Antifascismo radicale

Il gruppo di Giustizia e libertà

Il rischio inevitabile di celebrare l'anniversario della Liberazione a quasi settant'anni di distanza è di considerarlo sempre di più come un rito meccanico - un gesto che si esaurisce nel presente della piazza, senza guardare al passato con cui fare i conti e al futuro da costruire. Per questo motivo, ogni anno che passa cerco di essere più severo con me stesso. Di fronte all'annacquarsi progressivo della critica del Ventennio - ma anche della critica attenta ai germi fascisti che abitano la nostra società - ogni 25 aprile cerco di rendere il mio antifascismo ancora più radicale. In che modo?

In primo luogo ripassando. C'è un librino stupendo che consiglio sempre: La crisi dell'antifascismo di Sergio Luzzatto (Einaudi 2004). Lo storico genovese si scaglia contro il verbo del "post-antifascismo": il tentativo di rileggere il Ventennio come un totalitarismo da operetta, il terzismo d'accatto e il culto della memoria condivisa ad ogni costo (per cui un ebreo perseguitato e ucciso "vale", sul banco della Storia, quanto un repubblichino ammazzato da un partigiano, perché sono entrambe vittime). O peggio ancora, la "rappresentazione capziosa di un'Italia quasi interamente grigia dove estremisti rossi e neri si massacrano gli uni con gli altri in nome di parole d'ordine ugualmente becere, di valori ugualmente ignobili, di ideologie ugualmente mortuarie".

Combattere questo revisionismo falsamente buonista - che vorrebbe cancellare ogni differenza tra male e bene "facendo tutto rientrare dentro il buco nero della nozione di carneficina" - è un primo, importantissimo atto di antifascismo. Scrive Luzzatto:

neanche la più libera delle generazioni è libera da tutto, completamente separata da quelle che l'hanno preceduta e da quelle che la seguiranno. Purtroppo o per fortuna, la "grazia della nascita tardiva" - come ebbe a definirla il cancelliere Kohl - non esclude un'assunzione di responsabilità rispetto al passato oltreché rispetto al futuro.

La mia generazione è quella che dei "nonni partigiani". Mi rendo conto come questo possa diventare facilmente un luogo comune, e a volte lo sia diventato: spendere come cattiva moneta una tradizione, un passato, una scelta intrisa di responsabilità e di dolore. Quasi che avere un partigiano in famiglia (io ce l'ho), vestirti in una certa maniera e urlare "Fascisti di merda!" ti sollevasse da ogni preoccupazione riguardo il tuo colore politico - o peggio ancora la tue etica personale. Ma se questo deve essere l'antifascismo della mia generazione, è davvero misera cosa: sia perché rischia di scadere in un semplice rito, sia perché non ha effetti duraturi sul reale.

Intendiamoci: preferirò sempre un ragazzino che senza saperne nulla si dice figlio della Liberazione che un ragazzino che senza saperne nulla compra una medaglia del Duce. Su questo non c'è dubbio, e se anche la memorialistica più trita e retorica può servire a qualcosa, ben venga. Ma non basta, e basterà sempre di meno con il passare del tempo e la morte dei testimoni che ci furono, che combatterono, che si sporcarono realmente le mani di sangue.

Il circolo del male, credo, viene spezzato soltanto dall'esercizio di un ricordo attivo: che non abbia paura di confrontarsi con le ragioni che spingono, ancora oggi, delle persone a perseguire il credo fascista. Che siano attivisti duri e puri, o che siano inconsciamente sottoposti a quella radiazione mai davvero spenta - e che la Repubblica non è mai riuscita a espellere compiutamente. Ricordiamo tutti il fastidio malcelato di Berlusconi di fronte al 25 aprile, no?

