Quando le cose prendono una brutta piega

Leggo Alcune questioni di filosofia morale di Hannah Arendt, che da solo basta per mesi e mesi di riflessioni. Mi ha colpito in particolare un passaggio, che ricopio qui sotto per intero. Nel discutere l'azione morale in tempi particolarmente cupi, Arendt suggerisce che la catena di ragionamenti e dubbi salti di fronte a una sorta di evidenza originaria. Quando le cose vanno davvero male, la differenza sta tutta in chi non accetta di collaborare per un istintivo bisogno di proteggere la propria integrità interiore; per un rifiuto del male che va ben oltre i suggerimenti della coscienza.

La formula cautelativa di Arendt va ribadita: non agiamo sempre in base questa intuizione. (Il rischio, peraltro, è che la virtù non sarebbe più insegnabile: la distinzione netta fra chi possiede e chi no tale dono morale fa collassare l'idea stessa di educazione all'umanità). Ma in determinati casi — "quando le cose prendono una brutta piega", appunto — la girandola delle valutazioni e degli obblighi non comincia neanche; chi pronuncia la parola contraria lo fa subito, istintivamente, senza clamore, con dignità e risolutezza.

Oggi le cose stanno prendendo una piega inquietante; non brutta come durante il nazismo, non ancora, ma inquietante. Forse è il caso di rileggere le parole di Arendt e affidarci a chi dice "Non posso".

Se prendete il caso di quei pochi, pochissimi, che durante il collasso morale della Germania nazista rimasero immuni da ogni colpa, scoprirete presto che costoro non hanno mai dovuto affrontare alcun conflitto morale o alcuna crisi di coscienza. Non meditarono a lungo su problemi complicati — il problema del minor male o della lealtà al proprio Paese o della fedeltà al proprio giuramento, e via dicendo. Niente di tutto questo. Possono magari aver dibattuto dei pro e contro delle loro azioni, riflettendo anche sulla loro inanità e inefficacia; possono magari avere avuto paura, dato che c'era davvero motivo di averne. Ma costoro, comunque, non dubitarono mai che i crimini restavano crimini anche una volta legalizzati dal governo, così come non dubitarono mai che era meglio in ogni caso non partecipare a tali azioni criminali. In altre parole, essi non sentirono in se stessi un'obbligazione, ma agirono semplicemente in accordo con qualcosa che per tutti loro era autoevidente, benché non fosse più autoevidente per gli altri. La loro coscienza, se di questo si trattò, non parlò loro in termini di obbligazione, non disse loro "Questo non devo farlo", ma semplicemente "Questo non posso farlo".
Il lato positivo di questo "non posso" è che esso corrisponde all'autoevidenza delle proposizioni morali. Significa: non posso uccidere gente innocente, esattamente come non posso dire che due più due fa cinque. Al "Tu devi" o "Tu dovresti" è sempre possibile controbattere: non voglio o non posso, per svariate ragioni. Le sole persone affidabili sul piano morale sono invece quelle che, nei momenti in cui le cose prendono una brutta piega, dicono semplicemente "non posso".

(04/12/17)

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