Per un'utopia sostenibile

Thomas More fu decapitato nel 1535 perché si rifiutò di accettare l’Atto di supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra; la sua testa fu esposta per un mese sul London Bridge. Un destino riservato a troppi utopisti, di cui More può essere considerato il fondatore moderno. Come tutti sanno, scrisse un libro intitolato appunto Utopia: e lo scrisse innanzitutto per criticare la società inglese, piena di violenze, contrasti civili e diseguaglianze sociali. Sull’isola da lui immaginata non c’è la proprietà privata, non c’è moneta, l’oro è usato per fare i vasi da notte, il lavoro è obbligatorio per tutti ma dura solo sei ore al giorno, e tutte le religioni sono ammesse.

Ma More fece un’altra invenzione geniale, la parola stessa utopia: dal greco οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”); “non-luogo” – ma anche un gioco con l’omofono eutopia, derivato dal greco εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”). Data l’identica pronuncia, in inglese, di “utopia” ed “eutopia”, i significati si mescolano: nasce un luogo irraggiungibile e insieme ideale.

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(13/09/17)

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