Del giovanilismo e di altri demoni

"Sei uno scrittore generazionale?" No. "Sei uno scrittore giovanilista?" No. "Sei uno scrittore commerciale?" No. Ma soprattutto: qualcuno sa di cosa sta parlando? Qualcuno riesce ad andare oltre la banalità accettata e la superficie?

(03/10/07)

A un paio di interviste, mi è stata posta la domanda: "Avendo scritto un romanzo che parla di giovani, che ne pensa di Federico Moccia e della sua riscoperta del mondo giovanile?" La mia risposta: "Non lo so. Non ho letto i libri di Moccia, e dunque non posso dare un giudizio fondato. Ho letto solo le prime venti pagine di Ho voglia di te, e le ho trovate scritte male, ma è tutto. Da quanto ne so, leggendo opinioni fondate al riguardo, credo che la sua poetica sia totalmente diversa dalla mia. Io miro alla solitudine e alla frattura, lui alla conciliazione e alla rappresentazione di un ambiente preciso, che a me non interessa."

Avrei potuto parlare male di Moccia, secondo copione, in modo acritico e banale: ma mi sembrava idiota. Lui fa il suo lavoro e io faccio il mio: due lavori diversi, probabilmente, ma con questo? Ciò che mi ha dato davvero fastidio è che mi è stato domandato di Moccia e non di altri. Come se solo lui avesse scritto di giovani. Come se scrivere di giovani sia considerato un peccato perché necessariamente giovanilista, generazionale, e altri aggettivi abusati (spesso come proiettili da stroncamento sicuro). E come se parlar male di Moccia fosse l'unico modo per farsi riconoscere da una precisa società letteraria: tutto il tempo a disposizione per migliorare e fare buona critica, buttato nel cesso a furia di pettegolezzi.

L'errore però sta nella domanda. Perché quasi nessuno chiede (non solo a me, beninteso) di Murakami? Di London? Di Salinger? Di Stig Dagerman? Sono tutti autori che hanno parlato, magistralmente, della gioventù e della tarda adolescenza. Anche solo per segnalare una distanza, un'incapacità di raggiungere certi livelli. Invece: calma piatta. Conformismo intellettuale. O si è come Moccia, o si è degli anti-Moccia.

A questa tendenza si accoppia il terribile errore di scambiare il mezzo per il fine, e indicare come "giovanilista" una qualsiasi opera che parli di ventenni. Il punto è che non abbiamo una teoria precisa del giovanilismo. Non sto scherzando. Io a questo punto mi sento in debito di definizioni, di strumenti critici pop: qualcuno vuole fare della critica attorno ai romanzi generazionali, al realismo banale, al rispecchiamento dei tic e del gergo come fine estetico? (Perchè questa è l'essenza del giovanilismo, a mio avviso: avere come fine la rappresentazione acritica di una fetta di giovani, sociologicamente scelta come la più accessibile.) L'esempio che mi tormenta da anni è Qualcuno ha mentito di Marco Mancassola: romanzo profondissimo, dalla tinta metafisica, e totalmente frainteso, solo perché i suoi protagonisti sono degli squatters a Londra. Mi immagino l'assurdità dell'equazione: PRESENZA DI GIOVANI, DROGA E SESSO -> ROMANZO GENERAZIONALE O GIOVANILISTA -> NON E' LETTERATURA. Qui cerco di rimettere le cose a posto.

Questo è dunque il "demone del giovanilismo", e io ne sono francamente spaventato. Sia per la sua applicazione concreta (è innegabile che vi sia una moda giovanilistica di pop cattivo, di pochezza e superficialità), sia per la tendenza a vederlo dappertutto. Ora, io credo che se noi "giovani" dobbiamo sempre fare uno sforzo critico e riconoscere i nostri errori (nel mio romanzo ne commetto tantissimi), anche i meno giovani dovrebbero farlo. Sempre. Costantemente. Per rifuggere le grida costanti al capolavoro, i complimenti liquidi, la banalità. Mi si può dire che è una sfida difficile. Ma siamo noi tutti ad averla accettata. Perché i libri si fanno in due: uno lo scrive, l'altro lo legge. Ed è compito di entrambi farlo nel modo più onesto possibile.

(Coda personale. Questo post è frutto della rabbia e di esperienze mie. C'è una linea di pensiero per cui non ci si dovrebbe mai lamentare delle incomprensioni e dei fraintendimenti. Ha due varianti: quella rassegnata ("tanto non cambia un cazzo") e quella etica ("non si deve e basta, gli scrittori scrivono, i critici criticano"). Io la trovo una linea di pensiero vigliacca. E se la lamentela costante e fine a sé stessa è sbagliata, lo è altrettanto il silenzio e l'accettazione passiva. Perché sono stanco. Perché penso di dovere del rispetto intellettuale. A ventisei anni si deve imparare e saper ricevere ogni tipo di critica: questo è vero e giusto. Ma si deve anche avere la forza di alzare la testa e urlare ciò in cui si crede.)

(03/10/07)





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