Un fatto descritto con chiarezza

(New York vers 1955, © The Estate of Garry Winogrand)

Il grande fotografo statunitense Garry Winongrand disse: "Non c'è nulla di più misterioso di un fatto descritto con chiarezza". Per il suo mezzo, ciò significava coltivare due forme di responsabilità: "Rispetto del mezzo, lasciandolo fare quello che fa meglio, ovvero descrivere. E rispetto per il soggetto descrivendolo così così com'è".

Può valere anche per la scrittura? Credo di sì. Un fatto descritto con chiarezza, con la massima attenzione, con la fatica necessaria a trovare le parole più adeguate - un fatto descritto con devozione, vorrei dire, desta sempre una misura di sconcerto. Un po' come osservare un corpo nudo, o ripetere una parola fino al punto in cui perde significato, o guardare un cadavere.

Non è semplice dire in cosa consista questa chiarezza, o spiegare perché ci colpisca così tanto (di sicuro colpisce me). Ho diversi esempi in testa - di Kafka, di McCarthy, di Proust - ma soprattutto mi viene voglia di riaprire i Diari di Cheever. Questa frase è quasi il manifesto di ciò che intendo:

Nella Ventitreesima strada ho letto un cartello: NON PERDETE IL VOSTRO AMORE PER COLPA DELLA CICCIA. C'era una vetrina piena di crocifissi di plastica. Lo strato superficiale della città è paradossale.

Ecco: la superficie è quanto sfioriamo e ignoriamo ogni giorno. Ma quando ci viene riportata davanti agli occhi, quando la osserviamo con cura, essa assume un aspetto paradossale; o quantomeno ci spiazza. Ci spiazza ripensare ai piccioni che si litigavano un pezzo di carta. Una signora che si tira un pugno sui lombi, davanti al semaforo. L'esatta sfumatura di rosso del semaforo. Le gradazioni di colore delle piastrelle simili a una mappa di un luogo dimenticato. Il dente storto di un cane che scivola sui gradini del terzo piano. Il tic di un ragazzino trascinato via dalla madre per mano dai suoi amici. Tutto ciò che il mondo genera e passa sotto il nostro radar perché irrilevante ai nostri fini quotidiani. Ma a chi invece si sofferma a custodirlo? Ancora Cheever, ancora i Diari:

Sono andato a camminare sulla spiaggia prima di colazione. Per poter scrivere con la massima onestà di come reagisco a questo paesaggio. Le colline, la macchia, ormai tanto gialla quanto prima era verde, i tetti neri dello stabilimento balneare: tutte queste linee mi ricordano un disegno giapponese. Le colline sembrano sorte dal mare, anche se non è così. Il litorale sta franando. Il vecchio che è morto due anni fa sosteneva di ricordarsi un prato dove ora c'è acqua fonda. Dall'altro lato dello stretto le scogliere di Naushon sono frastagliate perché sono franate, un pezzo dopo l'altro, in mare. Le pietre su cui cammini sono di uno strano colore. la moltitudine di forme ti confonde e ti mette allegrie.

Eccetera, eccetera. Svelare il mondo, dire le cose. Forse tutto questo genera meraviglia proprio perché non abbiamo tempo e modo di percepirla: è piuttosto ovvio, e non c'è bisogno di studiare la fenomenologia per intuirlo. In particolare oggi, se posso aggiungere. La percezione a volte si riduce a quanto ci viene segnalato: clicca qui, guarda qui, ecco una notifica, ecco l'indicazione verso dove recarti. E se uno invece guardasse con decisione una panchina? O un comignolo? la scritta sopra un accendino? O il nome di un paese dell'hinterland? O la piega di un foglio di carta? O il verde bottiglia di una matita?

Risposta banale e giusta: perché è stupido. Verissimo: provate a ripetervi un discorso del genere quando andate a prendere vostro figlio all'asilo, pagare una bolletta, prendere il treno per l'hinterland mezz'ora dopo perché c'è stato un guasto. Non ha senso.

Ma ecco allora il compito della fotografia - e di una certa scrittura, e di una certa cultura per estensione - ovvero attirare l'attenzione verso quanto viene ignorato e disperso perché siamo troppo occupati a fare altro, e questo altro non solo ci appare più importante, ma è anche la sola modalità di esistere che appare socialmente giustificabile. Ciò non per un romantico e retorico mito di chi "guarda le panchine" - quasi fosse un imbecille. Ma perché c'è davvero una quantità di cose che cascano nel passato, e nessuno o quasi le salva.

Una nuova obiezione: bel discorso; ma basta a giustificare l'esistenza di dedizioni, affetti e persino professioni? Non lo so. Non vendo certezze o slogan. Eppure ogni tanto, in sere come questa, mi pare che soffermarsi sulla descrizione esatta dei fatti sia un antidoto alla pigrizia dell'intelletto, all'automatismo, alla noia e persino alla rovina: dopotutto, si distrugge con più facilità ciò che ci è indifferente. Fare attenzione, fare attenzione, fare attenzione.

E forse è anche un antidoto alla rovina di sé. C'è un'altra frase di Cheever cui penso spesso e che per me si lega a questa volontà di descrivere i fatti per portarne alla luce il mistero, per offrirlo al lettore o spettatore, e così combattere - mi pare - la propria inermità, i propri momenti di debolezza, i momenti in cui si alzerebbe la mano contro il proprio corpo:

Mi sembra che la cosa più bella nella vita sia che difficilmente utilizziamo il nostro potenziale di autodistruzione. Lo possiamo desiderare, può essere il nostro sogno, ma siamo dissuasi da un fascio di luce, da una mutazione del vento.

(08/09/17)

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