Vanga

Alberto Garlini ha chiesto agli scrittori invitati a Pordenonelegge un pezzo che definisse la propria idea di scrittura. Il tutto doveva partire da un'unica parola-simbolo. Io ho scelto vanga, il mio pezzo lo trovate qui, e lo riporto nel seguito del post...

(28/04/08)

1. Se ribaltate il mio lavoro e lo mettete a testa in giù, vedete che i suoi piedi sono fasciati insieme da una frase. È una frase di Ludwig Wittgenstein, dalle Ricerche filosofiche, §217: "Quando ho esaurito le giustificazioni arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si piega." In queste parole c'è tutto quello che cerco di fare quando scrivo. O meglio: tutto quello di cui cerco di essere cosciente.

2. Wittgenstein vuole dirci che le spiegazioni di un comportamento linguistico — di un comportamento in senso generico — ha un limite. Posso interpretare fino a un certo punto, ma poi sono costretto ad ammettere: Agisco semplicemente così. (La serie dei perché ha termine nell'azione in quanto tale). Ora prendiamo la sua frase e traiamone spunto in modo libero. Quando scrivo, io sono interessato quasi unicamente alle storie. Anzi: l'unica cosa in cui credo davvero, come scrittore, sono le storie. Naturalmente so che la mia trama è un mezzo per veicolare un significato, una stratificazione del reale, il tono di un personaggio, una complessità, una particella di dolore. Non mi è mai interessato raccontare cose inutili o superficiali, che non ferissero in qualche modo il lettore. Così ogni addensamento semantico è un punto di partenza e un punto d'arrivo, e la storia è la grande traversata. Ma arriva un punto in cui la vanga delle mie ragioni si spezza contro un punto: la nuda necessità del narrare.

3. Insomma, io la vedo così. L'urgenza di raccontare non ha una ragione precisa: nel profondo, nasce e muore in se stessa. Perché raccontiamo delle storie? Questa domanda mi ossessiona da sempre. La mia risposta è assolutamente minimale: perché sì. Perché ci serve. Perché la nostra vita è fatta per gran parte d’immaginazione e la volta della realtà è troppo piccola per contenerci. Nel profondo, siamo tutti bambini che chiediamo di essere addormentati di fronte al fuoco. E questo desiderio non si placa con l'esercizio di stile, la metafora riuscita, la perfetta disposizione delle parole. Si placa solo e unicamente con una storia.

4. Così l'immagine della vanga ci salva dalla perdizione. Una vanga si usa con mani e piedi e serve per scavare in qualcosa che è altro da te. È un attrezzo umile. Sa che quando incontra la roccia non deve insistere. Ed è anche simbolo di un lavoro costante e faticoso: lo scrittore sa esattamente dove andare a mordere la terra, ma lo deve fare con pazienza, con la sola forza dei suoi muscoli, e con la coscienza che è quanto troverà ad essere importante — non il suo gesto.

Certo, la letteratura non si limita a tutto questo. La letteratura è fatta anche di balzi che con storie, vanghe e narratori non hanno nulla a che vedere. E il mio discorso non vuole essere inutilmente riduttivo — come se tagliassi fuori dal mio cerchio magico ogni cosa che non sia funzionale alla dinamica del racconto. Tutt'altro. Dico soltanto che al di sotto di ogni mio lavoro — al di sotto di ogni mio disperato tentativo di trovare la parola giusta e fare della letteratura onesta — crepita questo fuoco semplice: la necessità della storia. È un fuoco che non ho acceso io. E questo mi rasserena.

(28/04/08)



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