Ancora sui mezzi e i fini

Nell'anno che si chiude, dove il qualunquismo della politica e di molto giornalismo ha raggiunto nuovi standard, sembra inevitabile ribadire la necessità di nuovi e più alti fini. La necessità di idee forti, di utopia, di proposte che abbiano un tono morale e un'audacia capaci di scuotere le masse; eccetera.

Sono d'accordo, ma per cominciare credo sia indispensabile soffermarsi ancora una volta, e di più, sulla questione dei mezzi. Senza un lavoro costante per sgomberare il discorso comune dalle incrostazioni della falsità e della protervia, dell'incapacità di argomentare e dell'aggressività fieramente rivendicata, difficilmente potremo impiegare le nostre forze per degli ideali coraggiosi.

Uso la prima plurale perché il problema riguarda innanzitutto chi, in vari modi e sfumature, sente di appartenere a una solida tradizione di sinistra.

L'assalto verbale in gruppo, il rifiuto del dialogo partendo dal presupposto di avere già ragione, l'uso di argomenti faziosi, la distorsione e falsificazione dei dati, lo sprezzo del dubbio metodologico, la reductio ad monstrum di chiunque la pensi in modo diverso da noi: sono tutte cose che dovremmo lasciare ai nostri nemici - ai nostri veri nemici.

Se usiamo i loro stessi mezzi per difendere i nostri fini, gli assomigliamo già troppo; possiamo essere i più sinceri amici dei deboli, i più strenui difensori degli sfruttati: ma già abbiamo compiuto un passo nella terra dell'auto-indulgenza e della violenza. Non possiamo criticare la cattiva argomentazione di qualcuno se poi utilizziamo la medesima cattiva argomentazione per sostenere una tesi a noi cara.

Può sembrare poco: a me sembra invece un compito irrinunciabile - benché sempre più faticoso e difficile - al fine di contrastare quella società di bulli che va delineandosi un giorno dopo l'altro. Perché, ancora una volta, la linea corre fra chi ritiene che i fini giustifichino i mezzi e coloro per cui i mezzi sbagliati corrodono anche il più alto dei fini.

Recluso per quattro anni e mezzo come dissidente, Vaclav Havel scrisse delle belle lettere a sua moglie Olga. Fra queste c'è un celebre passo che mi pare molto pertinente al tema, e che ricopio qui a mo' di conclusione e monito per l'anno che viene:

Non dimenticarlo mai, la prima piccolissima bugia detta nel nome della verità, la prima minuscola ingiustizia commessa nell'interesse della giustizia, il primo inavvertibile tradimento della morale commesso in nome della moralità delle cose […] significano inequivocabilmente l’inizio della fine.

(29/12/17)

The future (of) Sacco and Vanzetti

Sul numero invernale della Massachusetts Review c'è un lungo saggio su Sacco e Vanzetti scritto a quattro mani, in inglese, da me e da Fabio Deotto.

Il 28 agosto scorso cadde il novantesimo anniversario della morte dei due anarchici italiani. Nel ricostruire i fatti di allora, abbiamo cercato di identificare le categorie a rischio di discriminazione (e uccisione) nell'America contemporanea.

Here's to you, Nicola and Bart.

(18/12/17)

I nazisti e le ghette di Wodehouse

Leggo Homo ridens, un bel saggio di P. L. Berger sull'onnipresenza dell'elemento comico nella storia dell'umanità.

Personalmente detesto il sarcasmo, ma non per questo sono insensibile all'umorismo: anzi: e già il fatto che trovi enorme piacere nello scrivere per Topolino dovrebbe dimostrarlo.

Ridere (che è diverso dall'abitudine al deridere) mi pare una delle cose più belle che possediamo; e la comicità può essere anche uno straordinario strumento di conoscenza. Di certo chi è sempre serio provoca in me profondo scetticismo: grigiore e tetraggine non sono attributi dello studio e dell'attenzione ma della superficialità e dell'abitudine al pensiero uniformato. Il totalitarismo è nemico della risata perché non può nulla contro di essa; è un immediato segnale di libertà. Su questo tema Kundera ha scritto pagine indimenticabili: conviene riaprire i suoi Testamenti traditi e la sua Arte del romanzo.

Comunque: in una nota del suo libro, Berger racconta questo piacevole aneddoto riguardante l'opera di Wodehouse - lo scrittore comico inglese, creatore dei romanzi di Jeeves:

I servizi segreti tedeschi, straordinariamente privi di ogni forma di senso umoristico all'inglese, leggevano Wodehouse nella convinzione che potesse fornire loro una descrizione etnograficamente precisa della vita nel suo paese d'origine. Paracadutarono sul suolo britannico un agente che indossava le ghette: fu immediatamente individuato e arrestato.

