Il falco di Bolaño

Piccolo excursus su una lunga frase, elaborato in un momento di sbadiglio esistenziale, a metà fra il cesso e la scrivania.

(22/08/07)

Leggo Notturno cileno di Roberto Bolaño, un piccolo capolavoro di equilibrio formale. Lentamente mi innamoro di questa prosa così diversa da quella cui sono abituato. Non un a capo. Non un dialogo in forma classica. Sembra Bernhard improvvisamente messo in moto, fatto ballare, caricato a molle. Penso che potrei scrivere due righe sulla costruzione della frase, su come Bolaño sappia gestire queste cavalcate di asindoti - questa danza di virgole e incisi. A pagina 83, vengo convinto:

"E poi me ne andai da Strasburgo e raggiunsi Avignone, la chiesa di Nostra Madre del Mezzogiorno, dov'era parroco padre Fabrice, il cui falco si chiamava Ta Gueule ed era noto nei dintorni per la sua voracità e la sua ferocia, e con padre Fabrice passammo serate indimenticabili, mentre Ta Gueule volava e distruggeva stormi non solo di colombi ma anche di stornelli che in quei giorni lontani e felici abbondavano nelle terre provenzali, le terre percorse da Sordel, quale Sordello?, e Ta Gueule si lanciava in volo e si perdeva fra le nuvole basse, nuvole che scendevano dalle macchiate e al contempo pure colline di Avignone, e mentre padre Fabrice e io parlavamo, d'improvviso Ta Gueule ricompariva come un fulmine o come l'astrazione mentale di un fulmine per cadere sugli enormi stormi di stornelli che arrivavano da ovest come sciami di mosche, annerendo il cielo con i loro voli errabondi, e di lì a pochi minuti i voli degli stornelli si insanguinavano, si frammentavano e si insanguinavano, e allora l'imbrunire nei dintorni di Avignone si tingeva di un rosso intenso, come il rosso dei crepuscoli che si vedono dai finestrini di un aereo, o il rosso delle albe, quando ci si sveglia dolcemente col rumore dei motori che fischia nelle orecchie e si apre il finestrino dell'aereo e all'orizzonte si scorge una linea rossa come una vena, la femorale del pianeta, l'aorta del pianeta che a poco a poco si gonfia, tale fu la vena di sangue che vidi nei cieli di Avignone, il volo insanguinato degli stornelli, i movimenti come da tavolozza di pittore espressionista astratto di Ta Gueule, ah, la pace, l'armonia della natura che in nessun luogo è evidente ed esplicita come ad Avignone, e poi padre Fabrice fischiava, e aspettavamo un tempo indefinibile, scandito solo dai battiti dei nostri cuori, finché il nostro tremante falco non si posava sul suo braccio."

Lasciamo da parte le questioni estetiche (ad esempio che questo pezzo è meraviglioso, e che non riuscirei a scrivere una cosa simile nemmeno col filtro del supersoldato). Ciò che ci interessa ora è: la frase di Bolaño contiene nell'immagine descritta il suo principio creativo. Il principio è semplice, quasi mimetico. Parlo di un treno, darò alla prosa un andamento martellante e ritmato: parlo dell'acqua, un andamento acquatico. Eccetera.

Il tema di queste pagine sono i falchi delle chiese europee, addestrati per fare strage di piccioni e colombi. Bolaño costruisce dunque una frase a volute ampie e nervose, che si restringono sempre di più, come i movimenti del falco. Ta Gueule si lancia in volo verso i colombi. Entra nelle nuvole e il sangue degli uccelli si mischia al sangue del tramonto. Ne esce. Rientra. Il rosso domina ogni altro elemento sul paesaggio, e Ta Gueule assume i tratti di un pittore astratto - il quadro si fa sempre più confuso, complesso, arrossato - finchè padre Fabrice non richiama l'animale. La frase subisce un rallentamento improvviso: "aspettavamo un tempo indefinibile, scandito solo dai battiti dei nostri cuori": e poi il falco si posa sul braccio del prete, e la frase finisce con il suo volo. Questa frase non richiama un volo: è un volo. La fisica dell'atto viene trascinata nella dimensione poetica.

Bolaño: "Io fondamentalmente sono un poeta. ho cominciato come poeta. Quasi sempre ho creduto - e continuo ancora a crederlo - che scrivere prosa è di pessimo gusto. E lo dico sul serio." Tutto Notturno cileno, in un certo senso, ha i caratteri della poesia. Brevità: perfezione dell'architettura formale: bellezza delle immagini: e soprattutto, musica.

Penso ad altri casi di frasi che rendono (consapevolmente o meno) la loro immagine un principio stilistico. Non che la tecnica sia particolarmente originale, ma pochi riescono ad applicarla come fa Bolaño. Mi viene in mente un frammento autobiografico di Neal Cassady, citato da James Campbell (in Questa è la beat generation, p. 69):

"Comunque, la natura erotica dell'esperienza della Mercury comprese per fortuna anche un'esplorazione anatomica della ragazza che caricai all'uscita della scuola, ma non ho un altro ricordo che sia più distinto e potente del momento della fuga, con quel superamento di un semaforo a tre scatti nel primo isolato..."

Campbell commenta: "La frase, e il frammento stesso, finiscono qui, nel bel mezzo del traffico." Il metodo è lo stesso, e qui la sensazione ancora più corposa, più immediata, con quella virgola che precede il ma, così assurdamente labile (chiunque altro ci avrebbe messo un punto), così simile a un'improvvisa accelerazione. E poi quei tre punti, che chiudono lasciando la frase per strada. Nè più nè meno. Fu da questi frammenti, e dal jazz, che Kerouac si ispirò per la sua prosa be-bop - per l'uso consapevole e mirato della spontaneità.

Fine del viaggio.

(22/08/07)

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