In difesa della forma

Massimo Mila intitolò un saggio su Brahms del 1988 La forma come disciplina. Espressione magnifica e soggetto adeguato: pochi musicisti hanno avuto maggiore fiducia e passione di Brahms nei confronti della forma — della tessitura di un ordine, del controllo rigoroso sulla materia senza per questo mortificarla. E penso che qui il termine disciplina vada inteso in modo abbastanza radicale: una guida, un continuo ammaestramento, una direzione precisa. Scrive Mila:

Il classicismo di Brahms, l’ordine cosmico del suo sinfonismo, è l’estremo gesto di disperazione contro l’orrore della nuova barbarie, contro il presentimento di Auschwitz e di Hiroshima, contro la crisi della civiltà.

E ancora:

Delle nuove possibilità che all’uomo discendono da questa condizione di orfano, Brahms fu profondamente consapevole, non meno di Mahler e molto più di Strauss. Ma questa pena esistenziale egli l’affrontò col virile coraggio d’una concezione immanente della vita, senza gridare ai quattro venti la propria disperazione. La forma sonata su cui rimase crocifisso per tutta la vita non fu un fardello del passato subito passivamente ma fu un’arma. Un’arma di autodifesa.

La forma come argine.

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(08/01/17)

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