Da questo punto di vista è molto interessante studiare gli antifascisti della primissima ora - Matteotti, Gobetti, i fratelli Rosselli. Quelli che dovettero emigrare, furono uccisi o annientati e ridotti in silenzio con il peggiorare della dittatura. Fra di essi mi piace ricordare Nicola Chiaromonte. In un lungo, bellissimo articolo pubblicato nel 1935 sui "Quaderni di Giustizia e Libertà" e dal titolo La morte si chiama fascismo (ora nella raccolta Le verità inutili, l'ancora del mediterraneo 2001) scriveva:

Il male non è che il fascismo tolga le "libertà democratiche": il male è che elimina dei fatti vitali: l'associazione, l'opinione, il modo di rappresentare e far valere gl'interessi concreti degl'individui e dei gruppi, mentre non elimina dei veleni: la potenza del danaro, l'oppressione dei costumi, l'ipocrisia, la sciocchezza e lo sfruttamento sistemati al riparo delle tradizioni. Per questo, le forze vive dei popoli travolti dai fascismi ne sono decimate da pestilenze.

E ancora:
I veramente oppressi, in regime fascista, sono le vere masse, il popolo dei lavoratori, e tutte le energie giovani: quelle che, con la fine dei vecchi equivoci, avrebbero dovuto essere liberate, e sono invece asservite alla commedia delle "parole d'ordine" [...]. Solo per queste masse, e per coloro che stanno con esse in effettiva solidarietà, il fascismo è un'oppressione reale. Perché solo lì si rivela integralmente il suo carattere di repressione dell'avvenire.

"Repressione dell'avvenire". Non si poteva dirlo meglio. Ben lungi dall'essere la religione della forza e della vita, dei buoni vecchi valori, il fascismo è la sistematica distruzione delle migliori energie di un popolo: lo svilisce e lo spinge a una "morte in bruttezza", come sintetizza Chiaromonte.

Rileggere questo ci serve. Ci serve oggi. Perché c'è un'eco fascista ogni volta che ci lasciamo sedurre minimamente dall'idea che tutti i migliori valori della civiltà moderna - quelli ereditati dall'Illuminismo e ripensati dalle lotte sociali dell'Otto e Novecento - siano sbagliati in quanto tali, e non perché male applicati o corrotti nella pratica da uno stato reale deludente, da una classe politica inetta, da una crisi.

Per tale motivo io vorrei un antifascismo così radicale da farmi dubitare sempre più spesso, da pormi in discussione come individuo, da farmi spaventare degli impulsi peggiori che ho: senza sconti e senza tregua: che mi ricordi quotidianamente di stanare ogni impulso del genere quando si manifesta anche solo in forma omeopatica dentro di me e le persone che conosco: quando scambi la giustizia con la forza, la sicurezza con l'ossessione del pericolo, quando vorresti la mano pesante, quando smetti di credere nel ruolo in primo luogo pedagogico della democrazia. La lezione antifascista è molto più sottile e complessa da imparare di quanto sembri in apparenza, ma io voglio che mi pervada. Voglio che esiga il massimo da me, e vorrei essere pronto a darlo.

Questa consapevolezza, come dicevo, si basa innanzitutto sulla necessità di fare più luce su alcuni processi storici e sociali: ma non deve disperdere in alcun modo l'intuizione preziosa, basilare, che anche al netto di tutte le conoscenze dovrebbe accompagnarci: libertà, eguaglianza e democrazia contro schiavitù, elogio del più forte e dittatura: scegli.

C'è chi scelse bene e chi scelse male, c'è chi sceglie bene e chi sceglie male. Qui sta la vera forza dell'antifascismo radicale - combinare passione e coscienza critica. Due cose che mai come ora sembrano necessarie per ridare linfa alla nostra società, ancor prima che al governo da cui è retta.

La guerra partigiana è "la carta d'identità della Repubblica in cui sono nato", scrive Sergio Luzzatto. Credo sia molto importante ricordarselo, e ancora più importante ricordare perché.

Buona festa della Liberazione a tutti.

(24/04/13)

Cookie

Questo sito utilizza cookie di navigazione. Per saperne di piu'

Approvo

Questo sito usa alcuni cookie anonimizzati indispensabili per una buona navigazione, ma nessun tipo di tracciamento per fini pubblicitari; continuando a navigare do per scontato che per te sia okay.

2017  Giorgio Fontana   globbers template joomla