Sui due usi del termine "buonismo"

Da tempo si fa un ampio utilizzo del termine buonismo; e più di recente ci sono stati tentativi di evidenziarne le distorsioni o sostenerne la vacuità. Tuttavia, a me sembra ci si limiti a criticarne un solo tipo d'uso.

Cominciamo dai dizionari. Secondo la Treccani, buonismo è

Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico; è termine di recente introduzione ma di larga diffusione nel linguaggio giornalistico, per lo più con riferimento a determinati personaggi della vita politica.

E così la Garzanti linguistica:

atteggiamento che, nei rapporti politici, di lavoro, familiari, viene considerato troppo incline alla comprensione e alla collaborazione da chi preferirebbe un comportamento più duro e aggressivo.

Tutto chiaro. Come ricorda Giacomo Papi, la parola fu coniata da Galli della Loggia in un editoriale per il Corriere della sera ("L'Ulivo di Prodi o Garibaldi") del primo maggio 1995. Ventidue anni fa. Papi vi ritrova un parallelismo il termine fascista pietismo: in entrambi i casi, si tratta di "ribaltare in insulto una qualità". E osserva, acutamente:

L'uso del termine «buonismo» è un classico esempio di marketing negativo, estremo perché basato su una doppia negazione. Come in pubblicità si possono esaltare le caratteristiche negative di un prodotto per aumentarne il desiderio, così in politica si possono svalutare quelle positive dell’avversario per apprezzare le proprie. La realtà è che nessuno, nemmeno Salvini, ha il coraggio di dire apertamente di avere liberamente scelto di essere cattivo e spietato, e può immaginare di avere consenso su questo. Così sceglie di svalutare chi sceglie l’opzione contraria, bollandola come sentimentale e ipocrita, quando è evidente che l’ipocrisia è tutta nella scelta di mascherarsi e nascondersi dietro la caricatura dell’altro. Per questo, il modo più efficace di rispondere all’accusa è ribaltare di nuovo il significato morale del termine.

E tuttavia, buonismo viene impiegato non soltanto in un modo ma in due. Semplificando un po', mi pare se ne dia una lettura "di destra" — più diffusa e pericolosa — e una "di sinistra".

Quella di destra rispecchia in pieno la definizione data dai dizionari e approfondita da Papi; ed è un indice della peggiore cattiveria. Non ho problemi a usare questa parola. Dare implicitamente dello stronzo a chi si impegna affinché il mondo sia un poco migliore, è essere cattivi e basta. Contro questa deriva hanno scritto alcuni bravi giornalisti, e l'hanno fatto molto bene. Già nel 2002 Luca Sofri scrisse, a proposito di un fatto contingente (ma generalizzabile):

Tutto già visto, con il buonismo, appunto. Divenuto un alibi dei cattivisti per essere cattivi: comportarsi bene è diventato buonismo. Oppure con la costruzione dell'”orrore del politically correct”, per cui adesso se dici una cosa di lampante sensatezza e giustizia, la sua lampanza diviene motivo per ridacchiarne: cedere il passo a una signora, che cosa stupidamente politically correct. Volere aiutare i poveri e i deboli, poi. L’invenzione dell’arma impropria del buonismo è stata un lavacoscienze provvidenziale. E adesso che c’è anche il vittimismo, liberi tutti.

Pochi anni dopo il tema venne in effetti generalizzato da Giovanni Maria Bellu su Repubblica:

"Basta col buonismo" è il nuovo manganello col quale si menano i richiami alle norme costituzionali e anche all'umana pietà. È, in fondo, la sostituzione del "me ne frego" (dichiarazione che almeno richiamava la propria responsabilità personale) col "perché non te ne freghi, babbeo?" È il nuovo olio di ricino dello squadrismo mediatico shakerato con un po' di analfabetismo civile.

Ultimo esempio: Luigi Manconi, che in una intervista del 2016 per Vice ribadì la sua allergia a questo termine e a uno simile, "politicamente corretto":

Penso che la critica al buonismo, e persino il senso di colpa immotivato per cui persone per bene dicono di non essere buoniste, sia il trionfo del "cattivismo". È una sciocca polemicuccia culturale, se posso usare questo termine, molto stracciacula. In Italia non c'è nulla di "buonista" nel senso comune e nelle politiche pubbliche. È facile dimostrarlo: oggi sui giornali c'è scritto che Alfano prevede una norma per la rilevazione forzata delle impronte digitali dei migranti che arrivano in Italia. È buonismo questo?

Giacomo Papi, nell'articolo sopra citato, propone di rivendicare attivamente il buonismo: ovvero lo sforzo di "essere buoni e pietosi, sempre, verso gli innocenti come verso i colpevoli, verso gli ebrei deportati e i clandestini sbarcati". Il buonista è colui che crede nella buona fede, nelle ragioni altrui, nell'empatia.

