I momenti più preziosi

I momenti più preziosi, in fondo, sono quelli in cui ti pieghi sulla sedia al buio e pensi alla tua pochezza, alla tua nullità, alle righe che nonostante gli sforzi non somiglieranno mai a quelle degli eroi che ti sei scelto: i momenti in cui quanto scritto, il lento accumulo di frasi e pagine, la correzione di un passaggio o la sostituzione di un aggettivo, ecco — tutto appare di colpo fragilissimo: i personaggi si svelano nella loro banalità, le scene sono un gioco di figurine, la prosa non conosce melodia.

Molto semplicemente, non ce la fai. Sei conscio del tuo lavoro, potresti definirlo o discuterne nei modi garbati del giornalismo culturale — ma di fatto, di fondo, in quei momenti non c'è speranza alcuna ed è bene che non ci sia: è bene che la bocca si riempia di amarezza pura. Non percepisci quella roba lì, come dici con il tuo amico Marco, e l'azzeramento lessicale non è altro che una spia del problema: se non c'è quella roba lì significa che non c'è tutto il resto, non c'è anima. Quindi ti arrabatti, giri un'altra frase, scomponi un dialogo, leggi altri quattro libri per trovare un particolare utile, ti accorgi di un errore che certamente i tuoi eroi avrebbero identificato subito — insomma, fai il possibile, ma il possibile resta una categoria infelice.

E non esiste rassicurazione alcuna, le recensioni positive valgono zero e così i premi e i commenti dei lettori: molto di più pesano le parole di insoddisfazione, persino il veleno delle critiche supponenti, perché lì c'è il cibo che nutre il demone della paura che temi e di cui hai bisogno nella stessa misura. La paura di non essere in grado, la paura di non valere niente.

È condiscendenza? L'ennesima e ammiccante rivendicazione delle incertezze di uno scrittore che poi si fa bello nutrendosi di chi lo rassicura dell'opposto? Una strategia di marketing, conscia o meno?

No, no. Solo la certezza che per quanto uno si creda in gamba non lo è mai abbastanza: e che il testo, nonostante il controllo assoluto che predichi a te stesso e ai tuoi studenti, resta in piccola parte una cosa misteriosa e incontrollabile, una cosa divina. E tu un cattivo sacerdote, rispetto ai doveri che quest'arte impone.

Queste sono le cose che pensi; e sì, sembra un discorso così vecchio stile da scadere subito nella trivialità. Infatti non ne parli proprio, per pudore o per vigliaccheria o perché l'incanto per le storie e la lingua sta morendo lentamente ammazzato. Eppure questi sono i momenti più preziosi della cosa che più ami fare in assoluto e non scambieresti con null'altro al mondo — scrivere, scrivere, raccontare storie, gioire della connessione fra un personaggio e l'altro, provare un'emozione che rientra appieno nell'indescrivibile — eppure ancora questo è il punto: non sentirsi mai capace davvero, e sapere che nessuno ti crederà quando lo dirai.

Infatti: credetemi, non credetemi, a me non importa nulla: la sola cosa che conta è il testo, e domani saremo solo io e lui, a prenderci a botte.

(24/09/18)

Il pubblico è privato

La distinzione fra pubblico e privato è un fondamento del pensiero politico moderno: la presenza di uno spazio entro cui lo Stato non può intervenire garantisce una serie di libertà individuali di base. E tuttavia, con la decennale erosione dell'etica pubblica — della volontà di difendere i diritti e il bene altrui, allargando progressivamente lo spazio di questo "altrui" — il privato è divenuto il compimento ideale della società. La torsione è perfettamente visibile nello stile politico di Matteo Salvini, ed è una delle ragioni del suo successo.

In effetti, la retorica salviniana si basa per intero su concetti appartenenti al campo dell'esistenza privata. Si rivolge agli elettori o simpatizzanti chiamandoli "amici"; ribadisce a piè sospinto di essere un padre e di pensare da padre oltre che da ministro; spesso aggiunge "una preghiera" nei momenti di cordoglio; dona volentieri spaccati della sua vita famigliare. I pochissimi contenuti sono meno importanti di questa forma comunicativa, che bilancia la violenza con cui tratta i nemici. Fornisce l'immagine di un uomo duro e intransigente sul lavoro, ma mite e sorridente nella sfera degli affetti: ed entrambi questi volti sono equamente rappresentati nei suoi profili social.

In questo modo Salvini intercetta qualcosa di assai più profondo del suo 17% alle ultime elezioni, e la paradossale comunità che gli si stringe attorno — che abbia votato Lega o Movimento Cinque Stelle o si sia astenuta non importa — lo incarna pienamente. Per certi versi è un'involuzione del metodo berlusconiano: allora la politica serviva innanzitutto a farsi i fatti propri, con un tono godereccio che nascondeva la violenza di fondo. Oggi la violenza è manifesta, e la politica serve per sfogare i peggiori istinti restando comodamente seduti sul proprio divano.

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(29/07/18)

Dire tutto, ma senza senso

George Steiner apre così la seconda parte di Vere presenze: "Tutto può essere detto, e di conseguenza scritto, a proposito di tutto. Ci soffermiamo appena per notare o accettare questo luogo comune, ma esso rivela un’enigmatica mostruosità."

Il saggio fu pubblicato nel 1989, quasi trent’anni fa; i social media erano ancora di là da venire. Oggi la frase di Steiner risveglia una sensazione nota: per quanto enigmatico o mostruoso possa essere, il commento continuo su qualsiasi cosa da parte di chiunque è diventato una routine della nostra vita.

Possiamo partire da qui per discutere la quinta delle Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, il nuovo libro di Jaron Lanier: ovvero, "I social media tolgono significato a quello che dici". E in effetti, il problema del significato — in senso molto largo — di quanto viene scritto online è davvero rilevante. Lanier parte con un’osservazione azzeccata: "Online spesso abbiamo solo una minima capacità, o nessuna, di conoscere o influenzare il contesto in cui sarà interpretata la nostra frase."

[continua a leggere su cheFare]

(26/07/18)

Appuntamenti al Festivaletteratura

Quest'anno sono ospite del Festivaletteratura di Mantova con tre incontri.

Giovedì 6 settembre alle 19, nelll'Aula Magna dell'Università, dialogherò con il fumettista Paolo Bacilieri. Parleremo di cruciverba, Milano, noir e tanto altro.

Venerdì 7 settembre alle 20, presso la Tenda Sordello, terrò un intervento cui tengo molto, dal titolo Appunti sul futuro prossimo del romanzo. Metterò insieme un po' di idee (con qualche provocazione, una volta tanto) su cui rifletto da mesi.

Sabato 8 settembre alle 22.30, a Palazzo san Sebastiano, presenterò l'ultimo bellissimo libro di Adriano Sofri, Una variazione di Kafka.

Naturalmente, come ogni anno, vi invito a leggere tutto il ricchissimo programma del Festival.

(20/07/18)

Possiamo fidarci delle storie?

E così l'odio è diventato mainstream. A sinistra, la formula descrittiva è sempre la stessa: "I populisti e i razzisti hanno saputo intercettare il disagio e le paure del ceto medio impoverito". Nella sua laconicità, sembra quasi offrire il fianco al nemico. Che ci sia stata una crisi nel continente è ovvio; ma che non sia paragonabile in nessun modo a quella da cui fuggono gli oggetti di questo odio radicale, lo è altrettanto.

Eppure, la situazione dieci anni fa era tanto diversa?

[continua a leggere sul Tascabile]

(10/07/18)

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