(10/12/17)

Quando le cose prendono una brutta piega

Leggo Alcune questioni di filosofia morale di Hannah Arendt, che da solo basta per mesi e mesi di riflessioni. Mi ha colpito in particolare un passaggio, che ricopio qui sotto per intero. Nel discutere l'azione morale in tempi particolarmente cupi, Arendt suggerisce che la catena di ragionamenti e dubbi salti di fronte a una sorta di evidenza originaria. Quando le cose vanno davvero male, la differenza sta tutta in chi non accetta di collaborare per un istintivo bisogno di proteggere la propria integrità interiore; per un rifiuto del male che va ben oltre i suggerimenti della coscienza.

La formula cautelativa di Arendt va ribadita: non agiamo sempre in base questa intuizione. (Il rischio, peraltro, è che la virtù non sarebbe più insegnabile: la distinzione netta fra chi possiede e chi no tale dono morale fa collassare l'idea stessa di educazione all'umanità). Ma in determinati casi — "quando le cose prendono una brutta piega", appunto — la girandola delle valutazioni e degli obblighi non comincia neanche; chi pronuncia la parola contraria lo fa subito, istintivamente, senza clamore, con dignità e risolutezza.

Oggi le cose stanno prendendo una piega inquietante; non brutta come durante il nazismo, non ancora, ma inquietante. Forse è il caso di rileggere le parole di Arendt e affidarci a chi dice "Non posso".

Se prendete il caso di quei pochi, pochissimi, che durante il collasso morale della Germania nazista rimasero immuni da ogni colpa, scoprirete presto che costoro non hanno mai dovuto affrontare alcun conflitto morale o alcuna crisi di coscienza. Non meditarono a lungo su problemi complicati — il problema del minor male o della lealtà al proprio Paese o della fedeltà al proprio giuramento, e via dicendo. Niente di tutto questo. Possono magari aver dibattuto dei pro e contro delle loro azioni, riflettendo anche sulla loro inanità e inefficacia; possono magari avere avuto paura, dato che c'era davvero motivo di averne. Ma costoro, comunque, non dubitarono mai che i crimini restavano crimini anche una volta legalizzati dal governo, così come non dubitarono mai che era meglio in ogni caso non partecipare a tali azioni criminali. In altre parole, essi non sentirono in se stessi un'obbligazione, ma agirono semplicemente in accordo con qualcosa che per tutti loro era autoevidente, benché non fosse più autoevidente per gli altri. La loro coscienza, se di questo si trattò, non parlò loro in termini di obbligazione, non disse loro "Questo non devo farlo", ma semplicemente "Questo non posso farlo".
Il lato positivo di questo "non posso" è che esso corrisponde all'autoevidenza delle proposizioni morali. Significa: non posso uccidere gente innocente, esattamente come non posso dire che due più due fa cinque. Al "Tu devi" o "Tu dovresti" è sempre possibile controbattere: non voglio o non posso, per svariate ragioni. Le sole persone affidabili sul piano morale sono invece quelle che, nei momenti in cui le cose prendono una brutta piega, dicono semplicemente "non posso".

(04/12/17)

Alessandro Leogrande, ti voglio bene

Ieri è morto Alessandro Leogrande, a quarant'anni, per un malore. Lo conoscevo da diverso tempo, benché ci fossimo visti dal vivo in non molte occasioni. Abbiamo avuto modo comunque di lavorare insieme, dallo Straniero di cui era vicedirettore a Pagina99 per cui, lungo alcuni mesi, curò l'inserto dedicato ai reportage Fuoribordo.

Lo stimavo moltissimo e gli volevo bene (no, gli voglio, gli voglio bene). Ogni volta in cui lo rivedevo - l'ultima è stata a marzo, a Bookpride - ero felice di abbracciarlo. So che sembra retorica, ma anche solo vederlo mi spingeva al sorriso.

E ora è morto, all'improvviso, e sto riscrivendo questo incipit da mezz'ora perché sono ancora nella fase della mancata accettazione. Ma ciò nonostante vorrei dedicargli qualche parola in più di un tweet commosso, proprio perché delle parole lui aveva così tanta cura. Dunque provo a dominarmi, come hanno fatto altre persone che gli sono state ben più accanto di me: Christian Raimo, Nicola Lagioia e Marino Sinibaldi, Annalisa Camilli e tanti altri. Non sarà forse il migliore dei miei pezzi, ma sarà sincero.

Alessandro era uno scrittore, giornalista, intellettuale; ma questo dice ancora poco: tanti scrittori giornalisti intellettuali sono individui qualunque, spesso deteriori. Lui però possedeva la virtù, coltivata con passione e intransigenza, dell'integrità morale: e da questa gli veniva, come fosse un dovere implicito, un nitore assoluto del pensiero.

