Le catastrofi e l'immagine

Nel libro-intervista Meglio ladro che fotografo, Ando Gilardi dice che "Le catastrofi incrementano la produzione di immagini" — proprio come la peste aumentò a dismisura l'arte nelle chiese, l'iconografia dei santi e delle Madonne, per scaramanzia. Una tesi interessante.

Che la diffusione contemporanea di immagini che testimoniano il dolore, la tragedia e il male siano il nostro palliativo, la nostra scaramanzia? Un rito laico, svuotato di speranza, che si rinnova nella semplice ripetizione? Condividiamo la foto di un migrante morto. Di un bambino gassato in Siria. Di un vagabondo stremato per le strade di Milano. Di una catastrofe qualunque di cui è pieno il mondo. Lo facciamo spinti dalle migliori ragioni così come dalle peggiori: un'onesta rabbia per una società violenta, e il bisogno coatto di partecipazione e like. E tuttavia, quelle fotografie appartengono più alle vittime ritratte che ai loro fotografi — e meno ancora a noi stessi. Cosa stiamo facendo per rendere loro giustizia? A quali gesti e a quale linguaggio le leghiamo?

"Le immagini parlano da sole", si dice. A me sembra invece che parlino sempre meno; che sia necessario un discorso ordinato e chiaro di contorno; un'interpretazione, una guida, una lettura: per usare un termine tecnico, c'è un grande bisogno di didascalie.

Avevo provato a ragionare su questa proliferazione di nuove immagini del disastro durante il terremoto in centro Italia del 2016, suggerendo di respingere il loro strapotere e considerarle invece come un debito etico nei confronti dei sofferenti — un invito all'azione.

Riscriverei quell'articolo senza cambiare quasi nulla, ma sottolineando proprio questo: il nostro bisogno di parole di approfondimento oltre che di prassi. Non solo per evitare che la condivisione delle fotografie diventi un palliativo o una forma di attivismo debole, ma anche per impedire che le fotografie stesse diventino del tutto sovrapponibili, un dolore uguale all'altro, una tragedia uguale all'altra, senza più capacità di distinzione o critica, giungendo a una sorta di monocromia etica.

(18/04/18)

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