Le foto del dolore altrui

Negli ultimi due giorni ho osservato, come tutti, numerose fotografie del terremoto in centro Italia. Edifici distrutti, centri di accoglienza, soccorritori al lavoro, cumuli di macerie, e soprattutto persone: quelle vive — disperate, tremanti, senza casa — e quelle morte. E come sempre, mi sono chiesto: sono davvero necessarie tutte queste immagini? Ed è davvero necessario ribatterle di continuo sui social media? So che è una domanda banale: la scelta di documentare il dolore è meno problematica che in passato, e spesso si traduce in una moltiplicazione indebita. Questo accade sia per orribili ragioni di cinismo o per un’assuefazione al racconto del male, ma non solo. Forse vi si indulge così tanto anche per una forma di esorcismo. Se lo condivido pubblicamente, posso in qualche modo controllarlo; posso inserirlo in uno schema di denuncia collettiva — lo fanno tutti— benché spesso superficiale. È un rito come un altro, frequentabile in ogni momento con un clic. Allora una domanda migliore potrebbe essere: che cosa ci dicono quelle fotografie? Meglio: in che modo possiamo educare il nostro sguardo affinché ci dicano qualcosa di sostanziale e duraturo?

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(27/08/16)

Un solo paradiso

Fontana Un solo paradiso

Il prossimo 8 settembre sarà in libreria il mio nuovo romanzo, Un solo paradiso.

È una storia d'amore e d'abbandono, e sul come i paradisi perduti ci possano cambiare al punto di non essere più noi stessi. C'è molta Milano, c'è molto jazz, c'è molto alcool. In un certo senso, è una ballata.

Sul sito di Sellerio trovate il risvolto di copertina.

(01/08/16)

Fratture (comunicazione di servizio)

Cadendo in bici mi sono fratturato la clavicola sinistra e una costola. Per trenta giorni sarò costretto a una certa inattività, e purtroppo ho dovuto annullare la mia presenza ad alcuni incontri previsti in precedenza. Mi scuso con tutti.

(13/06/16)

Su "Tra me e il mondo" di Ta-Nehisi Coates

La parola che ritorna più spesso in Tra me e il mondo di Ta-Nehisi Coates — la lettera pubblica a suo figlio, il suo j’accuse alla società americana, il suo memoir, il suo saggio sul razzismo — è corpo. Di corpi neri sono piene queste pagine: quello impaurito di Coates bambino, innanzitutto, quando un ragazzo per la prima volta gli puntò contro una pistola senza motivo dichiarando il suo potere di annullarlo per sempre. I corpi straziati degli schiavi e quelli uccisi dalla polizia americana come Michael Brown ed Eric Garner o il caro amico dell’autore Prince Jones. I corpi meravigliosi delle donne della Howard University, dei “rampolli degli aristocratici nigeriani nei loro vestiti eleganti” e dei ballerini. Quelli vibranti e carichi d’amore che il mondo nero ha dispiegato di fronte a Coates, e che tanto spesso sono stati annientati.

Il materialismo radicale di Coates, il suo rifiuto di qualsiasi elemento trascendente, è a tutti gli effetti una dichiarazione politica: a essere colpiti e segregati sono corpi neri, non anime: ed è su questo terreno di carne e sangue che si gioca uno dei peggiori delitti collettivi della contemporaneità. Non si tratta solo di insulti o disparità. Nel razzismo praticato ogni giorno in America — e ovunque — gli effetti sulle vite di queste persone sono diretti e brutali quanto lo erano molti decenni fa. La morte, innanzitutto. La distruzione, ma “la distruzione è solo la forma più alta di un dominio le cui prerogative includono la perquisizione, la detenzione, il pestaggio e l’umiliazione. Tutto questo è normale per i neri. E tutto questo è storia antica per i neri. Nessuno è ritenuto responsabile”.

In realtà un responsabile c’è, anche se non viene mai ammesso pubblicamente: quelli che Coates chiama i Sognatori. Il popolo bianco — o meglio tutti coloro che si credono bianchi, che hanno un disperato bisogno di affermarsi come tali. I creatori e gli abitanti del Sogno americano, l’idea di una nazione incorrotta dove tutti hanno eguali possibilità, e la felicità si realizza in una villetta dal prato ben curato, l’arrosto che cuoce nel forno. Un’idea, scrive l’autore, pazientemente edificata alle spese degli esclusi: i neri, innanzitutto.

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(06/06/16)

Zapotec, Marlin, Cavazzano

Sul numero 3155 di Topolino - interamente dedicato alla letteratura - c'è una storia cui tengo tantissimo. Si intitola "Zapotec e Marlin alla ricerca del tempo perduto". La strizzata d'occhio a Proust è voluta e autoironica. Comunque in queste tavole parlo di alcuni temi che mi sono cari in generale: il passato, i rimpianti e l'amicizia - ma anche l'impegno e la responsabilità.

Il vero motivo per cui questa storia è così speciale, comunque, è un altro. E cioè: l'ha disegnata il grandissimo Giorgio Cavazzano.

Quando ho visto le fotocopie delle matite (non ne sapevo nulla) ho avuto un vero e proprio shock emotivo. Non riuscivo a crederci, davvero. L'idea che un giorno una mia idea potesse essere resa viva dall'arte di Cavazzano era ben oltre il sogno.

(In particolare, credo di avere riguardato le vignette di Zapotec e Marlin che discutono al porto per non so quanto tempo: il tocco malinconico profuso in ogni singolo dettaglio è qualcosa di fenomenale. Non che il resto sia da meno, intendiamoci).

So che quando parlo di Topolino tendo a diventare sentimentale, ma qui in questo caso potrei andare perfino oltre. Se penso a quanto le storie di Cavazzano hanno contato per me... Come sempre, è qualcosa che a che fare con il ragazzo che ero; ma anche con l'adulto che sono. Quindi mi fermo qui e aggiungo un grazie pubblico al maestro, a Tito Faraci (come sempre!) e a tutta la redazione.

Spero solo di essere stato all'altezza. Spero che la storia vi piaccia.

(08/05/16)

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