Nota a margine di Tondelli

Sto scrivendo, nei ritagli di tempo, un breve pezzo su Tondelli. Vorrei proporlo al Seminario di Correggio che si terrà a dicembre. Non so se ce la farò. Mentre lo rileggo e prendo appunti, segno una cosa a lato. Non c'entra nulla con l'argomento del pezzo. Ma mi piace, quindi la riporto qui.

(24/10/07)

Di Tondelli ho sempre amato le prose di viaggio e gli articoli di giornale: quei bozzetti d’acquerello dove rivela il suo lato più intimo, la sua straordinaria capacità d’osservazione. Talvolta nei romanzi mi pare schiavo di una necessità imposta. Nelle prose invece si libera da molti clichés, e al contempo un’adesione a un altro cliché ben preciso, ma più raffinato — quello del viaggiatore contemplativo, o del cronista partecipe.

Un esempio. In Londra, Tondelli descrive la città partendo da un angolo imprevedibile: le capigliature dei suoi abitanti. Dalle creste punk alle rasature skin, traccia una rassegna che progressivamente diventa specchio della metropoli stessa, dei suoi gusti, delle sue zone e delle sue notti.

Spesso assistiamo a una accumulazione di questo genere di elementi contemporanei e modaioli, quasi fosse una cineseria o un enorme bazar arabo, un tappeto intessuto di centinaia di colori che si mescolano e si sfanno in qualcosa di più grande e confuso, ma non per questo privo di un ordine sottile, nascosto. Un weekend postmoderno è il punto arrivo di tale processo.

Scrittore vero, Tondelli non offre mai un luogo univoco e banale, bensì costruisce la possibilità della propria descrizione, con un preciso gesto poetico. E dove questo appare impossibile, lo ammette: come nelle prime, meravigliose righe di Berlino, dove la città sembra sfuggire ad ogni sua raffigurazione, come il Dio degli iconoclasti e dei maomettani: scivola via fra la penna e il blocco, lasciandoci "a mani vuote e con una grande confusione in testa":

"e a chi ci chiedeva che diavolo succedesse là, in Prussia, non si sapeva che cosa rispondere, se non raccontare banali emozioncine adolescenziali raccolte nel passeggiare sotto la neve, costeggiando il muro nella zona di Brandenburger Tor o nell’essere stati sorpresi da una tempesta di ghiaccio nel bel mezzo del Tiegarten, soli e, per di più, senza giacca a vento."

È questa cifra di assoluta sincerità, che ho sempre ammirato nella prosa di Tondelli. Sincerità come illuminazione di qualcosa di profondo e al contempo semplice, immerso nel pop (nel buon pop, intendiamoci). Sincerità come limpidezza e forza delle descrizioni, come precisione nella musica del periodo. Sincerità come sobria malinconia, come confessione di certi limiti e certe ipocrisie.

(24/10/07)



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