Aden Arabia

Gli amici delle Edizioni dell'asino hanno ripubblicato Aden Arabia di Paul Nizan, a quarant'anni dall'edizione Savelli. L'incipit del libro è uno dei più famosi al mondo: "Avevo vent'anni. Non permetterò nessuno di dire che questa è la più bella età della vita". Finalmente possiamo leggere anche il resto: un pamphlet viscerale scritto sull'onda di un viaggio ad Aden per osservare meglio la società parigina dell'epoca; un atto di accusa contro la pigrizia morale del mondo contemporaneo e la vacuità dei desideri dell'homo oeconomicus; e insieme, come scrive Marco Gatto nella prefazione, un atto di "decolonizzazione cerebrale".

Nonostante in alcuni punti il tono di Nizan si faccia un po' troppo pedante, preso com'è dal suo bisogno di invettiva, Aden Arabia resta un testo potente, e attualissimo nel rivendicare una ribellione contro il mondo rassicurante della Cultura istituzionale. Oggi come ieri, e forse anche più di ieri, "la borghesia ingrassa i suoi intellettuali nelle stie perché non siano tentati di amare il mondo": Nizan ci invita dunque a non scaricare le colpe sul destino, ad assumerci le nostre responsabilità intellettuali ed evitare "di fare in eterno il gesto di Pilato".

(22/03/18)

Bisogna scrivere bene

Come non scrivere di Claudio Giunta (Utet 2018) parte da un’interessante inversione del discorso: spiega come scrivere bene evitando di scrivere male. Il motivo dell’inversione è innanzitutto pratico. Giunta è professore di Letteratura italiana all'Università di Trento (oltre che assiduo collaboratore del “Sole 24 ore” e di “Internazionale”) e negli anni si è accorto che la scuola media non riesce più a fornire tali capacità a tutti gli studenti. Gli esempi di cattiva scrittura abbondano ovunque, certi automatismi ed errori sono comuni e diffusi a tutti i livelli: dunque è meglio partire da lì per correggersi e migliorarsi. (Peraltro, Giunta riporta moltissimi casi espunti dal mondo dei professionisti; nessuno si consideri salvo).

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(28/02/18)

Autunno tedesco

Il 31 gennaio Iperborea ristampa Autunno tedesco del mio amatissimo Stig Dagerman: una straordinaria raccolta di reportage dalla Germania dell'immediato dopoguerra. La traduzione è di Massimo Ciaravolo; io ho avuto l'onore di scrivere una prefazione al testo.

(Aggiornamento: la prefazione è stata pubblicata sul Tascabile).

(23/01/18)

Tre anni senza Facebook (un bilancio)

Ai primi di dicembre del 2014 mi sono disiscritto da Facebook d'istinto, senza solenni proclami (non ci vedevo nulla di solenne, e sono allergico da tempo ai proclami). Forse avrei potuto avvisare, per garbo, le persone che mi hanno seguito lì per tanti anni: d'altro canto, basta una ricerca su Google per ritrovarmi.

Il punto è che Facebook mi aveva stancato da tempo, sia per la quantità di interazioni che mi sentivo chiamato a gestire sia, soprattutto, per una questione di design. Il coacervo di immagini e parole, l'abbondanza di notifiche, l'attenzione spasmodica al tempo presente, la difficoltà a recuperare i contenuti passati, i troppi video, lo scrolling infinito, la mancanza di asimmetria fra relazioni (a differenza di Twitter, dove follower e following sono distinti). Da allora sono rientrato di tanto in tanto, di sfuggita; ma ogni volta ho disattivato il profilo.

So cosa state pensando. Gli articoli che parlano della propria assenza da un social network hanno sempre un tono paternalistico: o si lanciano in sermoni sulla superiorità della vita "reale" (come se il digitale non fosse reale), inneggiano al disconnessionismo spinto, blaterano attorno all'importanza del ritrovato silenzio contro le inondazioni di gattini e baggianate virali eccetera.

Più di tutto, sono pervasi da una fastidiosa aura di auto-indulgenza: come se Facebook fosse un mostro capace di irretire le coscienze, impedendo un suo uso moderato e ragionevole. Naturalmente non è così. La responsabilità di come scegliamo di abitare il digitale dipende da noi soltanto, e molte persone lo fanno senza patemi o deliri.

