Senza dubbio

Butto giù due righe su un tema che mi è abbastanza caro: il proliferare delle certezze. La quantità di certezze che sembrano possedere le persone, su qualsiasi argomento; l'essere certi, certissimi, come atteggiamento esistenziale. Forse è sempre stato così, forse lo noto solo più di frequente perché i luoghi dove le persone possono esprimersi si sono moltiplicati, forse perché sul digitale interagiamo anche di striscio con più gente di prima. Un tempo si sarebbe parlato di cultura di massa: espressione che ho sempre trovato vagamente classista, e poco utile.

Comunque: le certezze. Anche di fronte al torto più marcio, si continua a sostenere la propria posizione — si è certi non tanto di un fatto quanto di avere sempre ragione. Un po' di tempo fa provai a indagare le ragioni che stanno dietro all'incapacità di ammettere i propri sbagli, e la distorsione che può minare il dibattito quando è viziato da tale automatismo.

Non è il caso di tornarci sopra. Però mi pare che la situazione non sia cambiata da allora: e più che i singoli contenuti — molto spesso boiate colossali — è l'atteggiamento a sconcertarmi sempre. In questi giorni, per un articolo, ho riletto alcune pagine di Congetture e confutazioni di Popper. C'è un punto in cui spiega bene la base della discussione razionale, ovvero

un atteggiamento di disponibilità reciproca, in una disposizione, non soltanto a convincere l'altro, ma anche ad essere eventualmente da questi persuaso. Cosa intendo per atteggiamento di ragionevolezza può emergere da un'osservazione di questo tipo: "Penso di avere ragione, ma posso sbagliarmi, e puoi avere ragione tu; in ogni caso, discutiamone: è probabile infatti che in questo modo ci accostiamo a una comprensione vera, più che se ognuno si limita ad insistere di aver ragione.

Questo atteggiamento di sano scetticismo metodologico, di "umiltà intellettuale" per dirla con Popper, mi pare rarissimo; e non è mai troppo presto per cercare di porvi rimedio con uno sforzo di educazione collettiva.

Intendiamoci: con ciò non voglio aprire la porta a un relativismo selvaggio. Tutt'altro; io posseggo diverse cose di cui sono sicuro e in cui credo fermamente. Alcune sono banali, altre più complesse; e in ogni caso sono pronto a difenderle con tutte le ragioni che ho acquisito negli anni. Sono sicuro che i vaccini funzionino, che Kafka sia uno scrittore immenso, che l'antifascismo sia un valore profondissimo, che la lotta per libertà e quella per l' eguaglianza sociale debbano andare di pari passo, che in francese "ninna nanna" si dica "berceuse", che i fini non giustifichino i mezzi, che criticare a caso senza aver letto o ascoltato sia stupido, eccetera. Ma su tante altre non ho un'opinione definita, e di moltissime non so nulla.

Naturalmente si discute spesso in assenza di ragioni conclusive: altrimenti passeremmo il tempo a scambiarci ovvietà e cose che già sappiamo. Si discute — si dovrebbe discutere — anche per mettere alla prova le proprie opinioni indefinite e corroborarle, oppure abbandonarle. Congetture e confutazioni, come diceva Popper.

La cosa paradossale è che a questo aumento di sicumera corrisponde un crollo — nel discorso pubblico, ma soprattutto sui giornali — dell'attenzione e della correzione reciproca. Tutti sono certi di cose per cui non si è speso un minuto a informarsi con cura, a studiare (parola quanto mai fuori moda). Si è andata radicando una cultura del pressapochismo, dell'irresponsabilità, dell'impunità. Affermare il falso o difendere ciò che non si sa è un problema da poco; basta che non ci siano ricadute pratiche. E generalmente non ce ne sono mai.

(10/09/17)

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