La forca nelle piazze

Errico Malatesta concluse con una frase celebre un articolo pubblicato su Pensiero e Volontà nel 1924: "Se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazze, io preferirei perdere". Bello, vero? Infatti è stato molto citato, spesso un po' a sproposito.

Amore d'onestà vuole che si legga il pezzo interamente: lo trovate in questa raccolta curata da Giampietro N. Berti a pagina 36. Malatesta premette che parlerà solo "dell'indomani di un'insurrezione trionfante e dei metodi di violenza che alcuni vorrebbero adoperare per «fare giustizia», ed altri credono necessari per difendere la Rivoluzione contro le insidie dei nemici". I mezzi giusti post-insurrezionali, insomma; quanto di più lontano da ciò che stiamo vivendo oggi.

Eppure. Malatesta si scaglia subito contro il terrore, come da titolo dell'articolo (Il terrore rivoluzionario): critica con fermezza coloro cui

sembra che ghigliottina, fucilazioni, massacri, deportazioni, galera («forca e galera» mi diceva recentemente un comunista dei più noti) siano armi potenti ed indispensabili della rivoluzione, e trovano che se tante rivoluzioni sono state sconfitte o non hanno dato il risultato che se ne aspettava è stato a causa della bontà, della «debolezza» dei rivoluzionari, che non hanno perseguitato, represso, ammazzato abbastanza.

Dopo un'ulteriore condanna del "terrore organizzato" e dell'idea che la massa, una volta vinta l'insurrezione, cominci a mettere allegramente a morte i suoi nemici, lancia un'osservazione molto penetrante - e io credo molto attuale, traslati certi termini (ricordo, siamo nell'ottobre del 1924):

Vi sono di quelli che per una ragione qualsiasi non hanno voluto o non hanno potuto diventare fascisti; ma sono disposti a fare in nome della «rivoluzione» quello che i fascisti fanno in nome della «patria». E d'altronde, come gli scherani di tutti i regimi sono stati sempre pronti a mettersi al servizio dei nuovi regimi e diventarne i più zelanti strumenti, così i fascisti di oggi si affretteranno domani a dichiararsi anarchici, o comunisti, o quel che si voglia, pur di continuare a fare i prepotenti e sfogare i loro istinti malvagi.

Ecco qua: "pur di continuare a fare i prepotenti e sfogare i loro istinti malvagi", i cattivi sono pronti a tutto: pronti a vestire la bandiera rossa, quella nera, quella rossa e nera, quella tricolore, persino la bandiera bianca. Qualsiasi pretesa ragione è loro utile, se possono sfogare il rancore che provano nei confronti degli altri.

Sono coloro, prosegue Malatesta, che hanno furia "di emergere mostrandosi più violenti, più «energici» degli altri e trattando da moderati, da codini, da «pompieri», da contro-rivoluzionari quelli che la rivoluzione concepiscono come una grande opera di bontà e di amore." Bontà e amore: parole che tornano spesso nel lessico malatestiano; ed è raro trovare un uomo d'azione insistere così tanto su tali concetti.

E allora, si conclude che i mezzi (per quanto duri: è storicamente scorretto trasformare Malatesta in un nonviolento) non possono contraddire tali fini di bontà e amore. Perciò:

Se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazze, io preferirei perdere.

Tutto questo non per rinverdire fasti rivoluzionari; tutt'altro. Ho solo scritto una manciata di righe per mettere a verifica un pensiero che mi è sorto oggi pomeriggio, mentre camminavo per Milano: di questi tempi, certe frasi di Malatesta sembrano incredibilmente moderate. Anche al netto del contesto, anche evitando di ritagliare frasi da meme pronte all'uso, ebbene sì: certe sue conclusioni, davanti all'istinto forcaiolo che pervade la società, appaiono quanto mai avvedute, prudenti, e preziose.

Si può essere in disaccordo su tutto ciò che pensò, scrisse e combinò Malatesta: ma spero sia difficile disconoscere queste basi: la coerenza tra mezzi e fini, l'impedire che l'odio cancelli - per citare ancora l'anarchico - "la molla motrice di tutti i sinceri riformatori sociali": "l'amore per gli uomini", "il fatto di soffrire per le sofferenze altrui".

(16/01/18)

Dalle mele marce alla cesta intera

Sull'ultimo numero di Micromega c'è un interessante articolo di Carlo Scognamiglio. Copio e incollo l'abstract:

Una decina di anni fa, durante il processo a uno dei militari statunitensi accusati di abusi in Iraq, il team della difesa coinvolse il celebre psicologo statunitense Philip Zimbardo al fine di dimostrare come vi fossero delle responsabilità non direttamente imputabili al loro assistito, bensì alla catena di comando che aveva in qualche modo predeterminato quegli esiti distruttivi. Da quella esperienza nacque il famoso The Lucifer Effect: How Good People Turn Evil nel quale Zimbardo – che già aveva familiarità con la questione, essendo stato l’ideatore del celebre esperimento carcerario di Stanford del 1971 – analizza i modi in cui ciascun individuo può trasformarsi in carnefice. Lo scopo non è quello di sottrarre il singolo alle proprie responsabilità ma di allargare la platea dei responsabili in modo da limitare il più possibile l’esercizio di tutti quei potenti condizionamenti situazionali che incidono sulla capacità di decisione dell’individuo.

