Su "La frontiera" di Alessandro Leogrande

leogrande la frontiera

Il mercato dei trafficanti del Sinai, dove i migranti vengono rapiti, torturati e a volte utilizzati come riserve d’organi da trapiantare — operati in maniera rudimentale e poi abbandonati al loro destino. Qualcosa che “rasenta il grado zero della violenza, quello in cui l’orrore si sprigiona assoluto, indifferente, banale sui corpi nudi”: e di cui nessuno parla quasi mai. (Né parla di chi cerca di combatterlo, come la minuta e pugnace Alganesh Fessaha o lo sceicco Mohammed Abu Bilal).

La situazione dell’Eritrea contemporanea, ancora inchiodata a una dittatura — l’involuzione, così tipica del secolo scorso, di una grande lotta sociale in una struttura gerarchica e totalitaria — che non manca di agenti segreti sul territorio europeo. E la conseguente fuga di massa di tanti, tantissimi eritrei dalla guerra perenne, dalla coscrizione obbligatoria — e anche dagli effetti postumi del colonialismo italiano. (“Si è acceso qualcosa dentro di me quando ho scoperto che alcuni dei campi di concentramento eretti negli ultimi anni da Isaias Afewerki per reprimere gli oppositori sorgono negli stessi luoghi dove erano disposti i vecchi campi di concentramento del colonialismo italiano”).

Poi l’esatta dimensione spaziale e temporale del viaggio di chi parte dal Corno d’Africa o dall’Afghanistan per cercare di raggiungere le nostre coste: mesi se va bene, più spesso anni. (A ogni tappa bisogna raccogliere i soldi per la tappa successiva; e ovunque possono capitare imprevisti di ogni genere, ferite, malattie, impossibilità di trovare lavoro, contatti recisi, bisogni dei trafficanti o brutalità da parte della popolazione locale — come accade regolarmente in Libia, o in Sudan).

E naturalmente le acque insanguinate che separano il nord Africa dall’Italia: la strage del 6 maggio 2011 e quella di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Il senso di colpa di chi, pur avendo soccorso tante persone in mare, avrebbe tanto voluto soccorrerne di più. Lo straziante percorso del riconoscimento dei cadaveri, che spesso porta a identificare persone diverse da quelle morte, o ai famigliari di rifiutarne l’identità. (Quanti modi di affrontare un lutto così intollerabile, così ingiusto).

E l’assalto alla fabbrica di Patrasso da parte dei militanti nazisti di Alba Dorata, pronti a snidare e massacrare di botte i migranti che attendono il momento per passare le acque e giungere in Italia. E gli abusi dei carabinieri e degli operatori del campo di San Foca. E il punto numero 12 delle “leggi del viaggio” redatte da Sinti e Dag, due etiopi rifugiati che vivono a Roma, recita semplicemente: “Avere fortuna”. Ma come si fa ad avere fortuna? E come si può costringere una massa di persone a sperare di piegare il fato pur di sopravvivere?

E ancora la storia del giovanissimo Aamir, afghano immigrato in Iran, che ha raggiunto l’Italia passando per i Balcani e aprendo così una nuova rotta, sempre più battuta negli anni — al punto che oggi l’Ungheria l’ha spezzata con un muro. E la storia-cornice del curdo Shorsh, che non si chiama Shorsh — con il viaggio dall’Iraq non ha cambiato soltanto vita, ma anche nome — e ora vende kebab a Bolzano.

Cominciare con una lunga enumerazione può sembrare eccessivo, ma ho preferito lasciare un spazio ai veri protagonisti, vivi e morti, che affollano il nuovo libro di Alessandro Leogrande, La frontiera (Feltrinelli). Il titolo ovviamente non ha nulla di casuale.

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(11/12/15)

Perché è difficile ammettere di avere torto?

«Sì, ho sbagliato»; «Già, avevi ragione tu». Quante volte avete sentito e pronunciato frasi del genere, nella vostra vita? Spero di non sbagliarmi – appunto – ma credo sia merce decisamente rara. Capita ogni giorno di fare degli errori evidenti: numeri che non tornano, scartoffie compilate male, citazioni false, appuntamenti per cui si era detto e scritto alle otto e invece eccoci alle nove e venti, e così via.

Ma perché è così difficile ammettere di avere avuto torto? Il problema riguarda tutti, ed è trasversale: va dalla discussione con il collega che si impunta anche quando i dati gli danno contro, passando per il litigio parossistico con il parente a cena o con il conoscente su Facebook, fino al giornalista che non può tollerare di dover scrivere una rettifica.
Sgombriamo il campo dalla malafede assoluta, per cui i concetti di verità o falsità e di buone o cattive ragioni non contano nulla: conta solo il dar battaglia e trollare fino alla morte. Restiamo così con una fetta di persone normalissime, che ogni tanto fanno errori, ma si dannerebbero l'anima piuttosto che confessarlo. A nessuno piace sbagliare, è ovvio; ma da qui a essere del tutto incapaci di mostrarsi in fallo c'è un abisso psicologico ed etico. Di nuovo: perché? Il tema, sorprendentemente, non è molto indagato. Io vorrei affrontarlo da tre punti di vista diversi ma correlati fra loro: come una questione di potere, come una questione pedagogica e infine — dato che scrivo questo articolo oggi e non trent'anni fa — come una questione tecnologica.