Io l'ho sempre visto come un erede di Chiaromonte e Caffi: di quella linea libertaria e ahimè in secondo piano del nostro Novecento: era meticoloso, aperto al dialogo, serissimo eppure capace di una prosa fresca e comprensibile - aperta a chiunque perché istintivamente nemica del potere e dell'oscurità.

Ma soprattutto era un grande erede di Gaetano Salvemini, che amava spesso citare: un inesausto indagatore della questione del Mezzogiorno. Come ha detto Lagioia a Radio3, si è occupato di mafie senza mai diventare un "professionista dell'antimafia" - per citare la celebre espressione sciasciana. Non solo: Alessandro sapeva parlare di caporalato, criminalità organizzata, divario nord/sud, precarietà, razzismi: così come sapeva parlare di immigrazione, libertà ed eguaglianza, Taranto, antifascismo, Genova 2001, renzismo, sfruttamento nelle campagne, Africa, sinistra in crisi, muri e migrazioni, Ilva, Berlusconi, i CIE.

Questo eclettismo, questo amore - amore, amore - per la conoscenza e la sua trasmissione; questa inimicizia naturale verso il potere, lo confermano certo un nipote di Salvemini: ma anche un figlio di Alexander Langer e un fratello di Luca Rastello.

Era uno straordinario reporter, perché insieme all'indagine sul campo affiancava una rigorosa conoscenza teorica; ai fatti - riportati sempre puntualmente e mai alterati per sostenere una tesi preconcetta - accompagnava la riflessione, il dubbio, lo stimolo. Un libro come La frontiera è in questo senso esemplare, e consiglio a chiunque di leggerlo o rileggerlo.

Conosceva le trappole di una lingua autoindulgente o inutilmente solenne. La sua voce, scritta o parlata alla radio, era invece sempre limpida, attenta, accurata; il suo italiano nutrito delle migliori letture.

Questo lo scrittore.

E l'uomo?

Altri, che l'hanno conosciuto più a lungo e meglio di me, sono senza dubbio più titolati a dire di lui. Per quanto posso dire io, Alessandro possedeva qualità straordinarie: era gentile, sorridente, pacato, dotato di una straordinaria umanità e di un'etica cristallina. Era invaso da una grandissima serietà, dalla profondità che reca soltanto il bisogno di comprendere e combattere il mondo così com'è, sempre parlando con lucidità alla ragione e senza mai solleticare con ammiccamenti alla pancia. Eppure era anche pervaso da un garbato umorismo: io ne ricordo tutt'ora il bellissimo sorriso.

Credo che il modo migliore per tenere vivo (tenere vivo, non ricordare) uno scrittore sia leggere le sue parole e meditarci sopra. Di parole Alessandro ce ne ha lasciate tante, inesausto com'era: e tutte molto belle. Potete iniziare dagli articoli raccolti su minima&moralia, e poi passare ai suoi libri, e quindi recuperare tutto il resto.

Posso aggiungere solo qualcos'altro, mentre il giorno in cui ho appreso della sua morte improvvisa - a quarant'anni, sant'iddio - sta per finire e il momento dell'incredulità dovrà lentamente cedere all'accettazione, per quanto non voglia. Era, sia detto con semplicità, un uomo buono, serio e appassionato. E nel dolore di questo momento, spero resti il monito che nel tempo che ci è concesso su questa terra dobbiamo essere buoni, seri e appassionati anche noi.

Anche per questo vorrei permettermi di citare le parole di suo padre, nell'annuncio terribile della morte del figlio:

Alessandro, per me, era bellissimo. Alessandro era la Gioia, che entrando in casa , ci coinvolgeva e travolgeva, roboante e trascinante; ma era anche il lavoro fatto bene, analitico e profondo; tutto alla ricerca della verità; ed era anche la denuncia; fatta con lo stile dell’annuncio, che, nonostante tutto, un mondo migliore, è ancora possibile. Ho sempre percepito, orgogliosamente, che la Sua essenza fosse molto, ma molto migliore della mia. Oggi questo padre si sente orfano.

Nel cinismo, nell'indifferenza, nella cattiveria, nella distruzione gratuita, nell'odio spacciato per la rivoluzione, ecco: Alessandro Leogrande - la sua persona e le sue parole, la sua cura per le cose, la sua concretezza nel trattare il discorso politico, la sua radicalità e la sua gentilezza - sono state e tuttora sono - ecco l'importante: tuttora sono - l'antidoto indispensabile che ci serve; l'eredità intellettuale che dobbiamo raccogliere.

Ciao Ale. Ti voglio bene.

(27/11/17)

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