Disobbedienze

In una recente intervista a Radio Popolare, Marco Cappato ha ricordato la necessità e i limiti della disobbedienza civile. Basandosi sulla propria esperienza — al momento Cappato ha due processi in corso per la morte di dj Fabo e quella di Davide Trentin — il membro dei Radicali ha ribadito la sua fiducia in una sfida aperta a determinate leggi ritenute ingiuste e non costituzionali, come appunto "la lettera del codice penale fascista sull'aiuto al suicidio".

Discutendo dell'arresto del sindaco di Riace Domenico Lucano, ha quindi sottolineato:

Il sindaco di Riace non ha praticato un'azione di disobbedienza civile, nel senso classico della parola, per la quale ha chiesto di essere eventualmente perseguito, ma non ha nemmeno agito in modo nascosto rispetto alle sue finalità e i suoi obiettivi. Io personalmente non ho bisogno di aspettare le indagini della magistratura per dire che, per quanto mi riguarda, ha rispettato e ha fatto vivere dei principi di umanità di solidarietà che sono prevalenti rispetto alla lettera delle leggi sull'immigrazione.

La disobbedienza civile è l'aperta e pubblica violazione di una legge ritenuta ingiusta, al fine di cambiarla o eliminarla. Il disobbediente non si nasconde, anzi attira su di sé le conseguenze previste da tale violazione, allo scopo di dimostrare alla comunità l'iniquità della norma infranta. Alla base di questa pratica sta dunque un'assunzione teorica di fondo: la perfettibilità dello Stato e delle sue leggi; insomma una visione storica, dialettica e non dogmatica delle istituzioni.

La storia della disobbedienza civile in Italia è ricca di eventi nobili e nomi illustri ahimè finiti nel dimenticatoio: su tutti Aldo Capitini, Danilo Dolci, Giuseppe Gozzini. I Radicali ne hanno fatto un'arma raffinata di battaglia politica, e le limpide affermazioni di Cappato non fanno che rinverdire una tradizione; ne ho già parlato in altra sede scrivendo di un tema molto simile.

Il problema, piuttosto, è che la tradizione oggi manca di una comunità solidale in grado di recepire e moltiplicare il gesto disobbediente. Quando nel 1956 Dolci lanciò uno sciopero alla rovescia di Partinico — centinaia di disoccupati al lavoro su una strada abbandonata — venne incriminato per oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni. L'opinione pubblica restò molto colpita e Dolci fu difeso da un giurista straordinario come Piero Calamandrei: azioni del genere contribuirono a erodere quanto c'era ancora del fascismo nelle istituzioni repubblicane — perché molto ne rimaneva, e in parte sarebbe purtroppo rimasto anche in seguito.

Quanto fatto da Domenico Lucano è certo un po' diverso: nell'intervista di cui sopra lo stesso Cappato ne ha parlato di nuovo come "un caso di confine", aggiungendo che

Lucano non ha mai nascosto la sua contrarietà a un certo tipo di restrizioni e di leggi, anzi ha costruito apertamente una sorta di comunità che lavora ed opera al limite della legalità e non ha operato per nascondere o occultare le proprie convinzioni. Pur non essendo un'azione con autodenuncia o con sua esplicita volontà e scelta di essere sottoposto a procedimenti giudiziari, credo che anche per lui possa essere una occasione, e quindi anche un'occasione per tutti noi, di rivendicare la prevalenza dei principi di umanità e solidarietà fondamentali.

Umanità e solidarietà. Invito tutti a leggere un'altra intervista, quella allo stesso Lucano pubblicata sul numero di ottobre de gli Asini: anche solo per toccare con mano le motivazioni del sindaco di Riace, l'ispirazione socialista libertaria del suo agire, l'assurdità di certe ispezioni della prefettura. Nelle sue parole: "c'è la questione delle lunghe permanenze, perché oltre i sei mesi le persone non potrebbero restare. Se restano, le spese sono a carico del comune, sennò bisogna cacciarli. Ieri in prefettura mi hanno trattato male per questo motivo. Mi hanno detto che è una regola dello Stato. Gli ho risposto di venire a Riace. Perché fin quando uno sta in un ufficio, cacciare le persone è una cosa che fa al computer, ma quando ha un rapporto diretto, a meno che non abbia nessuna coscienza…"

Tutto bello, dirà ora qualcuno: ma la coscienza è un ente invisibile e resta il fatto che la legge è stata aggirata. Si potrebbe rispondere che nei giorni in cui Luca Traini viene condannato per la sua tentata strage contro stranieri dovremmo preoccuparci di ben altri mostri e ben altre violazioni del nostro codice: ma il suddetto qualcuno potrebbe appunto accusarci di benaltrismo.

Cosa distingue un sincero gesto di dissidenza dal ribellismo fine a se stesso o dal facile egoismo? Bene, un elenco provvisorio dovrebbe contenere: la sostenibilità, ragionevolezza e controllabilità del gesto; il fine apertamente altruistico; un minimo di lungimiranza e visione; un'autodifesa ben argomentata e priva di retorica aggressiva, che spesso maschera soltanto desiderio di potere (e di piacere); la piena onestà intellettuale; e infine un'ammissione di fallibilismo. Nell'intervista già ricordata, Cappato spiegava con grande chiarezza: "Io posso fare della disobbedienza civile secondo i miei principi, poi ci sono dei farmacisti che impediscono alle donne di accedere alla pillola del giorno dopo: in questo modo più che essere un'obiezione di coscienza impongono la propria coscienza sugli altri. Non è che se uno fa un'azione di disobbedienza, allora ha ragione. Bisogna entrare nel merito ed è uno scontro politico: la disobbedienza civile è comunque un'azione che rientra nel campo della politica."