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(26/11/15)

Un'intervista su Malamud

Su Cattedrale vengo intervistato attorno a Il cappello di Rembrandt di Malamud, e dico la mia sul perché è uno scrittore di cui fidarsi, e altre cose. Fra cui questa:

È difficile da spiegare, ma per quanto tu possa costruire delle reti di potere o diventare l’ennesima stella del firmamento letterario del momento, sulla pagina non puoi barare: perché sulla pagina si è soltanto in due, chi l’ha scritta e chi la legge. È consolante, perché è lì che tutti i trucchi crollano e si vede di che pasta è fatto un autore.
Insomma, non puoi pensare che il lettore sia un deficiente o un complice disposto a battere le mani di fronte alle tue capriole. Infatti Malamud non lo fa mai. Ha la voce del vecchio amico che ti racconta una storia – è uno scrittore di cui ti fidi. Ed è una qualità tanto più preziosa di questi tempi.

(16/11/15)

I demoni di Syd

barrett deninotti

A due anni esatti da Quando ero un alieno, Danilo Deninotti torna in libreria e fumetteria con un'altra bio-graphic novel, di nuovo su un musicista: Syd Barrett dei Pink Floyd: Wish you were here.

(Sì, Danilo è un caro amico eccetera - vale sempre il disclaimer dell'altra volta).

La storia - in una splendida bicromia rosanero - è disegnata da Luca Lenci. Non era facile trattare dei personaggi complessi e delicati come Barrett e gli altri Floyd (e immagino non sia stato nemmeno facile stare dietro alle mille precisazioni di Danilo), ma il risultato è eccellente.

Rispetto a Quando ero un alienoWish you were here ha una potenza visionaria che ben si adatta alla musica psichedelica e rapsodica del gruppo. Se il Cobain di Danilo e Toni Bruno aveva un tono quasi dimesso e la sua storia un andamento pienamente lineare, questo Barrett è cupo, introspettivo, a tratti surreale. La gestione della tavola è completamente diversa: Danilo e Luca la fanno esplodere, la tagliuzzano, la riempiono di dettagli e citazioni (per la gioia del lettore più sgamato), la stiracchiano finché possibile - ma senza esagerare o perdersi in inutili virtuosismi.

Il metodo funziona molto bene, perché consente di alternare i conflitti interni alla band con delle bellissime vignette mute di Londra (pioggia, alberi spogli, cieli incombenti) e di Cambridge; e naturalmente con la rappresentazione del tormento di Barrett, che si fa via via più delirante, complice anche l'abuso di LSD.

Nonostante il piano narrativo orizzontale, che segue l'evoluzione storica del gruppo, il lavoro di cesello di Danilo e Luca agisce su un piano verticale. Come si interagisce con una persona di immenso talento che ha deciso di distruggersi? Come quella persona vive questa discesa negli abissi?

Durante le nostre innumerevoli conversazioni in un certo bar cinese, io e Danilo abbiamo sempre concordato sul fatto che di fronte ai demoni non c'è molta scelta: o combatti, o ti lasci dilaniare. La fuga non è quasi mai un'opzione. Wish you were here racconta il lento disperdersi della coscienza di Barrett, il suo lento arrendersi ai demoni che lo sbranavano dall'interno; e lo fa con grazia. Tanto che le parole del titolo e della celebre canzone dei Floyd - vorrei che fossi qui - suonano ancora più struggenti, e tanto più inutili: dovunque Barrett fosse, era in un posto lontano anni luce da qui. Un posto dove nessuno poteva raggiungerlo.

(13/11/15)

Un cavallo e un papero

papero editore oltre la collina

Qualche tempo fa Gabriele Dadati mi chiese se volessi inaugurare la collana "Ore piccole" della sua neonata casa editrice / negozio di appassionati della carta, il Papero. Accettai con piacere e rimisi mano a un piccolo racconto che parlava di un gruppo di ragazzi che vivevano in una sorta di comune al riparo dal mondo - e dove però il mondo sarebbe rientrato di colpo spaccando tutti gli equilibri. Si chiama Oltre la collina, e in copertina ha il Cavallo collocato da Mimmo Paladino nell'Anfiteatro del Vittoriale, nel 2008. (Perché un cavallo? Lo si capisce nel racconto).

Quanto a "Ore piccole", la cartella stampa spiega bene il senso del progetto:

Si tratta di un’iniziativa esclusiva e insieme popolare: ogni titolo – in soli 150 esemplari, stampato su carta di pregio, cucito a mano e accompagnato da un’opera numerata – non verrà distribuito in libreria, ma si potrà avere in abbonamento. Al contempo sarà però on line l’e-book a un prezzo simbolico, perché leggere è un diritto di tutti.

La collana proseguirà con librini di Marco Rovelli, Alessandro Zaccuri, Barbara Garlaschelli e Alessandra Sarchi, Chicca Gagliardo e altri ancora.

Il risultato è quello che vedete sopra, ma che dovreste toccare con mano (il bello del Papero sta proprio nella carta). Ad esempio potete venire a Piacenza il 6 novembre alle 18 al negozio di Gabriele e del suo socio Davide, in via Legnano 1: presentiamo il libro e ci facciamo un bicchiere.

(04/11/15)

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