il rischio, allora ha ragione il poeta israeliano Lali Michaeli: Kafka è così sovrannaturale che i suoi manoscritti dovrebbero essere spediti sulla Luna.

(23/05/19)

Cose insignificanti

Così Norberto Bobbio in Presenza della cultura e responsabilità degli intellettuali, saggio contenuto nella raccolta Il dubbio e la scelta:

sollecitati da giornali, settimanali, riviste, radio pubbliche e private, da zelanti promotori di libri, di tavole rotonde, al registratore o al telefono, addirittura mentre camminiamo, o entriamo in un teatro per assistere alla conferenza altrui, o ne usciamo con nessun altro desiderio che quello di far riposare la nostra testa, ci lasciamo andare a esprimere la nostra opinione in ogni fase del giorno, a fare previsioni su fatti che non sono ancora accaduti, a dare una soluzione sicura, intelligente e convincente a tutti problemi dell'universo, e naturalmente, o diciamo cose insignificanti che avrebbero potuto benissimo rimanere nei confini di una conversazione privata, o ripetiamo cose già dette da altri e da noi stessi un'infinità di volte, che paiono nuove soltanto per quel fenomeno della notizia nuova che scaccia la vecchia, cui ho dianzi accennato.

(20/05/19)

Sul Salone

I fatti sono noti: ieri il Comitato d'indirizzo del Salone del Libro ha pubblicato questa nota riguardo la presenza dello stand dell'editore Altaforte, dando il via libera alla sua presenza. Il tono è pilatesco e l'argomento di fondo è a mio avviso profondamente sbagliato. Altaforte (non linko) è una casa editrice fascista, i cui libri elogiano il fascismo: il fatto che la magistratura non l'abbia ancora condannata per apologia del medesimo non conta nulla.
Delegare una questione politica al dispositivo giudiziario è un cedimento, una pericolosa forma di supplenza.

Dovrebbe bastare una scorsa al catalogo per capire che in uno spazio di confronto democratico un editore del genere non può partecipare, soprattutto nel momento storico che stiamo attraversando (penso solo ai fatti di Viterbo). Sì, altre case editrici inaccettabili sono transitate per il Salone nei vari anni — le AR di Franco Freda, per dirne una — e il punto andava affrontato in precedenza; ma è comunque bene che sia venuto alla luce.

Quindi, fare finta di nulla è impossibile. Per me è indispensabile porre pubblicamente il problema, reale e gravissimo; ma è altrettanto importante cercare una soluzione per il lungo termine, proprio considerato il valore culturale del Salone di Torino. In questo senso ho trovato molto sensate le parole di Barbara Bernardini.

Ciò detto, che fare nell'immediato?

Al Salone ho tre incontri cui tengo molto e ai quali parteciperò, e non per una semplice difesa degli impegni presi. Se trovassi inaccettabile andare a Torino non lo farei e basta.
Capisco l'atto di diserzione, come quello dei Wu Ming, di Carlo Ginzburg o dei miei amici di inutile: ma non lo condivido. A mio avviso ci sono varie scelte possibili e una forma di militanza non ne esclude altre. Si può andare al Salone criticamente, ribadendo il discorso antifascista con la massima chiarezza. E chiedendo per il futuro (come ha scritto ad esempio Vanni Santoni) "strumenti atti a escludere in modo chiaro quelle case editrici che propugnano idee incompatibili con la democrazia e il viver civile, così da evitare in futuro trappole come quella di questi giorni" (come una carta dei valori). Si possono anche considerare azioni di presidio e di protesta. Insomma esserci, ma senza fare finta di nulla.

Invito tutti a continuare a riflettere e discutere. Nel frattempo, massima solidarietà a Christian Raimo.

[Addendum 08/05/19:
1. "Capisco" significa che rispetto e comprendo tutte le ragioni della scelta. "Non condivido" significa che ho deciso di fare diversamente. Quindi: non ritengo che il boicottaggio sia in sé un gesto irresponsabile; non credo che andare al Salone sia in sé un gesto valoroso; non oso dare ad alcuno lezioni di militanza (e ci mancherebbe altro).
2. Ridurre la complessità della questione a un hashtag come #iovadoatorino o ad atteggiamenti banalizzanti e sarcastici è a mio avviso un errore.
3. Come ha scritto Evelina Santangelo, riprendendo l'annuncio di non partecipazione di Zerocalcare, in questa vicenda nessuno in buona fede ha il cuore leggero.]

[Addendum 09/05/19: il Comune e la Regione hanno deciso di espellere lo stand di Altaforte dal Salone. Un'ottima notizia, che però non deve abbassare il livello di allarme per quanto sta accadendo nel Paese. Infine, un po' di autocritica. So che il senno di poi è odioso, ma è ancor più odioso fingere: senza le azioni di boicottaggio e sciopero, difficilmente questo risultato sarebbe stato raggiunto. Continuo a pensare quanto ho scritto nel post, ovvero che le forme di militanza possibili erano varie; ma avrei dovuto precisare con maggiore chiarezza e forza il punto comune della lotta. Al proposito, le considerazioni dei Wu Ming mi sembrano un promemoria molto utile.]

(05-09/05/19)

Al Salone del Libro 2019

Parteciperò al Salone del Libro di Torino con tre incontri.

Venerdì 10 maggio alle 17h30 ci sarà un grande evento per il cinquantennale di Sellerio. Autori e protagonisti della casa editrice si alterneranno sul palco per tessere un racconto collettivo.

Il giorno dopo, l'11 maggio alle 14h30, dialogherò con Colum McCann in occasione del Premio Mondello Autore Straniero. Quest'anno sono stato scelto come giudice monocratico della sezione, e ho appunto deciso di premiare McCann.

Infine lunedì 13 maggio alle 11 ci sarà l'evento finale del progetto "Adotta uno scrittore". Io sto partecipando con alcuni incontri alla Casa circondariale femminile delle Vallette: qui un breve pezzo al riguardo.

Ma come sempre vi invito a spulciare tutto il ricchissimo programma.

(23/04/19)

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