Del resto, lo stesso giudice per le indagini preliminari ha escluso gran parte delle accuse rivolte a Lucano, fra cui quelle di associazione a delinquere o abuso d'ufficio alla malversazione. Si può obiettare — è stato fatto — che le modalità di azione di Lucano, per quanto in buona fede, portino a un'indifferenza verso i metodi usati: se l'illecito diventa prassi comune, per quanto utilizzato per scopi umanitari, diventa difficile porvi un limite; e i fini non giustificano i mezzi.

Sì, i fini non giustificano i mezzi; ma se di questo importante tema dobbiamo discutere, allora è bene ricordarsi dei mezzi usati dal governo per fini molto più bassi e cinici. Solo un esempio: tenere sequestrate per cinque giorni 137 persone a bordo della nave Diciotti.

Se non teniamo a mente il contesto di crudeltà e progressiva disumanizzazione in cui ci troviamo, è davvero molto facile fare del moralismo e distribuire accuse ad hoc.

C'è di più. Il gesto disobbediente, quando fatto con onestà e trasparenza, si espone per sua natura alla critica, alla verifica e alla falsificazione: più che indicare per forza la retta via, impone di riscuotersi dal sonno della coscienza. La difficile e antica collisione tra etica e norma, tra giustizia e legge: non è affare da poco e certamente non è ascrivibile al genere spettacolare della politica odierna, che cerca l'applauso e non invita al ragionamento.

Disobbedire, per quanto contenga tutta la carica del gesto esemplare, obbliga invece a riflettere; a mettere in discussione la nostra idea di comunità, a ripensare la giustezza di leggi che abbiamo magari pigramente accettato. Soprattutto: ponendo in un qualche rischio la persona che la compie, testimonia che l'azione individuale e collettiva è sempre possibile; è un momento in cui la responsabilità torna a essere materia di discussione viva.

E in tempi come questi, il vero crimine sta proprio nell'indifferenza verso la riflessione sul bene e il male: la questione etica è spinta più in là o delegata di continuo a terzi.

Si tratta allora di comprendere in che modo tale disobbedienza può forzare l'ordinamento legale, e come l'ordinamento legale reagirà. Ci sono tre strade possibili, mi pare: repressione, riforma, rivoluzione. La prima è l'opzione tristemente più probabile, una vera strategia mirata nella gestione militaresca del potere da parte di Salvini.
La seconda richiederebbe una forza politica in grado di farsi carico delle richieste portate avanti dal gesto esemplare dei disobbedienti, e trasformarle in spunti di lavoro parlamentare.
La terza è certo la conclusione più improbabile di tutte, ma dipende molto dalla sfumatura con cui ci accostiamo al termine. Rivoluzione può essere anche un minimo ma significativo mutamento del vivere comune e della sensibilità etica di una collettività, al di là di quel che c'è scritto in questa o quella legge. Quando la disobbedienza assume proporzioni molto vaste, implica un cambiamento dello sguardo e del comportamento dagli effetti dirompenti; muta per intero il nostro paesaggio politico e concettuale. Forse la sola rivoluzione possibile oggi è proprio questa: aprire maggiori spazi di solidarietà, libertà e bellezza — e difenderli dalla meschinità altrui. Il problema, come dicevo sopra, è proprio la mancanza di una comunità in grado di recepire questo messaggio: ma la sfida sta anche nel ricrearla con pazienza e sollecitudine.

Nel suo classico Disobbedienza civile, Hannah Arendt argomentava così:

Spesso si dice che il consenso alla Costituzione, il consensus universalis, implichi anche il consenso alle leggi perché in un sistema rappresentativo i cittadini hanno contribuito a elaborarle. Invece io credo che quest'ultimo, sì, sia un consenso fittizio o che, perlomeno nelle circostanze attuali, abbia perso ogni plausibilità. Oggi il sistema rappresentativo è in crisi, in parte perché nel corso del tempo si è privato di tutte quelle istituzioni che consentivano l'effettiva partecipazione dei cittadini e in parte perché è affetto dalla malattia che attanaglia il sistema partitico: la burocratizzazione e la tendenza dei due schieramenti a non rappresentare nessuno eccetto i loro apparati.

Arendt scriveva queste parole nel 1970. Non è facile contraddirla oggi.

A tutto ciò dobbiamo però aggiungere un fatto semplice e importante, senza il quale gli eventi di questi giorni non sono comprensibili a fondo. Ed è il seguente: Salvini — il mandante morale di questa operazione, o quantomeno il simbolo del cinismo di cui è affetta l'Italia — rappresenta un partito che ha ottenuto in modo fraudolento 49 milioni di euro. Anche il lettore più moderato potrà constatare che delle norme scritte a Salvini non interessa poi granché; la sua retorica securitaria e legalista è mera propaganda e nulla più. Così, quello che in parte è un capitolo della lunga dialettica fra legge e disobbedienza civile, si rivela anche il capitolo di una storia ancor più vecchia e assai meno nobile: la lotta per conservare il proprio potere.

(04/10/18)

Cookie

Questo sito utilizza cookie di navigazione. Per saperne di piu'

Approvo

Questo sito usa alcuni cookie anonimizzati indispensabili per una buona navigazione, ma nessun tipo di tracciamento per fini pubblicitari; continuando a navigare do per scontato che per te sia okay.

2018  Giorgio Fontana   globbers template joomla