È un'interpretazione molto bella e molto generosa, così come gli argomenti di Sofri e Manconi sono ineccepibili. Ma è sempre valida da un punto di vista di pratica dell'uso? Sospetto di no, purtroppo: e qui veniamo alla lettura "di sinistra".

In quest'ottica, il buonista ha una visione molto limitata della bontà, comunque vogliamo definirla o praticarla. Soprattutto, la semplifica riducendolo a un affare banale, privo di tutte le difficoltà — le scelte, i dissidi, gli errori — che si devono affrontare nell'impresa quotidiana, e tutt'altro che semplice, di essere migliori. Prende parte per il più debole quando ciò non implica grande sforzo; coltiva una retorica che ammorbidisce sempre qualsiasi conflitto, spesso ponendosi con una certa doppiezza. Nel mondo del buonista, il male perde ogni tragicità e così il bene: forse perché non ha mai dovuto mettere alla prova i suoi altissimi valori.

C'è un giornalismo buonista in tal senso (un esempio recente potrebbe essere questo). Ma al di là della bolla editoriale, nelle conversazioni il termine mi sembra piuttosto diffuso. Per me, in ogni caso, è un problema reale: l'accusa di buonismo "da sinistra" non è confutabile con facilità quando si leggono certi editoriali annoiati che paiono buttati lì da gente che gira la città solo in taxi, e che propongono soluzioni semplicissime a problemi complessi.
Ulteriori dettagli: questo tipo di buonista non perde tempo a comprendere le origini del male; spesso ignora le attenuanti che non giustificano ma spiegano; sceglie esempi su misura per mostrare come sia tutto solo un affare di buon senso. Insomma, per lui vale la massima di Chesterton: "Molti di costoro, infatti, sono buoni solo grazie a una scarsa conoscenza del male".

Ricapitolando. Siamo sicuri che l'uso dell'aggettivo buonista appartenga soltanto alla destra o ai "cattivisti"? Siamo sicuri che nessuno di noi indulga mai in uno sguardo un po' superficiale sul bene, e dimentichi quanto sia difficile e complesso esercitarlo — specie quando non sei in una posizione privilegiata? Di nuovo, non è relativismo: un'azione è buona che la compia io o un altro. Ma negare il contesto è buonismo. O no?

Torno ancora una volta all'articolo di Giacomo Papi:

Roberto Saviano ha proposto di abolire il termine, ormai diventato «una specie di scudo contro qualsiasi pensiero ragionevole, contro qualsiasi riflessione in grado di andare oltre il raglio della rabbia e la superficialità del commento». Ma abolire una parola è impossibile, e forse sbagliato, soprattutto se questa parola svolge una funzione sociale e politica importante, centrale nel discorso pubblico. Come ha scritto Michele Serra, il «buonismo» «è un alibi insostituibile», perché «serve a ridurre ogni moto di umanità o di gentilezza a un’impostura da ipocriti, e di conseguenza ad assolvere ogni moto di grettezza e di disumanità».

Non so. Ma "non so" non perché nutra dei dubbi sulla necessità di essere buoni — cerco disperatamente di esserlo, ogni giorno — ma perché nel linguaggio di ogni giorno la parola buonismo ha una doppiezza di fondo che la rende sospetta. Sarebbe bello dire: "D'ora in poi, il significato sarà solo e soltanto quello previsto, solo quello di destra". Ma non funziona così. Non si possono abolire le parole, ma non si può nemmeno decidere un loro uso univoco dall'alto.

Forse dovremmo semplicemente evitare di usarla, visto i fraintendimenti che genera? Non so. Forse sì. Per me sì.

(25/09/17)

Assedio culturale di LUMe

Di LUMe avevo già parlato, e il mese prossimo uscirà anche una mia intervista ad alcuni militanti per A Rivista anarchica. Nel frattempo il collettivo ha indetto una giornata di "assedio culturale" a palazzo Marino. Dirò anch'io qualcosa, insieme ad altri ospiti.

(20/09/17)

Distruggere il mondo così com'è

Tempo fa un'amica mi ha prestato La deriva dei continenti di Russell Banks. Mi sono segnato le ultime righe (non è uno spoiler, per chi non l'avesse letto); ogni tanto ci ripenso e le metto anche qui per ripensarci ancora:

Gioia e lutto per la vita di altri, perfino vite del tutto inventate — anzi, soprattutto quelle — priverà il mondo di parte dell'ingordigia che gli occorre per continuare a essere sé stesso. Sabotaggio e sovversione, dunque, sono gli obiettivi di questo libro. Va', mio libro, e contribuisci a distruggere il mondo così com'è.

