Alessandro Leogrande, un anno dopo

Il 26 novembre 2017, un anno fa, morì Alessandro Leogrande. Nella miseria che stiamo attraversando, le sue parole e la sua integrità mancano ogni giorno di più.

Scrivo da un treno che attraversa la pianura padana, tra campi velati dalla foschia e capannoni abbandonati. Fra poco a Torino terrò una lezione su Carlo Rosselli e Camillo Berneri: e mi pare una luminosa coincidenza parlarne nell'anniversario della scomparsa di Alessandro: un privilegio discutere di libertà ed eguaglianza, di azione e antifascismo.

Verso la fine di Socialismo liberale, Rosselli evoca un "demone critico che obbliga di continuo a rivedere, alla luce delle nuove esperienze, la propria posizione". Credo che questo demone dominasse il lavoro quotidiano di Leogrande. Basta aprire una qualunque delle sue pagine per accorgersene, basta rileggere i suoi libri o i suoi numerosi articoli.

Aveva metodo e curiosità. Aveva una lingua mite, ma non lasciatevi ingannare: dietro la pacatezza e la costante ricerca del dialogo sapeva essere molto netto. Aveva, soprattutto, una varietà di interessi sorprendente e una cura altrettanto sorprendente nei loro confronti, ben diversa dalla tuttologia dell'opinionista annoiato. Ogni volta che lo leggevo, si trattasse di un reportage o di un pezzo di commento, pensavo: "Ecco. Questo dovrebbe fare un intellettuale". Potevo anche non essere d'accordo su un dato argomento, ma non trovavo mai tracce di occasionalità o superficialità, difetti che tormentano anche i migliori; e ogni riga ricordava un'etica semplice ma sostanziale: la parola non può stare dalla parte dei più forti. La parola di Leogrande non lo è mai stata, a differenza di molti suoi colleghi.

Ovviamente ho ricordi molto brutti di quel 26 novembre 2017 e dei giorni che seguirono. Ma non dimentico le tantissime persone che si dichiaravano sconvolte; che di Alessandro ricordavano la generosità, lo scrupolo e la bontà (e quanta paura fa oggi a molti questa parola); che sottolineavano il suo scetticismo verso le semplificazioni. Era come un abbraccio collettivo nella distanza. Perché, come scrisse Nadia Terranova, "con lui diventavamo tutti più bravi. E basterebbe solo questo a struggerci, ora: la mancanza di una persona che rendeva le persone migliori".

Ma era troppo tardi, Alessandro non c'era più, ed è sconfinato il rimpianto per quanto avrebbe potuto dare ancora. E tuttavia, che ne è di noi che restiamo? Quanti rimpianti ci affliggono per non essere stati all'altezza quando necessario? Che abbiamo fatto, che vogliamo fare?

Parlo seriamente. Nell'anno trascorso le cose sono peggiorate da molti punti di vista, nel mondo come nel discorso culturale. Si va imponendo il modello di una società fondata sulla violenza e il rancore verso i più deboli. Il disprezzo per l'argomentazione sta toccando ovunque il suo vertice, e il dileggio fine a sé stesso ha ormai quasi sostituito le occasioni di critica profonda. Una voce limpida, coraggiosa e intransigente come quella di Leogrande — una voce che prima di levarsi ascoltava, leggeva e non sbraitava mai, sottraendosi così al ciclo spettacolare dell'indignazione — una voce per cui il termine impegno non era un passepartout o una solenne banalità, ma una questione di condotta personale — una voce del genere è cosa rara: ma quanto mai necessaria. Farsene carico da soli è forse impossibile, perché davvero di Alessandro ce n'è stato uno; ma tenere a mente le sue lezioni, come ha fatto Christian Raimo su Internazionale, è ancora oggi motivo di incitamento.

So che le commemorazioni sono materia delicata. Prima o poi si finisce sempre per cadere in qualche cliché. Queste righe vorrebbero dunque ricordare una persona che è stata importantissima per molti (e cui ho pensato spesso in questo anno), ma soprattutto invitare a proseguire lungo la sua traccia. È quanto ci resta e dobbiamo farlo con la massima cura, con una sorta di devozione e intransigenza, se vogliamo che Leogrande non decada a immaginetta e la sua opera non venga disinnescata.

Nella prefazione a Il violento mestiere di scrivere di Rodolfo Walsh, Alessandro osservava:

Non si scrive mai solo per scrivere, benché poi ogni scritto possa vivere di vita autonoma. Nel momento in cui il mondo non appare più come un campo inerte, lo scontro tra dominanti e dominati, morte e rivolta si fa più crudo. Prima ancora che con categorie ideologiche, le proprie scelte hanno a che fare con considerazioni di natura immediatamente morale. La possibilità o meno di continuare a guardarsi davanti a uno specchio porta sempre a considerare la propria scrittura sotto una nuova luce.

Parlava di Walsh, certo, ma parlava anche di sé; e ho come l'impressione che parlasse anche ad altri. Il brano ha il sapore di una chiamata alle armi, anche se il compito imposto da quest'idea di scrittura è tutt'altro che semplice: richiede intelligenza, precisione, studio e amore — perché di amore si tratta. E tuttavia Alessandro Leogrande ci ha dimostrato che è possibile. Anche in Italia, persino in questi anni infami, nonostante tutte le difficoltà: a patto di rimboccarsi le maniche e non cedere al rito sterile della lamentela.

Lui da un anno purtroppo è scomparso e la perdita resta incolmabile, è qualcosa che si estende a macchia, che supera il lutto individuale e diventa ad ogni effetto una questione collettiva. Ma noi restiamo e questa stessa perdita ci interroga, ci sprona, ci inchioda a una responsabilità: che abbiamo fatto, che vogliamo fare, che faremo?

(26/11/18)

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