Wu Ming e il copyleft: una perplessità

In occasione del Copyleft Festival, pubblico una nota a margine del tema, a partire da alcune tesi del collettivo Wu Ming. Non una posizione contraria, ma una perplessità, forse banale. Una cautela.

(13/09/07)

Leggo sul numero 5 della bella rivista El Aleph (qui il blog) un intervento di Wu Ming, "Note inedite su copyright e copyleft". La versione integrale dell'articolo si può trovare su Carmilla. Wu Ming si sofferma su due problemi distinti ma interconnessi: il "falso dilemma" fra copyright e copyleft, e l'origine storica del copyright. Qui baderò soltanto al primo, sebbene anche il secondo sia di enorme interesse.

La tesi "classica" dei difensori del copyright si basa sulla remunerazione dell'autore. Come sintetizza Wu Ming: "Più l'opera circola gratis, meno copie vende, più soldi perde l'autore." In realtà, le cose non stanno precisamente così. A questa inferenza Wu Ming ne sostituisce un'altra: "l'opera circola gratis, il gradimento si trasforma in passaparola, ne traggono beneficio la celebrità e la reputazione dell'autore, quindi aumenta il suo spazio di manovra all'interno dell'industria culturale e non solo." Fra le possibilità di guadagno dell'autore, Wu Ming cita presentazioni, conferenze, docenze, consulenze, corsi di scrittura creativa, migliori accordi con gli editori. Simile il discorso per la musica. A questo punto, visto che la retribuzione dell'autore sembra comunque assicurata, e posto che la cultura e i saperi devono circolare il più liberamente possibile, il copyleft diventa un atto autenticamente morale.

Questa, in sintesi, la posizione di Wu Ming nell'articolo citato. La mia perplessità è di ordine brutalmente pratico. Siamo davvero sicuri che senza il classico "diritto d'autore" (percentuale sopra una copia), uno scrittore riesca a essere retribuito per il suo lavoro? Facciamo un passo a lato.

Il dilemma del copyleft interessa in primis la musica. Questo, sembrerebbe, perchè è molto più semplice downloadare una canzone invece di un libro. Il supporto rimane più o meno lo stesso, e la canzone è intonsa. Un libro, al contrario, va stampato (e questo costa), o letto direttamente sullo schermo (ma provate a leggere a schermo I fratelli Karamazov). Tutto ciò mettendo da parte la retorica dell'oggetto-libro (il suo profumo, il suo essere un nucleo di ricordi e percezioni, la bellezza della carta, della copertina, etc.). Limitiamoci al discorso pratico: nonostante le possibilità offerte, sharing e peer-to-peer non sono ancora attecchiti nel mondo della cultura libresca. Personalmente, non credo attecchiranno così rapidamente. Quindi il mercato musicale si è trovato a dover fronteggiare subito una minaccia concreta e terribile: fortunatamente per lui - e questo è il mio punto - i suoi strumenti di reaizone sembrano più funzionali rispetto a quelli del mercato editoriale.

Faccio un esempio banale: i concerti. Un gruppo ha sempre la possibilità di esibirsi dal vivo, e questo attrae inevitabilmente un buon numero di persone. La distinzione fra musica suonata e musica ascoltata su un supporto è sempre valida, e fa da molla a tutta una serie di introiti che la in ambito letterario non esistono. Wu Ming parla di presentazioni e convegni. Poche volte (specie se l'autore non è molto famoso) le presentazioni sono pagate: al limite c'è un rimborso per le spese di viaggio. Lo stesso per i convegni. Insomma, ho l'impressione - forse sbagliata, non so - che un gruppo "minore" abbia meno difficoltà con il copyleft rispetto a uno scrittore "minore".

Internet ha portato naturalmente a una proliferazione e un mutamento profondo di ciò che prima era "pirateria" (mi passi la tua cassetta di Elio e le storie tese? - Gesù, bei tempi...). Ciò nonostante, la musica ha resistito, o sembra resistere. Ha delle forze latenti. La mia idea è che tali forze dipendano dall'aura enormemente più forte del musicista rispetto allo scrittore. Se viene Lou Reed a Milano, è la fine del mondo. Se viene Don DeLillo, decisamente no. (Qui ci sarebbe un ulteriore cuneo di discussione: in che misura il termometro pop regola quest'aura? Un musicista élitario vale davvero di più di uno scrittore molto popolare?).

Quindi: il copyleft sembra nuocere più agli scrittori che ai musicisti, e finora non mi pare che il sistema editoriale abbia prodotto (o suggerito) un modo per fronteggiarlo davvero. Ovviamente questa è una semplificazione un po' brutale. Nel frattempo ho ruminato qualche altro articolo dei nostri sul copyleft (qui l'elenco tematico). L'impressione che ne ricavo è sempre la stessa: tanti bei progetti, bellissime idee, ma una forma secondo me ancora troppo utopica e limitata di pensiero. (Lo stesso Wu Ming 1, qua, ammette di pensare al copyleft in relazione alle comunità utopiche e al protosocialismo). Personalmente, quando sento parlare di utopia mi vengono i brividi di default, perchè intravedo una glorificazione dell'idea prima dell'individuo. Sarò cinico, sarò realista, ma è così. In altri termini: non so fino a che punto tutto questo possa reggere, senza un grosso, vasto consenso alla base - e senza un'autentica rivoluzione di marketing dall'alto.

Insomma, sono perplesso. Una perplessità da labbra storte e un sopracciglio alzato. Tutto qui: non prendetemi per reazionario. Credo sia evidente che il mercato editoriale debba ripensare i suoi strumenti di diffusione, e quelli di retribuzione dell'autore. Forse l'unico modo per fronteggiare davvero l'ondata è accettare il copyleft in ogni sua forma e puntare tutto sull'aumento degli anticipi, che spesso coprono più dell'effettivo guadagno sulla base dei diritti. Ma di nuovo: siamo sicuri che il copyleft verrà accettato dal compratore? Siamo sicuri che si preferisca scaricare un libro, scannerizzarlo, stamparlo, fotocopiarlo? Forse questo può valere per i libri scolastici (sui quali il copyleft mi sembra a dir poco essenziale, anche alla luce delle recenti polemiche). Ma per la narrativa? La questione, a mio avviso, rimane decisamente aperta.

(13/09/07)





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