Come ricorda Scognamiglio, l'esperimento di Stanford getta una luce inquietante sul modo in cui la resistenza morale del singolo si corrompa davanti a condizionamenti situazionali molto forti. E come viene ribadito nell'abstract e nel testo, ciò non significa liquidare la responsabilità individuale; bensì riflettere meglio sulla società che produce simili storture.

In particolare, il discorso aperto da Zimbardo ne L'effetto Lucifero (edito in Italia da Cortina) mette sotto osservazione le strutture gerarchiche del potere militare e politico. In che modo dei militari addestrati come quelli di Abu Ghraib si sono trasformati in orribili torturatori? Di nuovo: al netto dell'irriducibile scelta del singolo e della sua capacità di tenersi al di qua della linea della barbarie, è indispensabile considerare il modo in cui determinate organizzazioni stimolino la vaga liceità della barbarie e dell'abuso: attraverso il conformismo, l'omertà, il sistema gerarchico.

A tal proposito Scognamiglio riporta un'osservazione molto stimolante di Zimbardo: invece di ripetere la litania delle "mele marce" - e qui penso inevitabilmente al corpo poliziesco - occorre una volta per tutte mettere sotto esame l'intera "cesta": ovvero le modalità in cui il marciume viene sottilmente fabbricato, replicato magari sotto silenzio e infine difeso.

Ancora una volta, il problema è di ordine pedagogico. E se siamo così restii ad allargare lo sguardo sulle responsabilità del corpo sociale, è forse perché decenni di individualismo feroce ci hanno atomizzati al punto di ignorarlo o considerarlo uno sfondo inerte. Non lo è.

(13/01/18)

In difesa della forma

Massimo Mila intitolò un saggio su Brahms del 1988 La forma come disciplina. Espressione magnifica e soggetto adeguato: pochi musicisti hanno avuto maggiore fiducia e passione di Brahms nei confronti della forma — della tessitura di un ordine, del controllo rigoroso sulla materia senza per questo mortificarla. E penso che qui il termine disciplina vada inteso in modo abbastanza radicale: una guida, un continuo ammaestramento, una direzione precisa. Scrive Mila:

Il classicismo di Brahms, l’ordine cosmico del suo sinfonismo, è l’estremo gesto di disperazione contro l’orrore della nuova barbarie, contro il presentimento di Auschwitz e di Hiroshima, contro la crisi della civiltà.

E ancora:

Delle nuove possibilità che all’uomo discendono da questa condizione di orfano, Brahms fu profondamente consapevole, non meno di Mahler e molto più di Strauss. Ma questa pena esistenziale egli l’affrontò col virile coraggio d’una concezione immanente della vita, senza gridare ai quattro venti la propria disperazione. La forma sonata su cui rimase crocifisso per tutta la vita non fu un fardello del passato subito passivamente ma fu un’arma. Un’arma di autodifesa.

La forma come argine.

[continua a leggere su inutile]

(08/01/17)

The future (of) Sacco and Vanzetti

Sul numero invernale della Massachusetts Review c'è un lungo saggio su Sacco e Vanzetti scritto a quattro mani, in inglese, da me e da Fabio Deotto.

Il 28 agosto scorso cadde il novantesimo anniversario della morte dei due anarchici italiani. Nel ricostruire i fatti di allora, abbiamo cercato di identificare le categorie a rischio di discriminazione (e uccisione) nell'America contemporanea.

Here's to you, Nicola and Bart.

(18/12/17)

I nazisti e le ghette di Wodehouse

Leggo Homo ridens, un bel saggio di P. L. Berger sull'onnipresenza dell'elemento comico nella storia dell'umanità.

Personalmente detesto il sarcasmo, ma non per questo sono insensibile all'umorismo: anzi: e già il fatto che trovi enorme piacere nello scrivere per Topolino dovrebbe dimostrarlo.

Ridere (che è diverso dall'abitudine al deridere) mi pare una delle cose più belle che possediamo; e la comicità può essere anche uno straordinario strumento di conoscenza. Di certo chi è sempre serio provoca in me profondo scetticismo: grigiore e tetraggine non sono attributi dello studio e dell'attenzione ma della superficialità e dell'abitudine al pensiero uniformato. Il totalitarismo è nemico della risata perché non può nulla contro di essa; è un immediato segnale di libertà. Su questo tema Kundera ha scritto pagine indimenticabili: conviene riaprire i suoi Testamenti traditi e la sua Arte del romanzo.

Comunque: in una nota del suo libro, Berger racconta questo piacevole aneddoto riguardante l'opera di Wodehouse - lo scrittore comico inglese, creatore dei romanzi di Jeeves:

I servizi segreti tedeschi, straordinariamente privi di ogni forma di senso umoristico all'inglese, leggevano Wodehouse nella convinzione che potesse fornire loro una descrizione etnograficamente precisa della vita nel suo paese d'origine. Paracadutarono sul suolo britannico un agente che indossava le ghette: fu immediatamente individuato e arrestato.

(10/12/17)

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