Tre anni senza Facebook (un bilancio)

Ai primi di dicembre del 2014 mi sono disiscritto da Facebook d'istinto, senza solenni proclami (non ci vedevo nulla di solenne, e sono allergico da tempo ai proclami). Forse avrei potuto avvisare, per garbo, le persone che mi hanno seguito lì per tanti anni: d'altro canto, basta una ricerca su Google per ritrovarmi.

Il punto è che Facebook mi aveva stancato da tempo, sia per la quantità di interazioni che mi sentivo chiamato a gestire sia, soprattutto, per una questione di design. Il coacervo di immagini e parole, l'abbondanza di notifiche, l'attenzione spasmodica al tempo presente, la difficoltà a recuperare i contenuti passati, i troppi video, lo scrolling infinito, la mancanza di asimmetria fra relazioni (a differenza di Twitter, dove follower e following sono distinti). Da allora sono rientrato di tanto in tanto, di sfuggita; ma ogni volta ho disattivato il profilo.

So cosa state pensando. Gli articoli che parlano della propria assenza da un social network hanno sempre un tono paternalistico: o si lanciano in sermoni sulla superiorità della vita "reale" (come se il digitale non fosse reale), inneggiano al disconnessionismo spinto, blaterano attorno all'importanza del ritrovato silenzio contro le inondazioni di gattini e baggianate virali eccetera.

Più di tutto, sono pervasi da una fastidiosa aura di auto-indulgenza: come se Facebook fosse un mostro capace di irretire le coscienze, impedendo un suo uso moderato e ragionevole. Naturalmente non è così. La responsabilità di come scegliamo di abitare il digitale dipende da noi soltanto, e molte persone lo fanno senza patemi o deliri.

Il mio scopo, in effetti, è più modesto. Vorrei solo mettere in fila alcune riflessioni laiche su come è cambiata la mia vita in questi tre anni; cosa ho guadagnato e cosa ho perso soprattutto a livello linguistico.

[continua a leggere su Doppiozero]

(18/01/18)

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