Stendhaliana: ancora su Milano e dintorni

Si torna sempre lì. A corto di argomenti (ma in questo caso si è spesso a corto di argomenti), si ricorda che Stendhal aveva fatto scrivere sulla propria tomba "Arrigo Beyle Milanese. Scrisse amò visse". Intanto lo stronzo morì in Rue des Capucines, e noi invece siamo ancora qui, io sono ancora qui, dietro Loreto, le propaggini finali della seconda cerchia, dove ai tempi di Stendhal era piena campagna, cascinali, vacche, dolci spighe di fieno da infilarsi in bocca mentre si pensava a un grande romanzo...

(29/09/07)

"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." (Alan Moore, V for Vendetta)

"Il passait son temps à Milan. Ce fut le plus beau temps de sa vie, il adorait la musique, la gloire littéraire, et estimait fort l'art de donner un bon coup de sabre." (Stendhal, Notice sur M. Beyle par lui-même)



Si torna sempre lì. A corto di argomenti (ma in questo caso si è spesso a corto di argomenti), si ricorda che Stendhal aveva fatto scrivere sulla propria tomba "Arrigo Beyle Milanese. Scrisse amò visse". Intanto lo stronzo morì in Rue des Capucines, e noi invece siamo ancora qui, io sono ancora qui, dietro Loreto, le propaggini finali della seconda cerchia, dove ai tempi di Stendhal era piena campagna, cascinali, vacche, dolci spighe di fieno da infilarsi in bocca mentre si pensava a un grande romanzo. E invece ora. Invece ora siamo qui. Mangiamo pasta al tonno. Traduciamo, scriviamo, leggiamo racconti e manoscritti, fumiamo tabacco (io fumo tabacco), beviamo birra economica, ogni tanto finiamo in quegli ultimi ristoranti a prezzo ribassato, primo secondo vino caffè a sette otto euro, in Via Padova o dintorni, ai margini di ogni cosa, la nota che scatena la sinfonia delle zone disperse, di cui ho scritto tante volte e tante volte scriverò ancora - su, verso nord, dove solo il Naviglio della Martesana scava la terra come una lingua affamata.

Siamo qui, insomma, e all'improvviso fa freddo. Fa freddo e la mia porta-finestra guarda su una via trafficata, zuppa di smog e pioggia. Ho un balcone, ma non lo uso. A volte, la sera, suono la chitarra. Qualche giorno fa un peruviano obeso e sbronzo mi ha quasi aggredito, mulinando le braccia a caso, dopo che gli ero finito addosso per sbaglio sulle strisce pedonali. Campo a lavori freelance. Scrivo. Ho lo stomaco marcio da un sacco di cose, mi domando che razza di uomo sarò, eppure scrivo. Ho un bisogno tale di onestà che niente può ricompensare qui, eppure eccomi, ci sono. Rispondo all'appello. Non parlatemi dei sogni. Non parlatemi di precarietà, tristezza da smemoranda e viaggi che ti aprono la mente. Non parlatemi di nessuna di queste troiate, in cui non ho mai creduto. Io scrivo, e la sola parola che riconosco è necessità. Sono qui, l'ho scelto io di stare qui, così come ho scelto di scrivere: una necessità come un'altra: e sono interamente cazzi miei.

Milano, dunque. Sconsolato a Milano, ma forse senza più odio, o con un modo diverso di percepire questo luogo. Sfoglio un album degli anni '50. Di fronte a me vedo una città solcata da canali, dove la gente corre piano dietro ai tram tenendosi i cappelli, e le strade ciottolate brillano di polvere al tramonto. I cappotti hanno il colore del cacao. Poi il vento è girato, e questa città ha preferito sacrificarsi ad altri dei. Bruciare in fretta, divorarsi, buttare via la paura degli anni di piombo con una vera e propria etica del consumo: più si ostenta, più si compra, più si è felici. Il gioco è durato finchè poteva durare. Ora camminiamo fra le rovine. Eppure qualcosa ancora si muove, uno scampolo di vita fuori dal cerchio sepolto del centro. Il diavolo in corpo di cui parla Doninelli. Lo senti, si muove. Striscia...

Ieri sera sono uscito per comprare da bere. Erano le undici. Il mio venditore di fiducia aveva la serranda mezza abbassata. Sono scivolato sotto e ho preso due bottiglie di Peroni. Fuori la strada era lavata dall'acqua fresca, e il cielo macchiato di viola: fumo, luci, nuvole. In tutta Via Padova non c'è un italiano. Sorridevo, la gente mi sorrideva. Qualche grida. Dal kebabbaro la gente fumava i narghilé sui tavoli di plastica rossa. (A un'intervista su "Rumore", Manuel Agnelli ha detto: "Come multirazzialità Milano è a livello di Parigi, potrebbero esserci club di varie nazionalità, mille colori ecc. e invece non c'è niente perché scontenterebbe una parte della popolazione che ha paura e perché i politici non fanno niente, per non scontentare quella gente che ha paura.")

Sono tornato verso casa. Mi sono fermato un istante in Piazza Durante, ignorando la compravendita di fumo. E la notte d'improvviso mi è sembrata pulita, luminosa, abitabile. Persino solenne, come certe notti canadesi. Ma la sensazione è durata un attimo, lo spazio di una goccia sulla lingua. Poi ho attraversato di nuovo la strada e sono entrato nel mio palazzo. Danilo e il Secco erano in cucina a parlare. Ho lasciato le birre in frigo e sono entrato in camera. Ho riaperto la bocca del portatile, sentito la vicinanza del suo ronzio, i caratteri deboli sullo schermo vecchio. E ho iniziato a scrivere.

Forse Milano (e la letteratura italiana) avrebbero bisogno di dieci anni di comunismo. Dieci anni di terrore. Dieci anni di intransigenza. Nessuno dei due li avrà. Ma in fondo, quanto deve importarmi tutto questo? Per quanto possa servire (credo, in tutta sincerità, a niente), io continuo soltanto a scrivere, amare, vivere. Rispondo all'appello. Lancio un sasso nel vuoto. Ci sono.

(29/09/07)



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