Sul Salone

I fatti sono noti: ieri il Comitato d'indirizzo del Salone del Libro ha pubblicato questa nota riguardo la presenza dello stand dell'editore Altaforte, dando il via libera alla sua presenza. Il tono è pilatesco e l'argomento di fondo è a mio avviso profondamente sbagliato. Altaforte (non linko) è una casa editrice fascista, i cui libri elogiano il fascismo: il fatto che la magistratura non l'abbia ancora condannata per apologia del medesimo non conta nulla.
Delegare una questione politica al dispositivo giudiziario è un cedimento, una pericolosa forma di supplenza.

Dovrebbe bastare una scorsa al catalogo per capire che in uno spazio di confronto democratico un editore del genere non può partecipare, soprattutto nel momento storico che stiamo attraversando (penso solo ai fatti di Viterbo). Sì, altre case editrici inaccettabili sono transitate per il Salone nei vari anni — le AR di Franco Freda, per dirne una — e il punto andava affrontato in precedenza; ma è comunque bene che sia venuto alla luce.

Quindi, fare finta di nulla è impossibile. Per me è indispensabile porre pubblicamente il problema, reale e gravissimo; ma è altrettanto importante cercare una soluzione per il lungo termine, proprio considerato il valore culturale del Salone di Torino. In questo senso ho trovato molto sensate le parole di Barbara Bernardini.

Ciò detto, che fare nell'immediato?

Al Salone ho tre incontri cui tengo molto e ai quali parteciperò, e non per una semplice difesa degli impegni presi. Se trovassi inaccettabile andare a Torino non lo farei e basta.
Capisco l'atto di diserzione, come quello dei Wu Ming, di Carlo Ginzburg o dei miei amici di inutile: ma non lo condivido. A mio avviso ci sono varie scelte possibili e una forma di militanza non ne esclude altre. Si può andare al Salone criticamente, ribadendo il discorso antifascista con la massima chiarezza. E chiedendo per il futuro (come ha scritto ad esempio Vanni Santoni) "strumenti atti a escludere in modo chiaro quelle case editrici che propugnano idee incompatibili con la democrazia e il viver civile, così da evitare in futuro trappole come quella di questi giorni" (come una carta dei valori). Si possono anche considerare azioni di presidio e di protesta. Insomma esserci, ma senza fare finta di nulla.

Invito tutti a continuare a riflettere e discutere. Nel frattempo, massima solidarietà a Christian Raimo.

[Addendum 08/05/19:
1. "Capisco" significa che rispetto e comprendo tutte le ragioni della scelta. "Non condivido" significa che ho deciso di fare diversamente. Quindi: non ritengo che il boicottaggio sia in sé un gesto irresponsabile; non credo che andare al Salone sia in sé un gesto valoroso; non oso dare ad alcuno lezioni di militanza (e ci mancherebbe altro).
2. Ridurre la complessità della questione a un hashtag come #iovadoatorino o ad atteggiamenti banalizzanti e sarcastici è a mio avviso un errore.
3. Come ha scritto Evelina Santangelo, riprendendo l'annuncio di non partecipazione di Zerocalcare, in questa vicenda nessuno in buona fede ha il cuore leggero.]

[Addendum 09/05/19: il Comune e la Regione hanno deciso di espellere lo stand di Altaforte dal Salone. Un'ottima notizia, che però non deve abbassare il livello di allarme per quanto sta accadendo nel Paese. Infine, un po' di autocritica. So che il senno di poi è odioso, ma è ancor più odioso fingere: senza le azioni di boicottaggio e sciopero, difficilmente questo risultato sarebbe stato raggiunto. Continuo a pensare quanto ho scritto nel post, ovvero che le forme di militanza possibili erano varie; ma avrei dovuto precisare con maggiore chiarezza e forza il punto comune della lotta. Al proposito, le considerazioni dei Wu Ming mi sembrano un promemoria molto utile.]

(05-09/05/19)

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