Finché c'è tempo

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Secondo una linea di pensiero abbastanza canonica nella teologia cristiana, la presenza del male morale è strettamente connessa alla libertà umana: senza la possibilità di ferire, si argomenta, non avremmo la possibilità di amare: siamo condannati alla scelta proprio perché solo così siamo in grado esprimere la dignità dell'essere umano.

Una tesi che, da ateo, mi ha sempre irritato: il problema del male non si può sciogliere in questo modo, e l'abisso della teodicea richiede ben altri tentativi (il migliore, ancora oggi, mi sembra quello del secondo Schelling).

Ma poi, l'altra sera, gironzolando in bici al tramonto, mi sono accorto di come tale tesi può essere riletta senza la necessità di alcun Dio o di alcun tribunale morale e spirituale: può essere naturalizzata, ridotta al minimo indispensabile, e funzionare ancora meglio: dalle maiuscole del Bene e del Male all'unico tipo di salvezza che può interessarmi, quella giornaliera, quella che non pretende ricompense né postula condanne - l'enorme quantità di decisioni che in ogni momento ci capita di dover prendere, e dalle quali può dipendere molto.

Il rischio contenuto in questa consapevolezza è semplice: che si tratti di una consapevolezza da poco. Il solito, noioso, buonistissimo vangelo del "comportati bene", quando in realtà comportarsi bene nasconde un sottobosco di minuscole tirannie, nervosismi vari, cattiverie così piccole da essere subito autoassolte.

E' difficile accorgersene, ed è proprio questo il punto: gran parte del "male" fra le persone che conosco e frequento e stimo viaggia a questa altezza. E non c'è niente di banale nell'abbassarsi per cercare di raggiungerla, o coltivare qualche dubbio in più, passare qualche ora insonne a giustificarsi di meno.

Perché il tempo su questa terra è breve, e quando meno siamo pronti succede di colpire o di subire - e il male che si fa ci sopravvive, come diceva il Bardo.

Così tornando a casa mi è capitato di leggere una poesia di Philip Larkin: pare sia molto famosa, ma io non la conoscevo. Si chiama The Mower, ed è così semplice e nitida che sembra vanificare qualsiasi tentativo di traduzione. Anche linguisticamente cammina a fianco di quanto dicevo sopra: il pensiero apparentemente scontato che nasconde la più grande delle difficoltà.

La riporto nell'originale inglese, pensando che sì, aveva proprio ragione Larkin. Dovremmo avere cura gli uni degli altri, finché c'è tempo.

The mower stalled, twice; kneeling, I found
A hedgehog jammed up against the blades,
Killed. It had been in the long grass.

I had seen it before, and even fed it, once.
Now I had mauled its unobtrusive world
Unmendably. Burial was no help:

Next morning I got up and it did not.
The first day after a death, the new absence
Is always the same; we should be careful

Of each other, we should be kind
While there is still time.

(02/03/12)

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