Il mio scopo, in effetti, è più modesto. Vorrei solo mettere in fila alcune riflessioni laiche su come è cambiata la mia vita in questi tre anni; cosa ho guadagnato e cosa ho perso soprattutto a livello linguistico.

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(18/01/18)

La forca nelle piazze

Errico Malatesta concluse con una frase celebre un articolo pubblicato su Pensiero e Volontà nel 1924: "Se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazze, io preferirei perdere". Bella, vero? Infatti è stata molto citato, spesso un po' a sproposito.

Amore d'onestà vuole che si legga il pezzo interamente: lo trovate in questa raccolta curata da Giampietro N. Berti a pagina 36. Malatesta premette che parlerà solo "dell'indomani di un'insurrezione trionfante e dei metodi di violenza che alcuni vorrebbero adoperare per «fare giustizia», ed altri credono necessari per difendere la Rivoluzione contro le insidie dei nemici". I mezzi giusti post-insurrezionali, insomma; quanto di più lontano da ciò che stiamo vivendo oggi.

Eppure. Malatesta si scaglia subito contro il terrore, come da titolo dell'articolo (Il terrore rivoluzionario): critica con fermezza coloro cui

sembra che ghigliottina, fucilazioni, massacri, deportazioni, galera («forca e galera» mi diceva recentemente un comunista dei più noti) siano armi potenti ed indispensabili della rivoluzione, e trovano che se tante rivoluzioni sono state sconfitte o non hanno dato il risultato che se ne aspettava è stato a causa della bontà, della «debolezza» dei rivoluzionari, che non hanno perseguitato, represso, ammazzato abbastanza.

Dopo un'ulteriore condanna del "terrore organizzato" e dell'idea che la massa, una volta vinta l'insurrezione, cominci a mettere allegramente a morte i suoi nemici, lancia un'osservazione molto penetrante - e io credo molto attuale, traslati certi termini (ricordo, siamo nell'ottobre del 1924):

Vi sono di quelli che per una ragione qualsiasi non hanno voluto o non hanno potuto diventare fascisti; ma sono disposti a fare in nome della «rivoluzione» quello che i fascisti fanno in nome della «patria». E d'altronde, come gli scherani di tutti i regimi sono stati sempre pronti a mettersi al servizio dei nuovi regimi e diventarne i più zelanti strumenti, così i fascisti di oggi si affretteranno domani a dichiararsi anarchici, o comunisti, o quel che si voglia, pur di continuare a fare i prepotenti e sfogare i loro istinti malvagi.

Ecco qua: "pur di continuare a fare i prepotenti e sfogare i loro istinti malvagi", i cattivi sono pronti a tutto: pronti a vestire la bandiera rossa, quella nera, quella rossa e nera, quella tricolore, persino la bandiera bianca. Qualsiasi pretesa ragione è loro utile, se possono sfogare il rancore che provano nei confronti degli altri.

Sono coloro, prosegue Malatesta, che hanno furia "di emergere mostrandosi più violenti, più «energici» degli altri e trattando da moderati, da codini, da «pompieri», da contro-rivoluzionari quelli che la rivoluzione concepiscono come una grande opera di bontà e di amore." Bontà e amore: parole che tornano spesso nel lessico malatestiano; ed è raro trovare un uomo d'azione insistere così tanto su tali concetti.

E allora, si conclude che i mezzi (per quanto duri: è storicamente scorretto trasformare Malatesta in un nonviolento) non possono contraddire tali fini di bontà e amore. Perciò:

Se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazze, io preferirei perdere.

Tutto questo non per rinverdire fasti rivoluzionari; tutt'altro. Ho solo scritto una manciata di righe per mettere a verifica un pensiero che mi è sorto oggi pomeriggio, mentre camminavo per Milano: di questi tempi, certe frasi di Malatesta sembrano incredibilmente moderate. Anche al netto del contesto, anche evitando di ritagliare frasi da meme pronte all'uso, ebbene sì: certe sue conclusioni, davanti all'istinto forcaiolo che pervade la società, appaiono quanto mai avvedute, prudenti, e preziose.

Si può essere in disaccordo su tutto ciò che pensò, scrisse e combinò Malatesta: ma spero sia difficile disconoscere queste basi: la coerenza tra mezzi e fini, l'impedire che l'odio cancelli - per citare ancora l'anarchico - "la molla motrice di tutti i sinceri riformatori sociali": "l'amore per gli uomini", "il fatto di soffrire per le sofferenze altrui".

(16/01/18)

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