It

[questo pezzo è uscito sulla Domenica del Sole 24 ore il 20/08/17]

Il prossimo 21 settembre uscirà nelle sale italiane la prima parte di It: il film, tratto dal romanzo di Stephen King e diretto da Andrés Muschietti, segue l'adattamento in miniserie del 1990. Inoltre, quest'anno cade il trentennale della traduzione in Italia del capolavoro kinghiano, a cura di Tullio Dobner.

Com'è noto, il libro si muove su due linee narrative. La prima racconta di un gruppo di sette ragazzini alla fine degli anni '50, alle prese con un mostro che affligge la loro cittadina Derry da secoli, e si incarna in vari modi — fra cui il celebre clown Pennywise. La seconda ritrae gli stessi personaggi, adulti e realizzati, nel momento in cui ritornano a Derry e provano a distruggere una volta per tutte il nemico.

Il film in arrivo e l'anniversario sono un'occasione per riflettere sul valore letterario di un'opera che troppo spesso viene definita, sbrigativamente, un "romanzo terrificante". Certo, lo è: e tale aspetto non va liquidato per snobismo al contrario. King sa benissimo, come scrisse Melville, che "quantunque in molti dei suoi aspetti questo mondo visibile appaia fatto nell'amore, le sfere invisibili vennero fatte nella paura"; e questa paura è uno dei sentimenti più vividi e complessi che possiamo provare.

Ma nemmeno bisogna fermarsi qui. Ha ragione Luca Briasco in Americana (minimum fax 2016), quando scrive che in una ricerca del "Grande Romanzo Americano" senza pregiudizi di genere, It sarebbe un candidato straordinario. Perché questo libro è molte cose insieme. Innanzitutto, è uno straordinario racconto di formazione: King sa catturare come nessuno il momento decisivo della primissima adolescenza, che non a caso è spesso accompagnato da riti di passaggio. Rito e passaggio, ecco due parole chiave per intendere It: i suoi protagonisti da ragazzini sono deboli ed emarginati — non a caso si danno il nome di Perdenti — ma posseggono la virtù della meraviglia; e una grande dose di forza interiore.

Inoltre, It è una potentissima indagine sul male: tanto più efficace perché priva di qualsiasi astrattezza. Per quanto orrendo appaia ciò che compie direttamente da Pennywise (divorare bambini, ad esempio), almeno è riducibile a un principio quasi diabolico, con una violenza che sfiora il grottesco. Il male degli uomini invece è ancora più insopportabile perché ottuso e quotidiano: violenza sulle donne, razzismo, omofobia, bullismo. Ora, questa epidemia di cattiveria dipende solo dall'influenza del mostro, o è dovuta anche alla responsabilità dei singoli? L'ambiguità è un altro pregio del romanzo.

Perché comunque la si voglia intendere, si tratta sempre di una tremenda riduzione dei rapporti all'indifferenza morale, persino linguistica: a it, appunto — a "esso". Mentre lo sforzo di chi lo affronta è innanzitutto quello di distinguere e interpretare. Così, la lotta dei Perdenti è la battaglia del cavaliere contro il drago e insieme la faticosa lotta contro la grettezza di una realtà fatta di sopraffazione continua. (Per questo il libro offre il massimo del fantastico e il del realismo insieme; una sintesi che pochi altri hanno saputo governare: per fare un nome non casuale, penso a Bulgakov).

In un articolo apparso l'11 settembre 2016 sulla Los Angeles Review of Books, Adrian Daub avanza un'ipotesi interessante: il vero male del romanzo non è Pennywise, ma più in generale il "potere Americano della sublimazione". E continua: "L'anamnesi — il ricordare — è il mezzo strutturale di base delle trame parallele di It: i personaggi devono capire cosa fecero, e fronteggiare ciò che in qualche modo già sanno". La memoria è il fulcro del libro, perché è un antidoto all'oblio e dunque all'indifferenza stessa. Ciò che da piccoli sembrava innocente può essere terribile; ciò che oggi ci appare una ragazzata era in realtà qualcosa di atroce.

In effetti, i critici più attenti hanno sottolineato come la specialità di It sia incarnarsi nei nostri traumi infantili e fare leva sulle paure più recondite. Ricordate davvero quei giorni? Il timore dei bulli, la distanza inaccessibile del mondo adulto, la solitudine di un bambino? Lo stesso compito è posto ai protagonisti: se sapranno rievocare fino in fondo e dunque avere fede in quanto accaduto, allora sapranno cavarsela. Ecco la vera sfida del clown: "vediamo se ricordate la più semplice delle cose: com'è essere bambini, pronti a credere e perciò timorosi del buio".

Di questo parla It: del potere salvifico o di dannazione che posseggono le storie. King ci ha fatto credere a Pennywise, e questo è terribile. Ma King ci ha fatto anche capire che possiamo affrontare il mistero: come diceva Chesterton parlando delle fiabe, ha dato un limite ai terrori senza limiti — e ha mostrato che esiste qualcosa di più forte della paura.

Perché se c'è un aspetto sottovalutato di It è la quantità di coraggio, tenerezza e amore che contiene. A volte una semplice fionda e un amico vero bastano a battere un mostro di origini arcaiche. Altre volte possono fare anche di più: salvarci dal cinismo e dall'odio.

(04/09/17/)

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