In ideale dialogo con questo, e in un certo senso anche con quest'altro; e soprattutto con quanto scriveva Ladislao Mittner dell'arte di Kafka:

non è soltanto, come può sembrare, una ripugnante deformazione della realtà: è anche, nei suoi momenti più alti e, in teoria, dovrebbe sempre essere, la distruzione di quella ripugnante menzogna che è la realtà.

(18/09/17)

Ai maschi come me, sul femminicidio

Credo abbiate letto tutti di quanto accaduto a Lecce: uno degli ultimi episodi di una consuetudine che dura da sempre - non uso la parola tragedia perché non lo è; è appunto un costume, un'usanza, qualcosa che si ripete e per cui tutti noi, maschi democraticissimi e che mai alzeremmo un dito contro una femmina, proviamo orrore.

Ma è sufficiente? No, assolutamente no. Perché anche noi maschi democraticissimi siamo molto indulgenti su modi di dire e fare che creano un brodo di coltura per questi atti: "Quella troia non me l'ha data"; "Si vestono così e poi si lamentano"; "Va' te quella puttanella cosa si crede di essere"; eccetera.

E pochi che ammettano la terribile verità. Non esiste donna che conosco che non sia stata molestata in maniera anche solo leggera da qualche maschio sul lavoro; non esiste donna che non abbia fatto fatica una volta nella vita a girare da sola per la città; praticamente non esiste donna che non abbia avuto problemi in quanto femmina nel mondo.

E la violenza sulle donne uccide moltissime più vite del terrorismo; ma è una violenza per lo più silenziosa, che compare nelle quinte o seste pagine dei giornali - a meno di non avere risvolti morbosi o particolarmente osceni - e soprattutto non attecchisce al bar. (Uso la metafora del bar per comodità, ma anche no - fuor di metafora: andate in qualunque bar di provincia, o in un normale caffè al mattino, e ascoltate cosa dicono i maschi). (Essere cresciuto a Caronno Pertusella aiuta, malamente, in tal senso).

Ora: parole e comportamenti beceri ma non violenti portano automaticamente a gesti terrificanti come i pestaggi e il femminicidio? No. A volte sono spacconate da bar, appunto: cameratismo maschile in cui capita di indulgere, specie da ragazzi: ma sono indice di un problema gravissimo e di cui si parla troppo poco. Un'abitudine al linguaggio porta a un'indifferenza verso i gesti.

Nel dettaglio: il rischio è seppellire tutto ciò sotto le rivendicazioni femminili senza un femminismo radicale; il rischio è consegnarsi di nuovo al pensiero dei padri e dei maschi, senza un'eguaglianza veritiera; e il rischio è anche usare un linguaggio troppo colto, troppo compiaciuto, perché arrivi dove serva: ai miei ex compagni delle medie di Caronno Pertusella, per dire. Al tipo che urla alla ragazza minacciandola in provincia di Macerata. Al padre di famiglia che picchia la moglie a Gorizia. Ai maschi.

Due anni fa scrissi un pezzo dal titolo Femminismo per i maschi. Per chiunque voglia approfondire un minimo il tema, rimando lì.

Per gli altri: fermate vostro cugino, vostro fratello, il vostro migliore amico, vostro zio, vostro nonno, vostro padre, dall'esercitare qualunque tipo di violenza sulle donne che conoscono; anche la più sottile, scontata, banale; fosse anche solo una parola gettata lì. Non li afferma come maschi; li rende solo degli schifosi bastardi, dei carnefici che prolungano un delitto vecchio di millenni.

(16/09/17)

Per un'utopia sostenibile

Thomas More fu decapitato nel 1535 perché si rifiutò di accettare l’Atto di supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra; la sua testa fu esposta per un mese sul London Bridge. Un destino riservato a troppi utopisti, di cui More può essere considerato il fondatore moderno. Come tutti sanno, scrisse un libro intitolato appunto Utopia: e lo scrisse innanzitutto per criticare la società inglese, piena di violenze, contrasti civili e diseguaglianze sociali. Sull’isola da lui immaginata non c’è la proprietà privata, non c’è moneta, l’oro è usato per fare i vasi da notte, il lavoro è obbligatorio per tutti ma dura solo sei ore al giorno, e tutte le religioni sono ammesse.

Ma More fece un’altra invenzione geniale, la parola stessa utopia: dal greco οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”); “non-luogo” – ma anche un gioco con l’omofono eutopia, derivato dal greco εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”). Data l’identica pronuncia, in inglese, di “utopia” ed “eutopia”, i significati si mescolano: nasce un luogo irraggiungibile e insieme ideale.

[continua a leggere sul Tascabile]

(13/09/17)

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