Brownie

Il musicista preferito del protagonista di Un solo paradiso è Clifford Brown. Sessantuno anni fa, questo giorno, Brown morì in un incidente automobilistico; doveva ancora compiere venticinque anni. Ironia della sorte, era uno dei pochissimi jazzisti del periodo a non abusare di droghe e alcool: la maledizione che sembrava gravare su quei musicisti per lui si compì improvvisamente.

Un evento tanto tragico rischia sempre di alimentare vuote leggende, ma nel caso di Brown il rischio non esiste. Già all'epoca era considerato come uno dei trombettisti più importanti della scena hard bop — forse il più importante in assoluto. Nel 1954 era stato votato anche da Down Beat come "New Star of the Year", e lo stesso Charlie Parker lo stimava parecchio. Il nitore e l'energia del suo sound erano fenomenali; e la sua inventiva negli assoli aveva qualcosa di prodigioso. In particolare, mi ha sempre lasciato interdetto il controllo che dimostrava: nessuna esitazione, mai, anche durante fraseggi più impervi.

Come scrive Ted Gioia in History of Jazz:

Perhaps he lacked Gillespie's range or Miles's insipred moodiness, but Brown's tone control, his "fat" sound (literally and metaphorically, given its source in Brown's chief inspiration, Fats Navarro), and flawless execution stood out even in a jazz world filled with hot young trumpeters.

E aggiunge: grazie a lui, "the rougher edges of bebop were rounded off with finesse". Una definizione perfetta del suo stile, potente e lirico insieme.

Riascoltati a distanza di decenni, i dischi di Brown sorprendono ancora per la loro freschezza. Alcuni brani jazz sono invecchiati un po' male; altri vanno messi in un minimo di contesto storico per essere apprezzati fino in fondo: non così per Brown. La sua voce, pur definendo un intero genere — l'hard bop, appunto — travalica di gran lunga queste barriere, e rimane ancora oggi molto godibile e attuale.

Faccio l'esempio più ovvio: Cherokee, la prima traccia di Study in Brown. Al di là del celebratissimo assolo di Brown — che ridefinisce i concetti di vigore, incisività e potenza nel jazz — è tutta la canzone a lasciare senza parole. Il drumming di Roach è quanto mai mobile e inventivo, Harold Land fa un assolo magnifico, l'interplay con Powell e Morrow è praticamente perfetto — una macchina da guerra musicale. Come osserva Gian Carlo Roncaglia ne Il jazz e il suo mondo, "pur non innovando nulla", Brown disse al mondo con chiarezza "cosa era e, soprattutto, cosa avrebbe dovuto essere il jazz".

Non solo: Roncaglia fa un'altra precisazione interessante. La musica del quintetto di Brown

risultò determinante, non solo per l'abilità tecnica e solistica di Clifford (come da qualcuno venne sostenuto), bensì per le caratteristiche di tutto ciò che in tal breve periodo venne eseguito e lasciato nelle registrazione, ad Clifford's Axe a Ghost of a Chance, all'africano Daahoud, a Jor-Du realizzato in pubblico a Los Angeles, all'ellingtoniano (ma con quanto nerbo aggiunto!) Take the "A" Train: musiche, tutte, che rappresentarono la summa di una situazione sociale e di una concezione musicale che non potevano trovare miglior punto di incontro.

Era, è, musica meravigliosa; e nera fino al midollo: carica di swing, intrisa di soul. Una dichiarazione implicita di dignità.

Sopravvalutare l'influenza di Brown è quasi impossibile: a lui si ispirarono Booker Little, Freddie Hubbard, Lee Morgan e tanti altri. Nel giro di pochi anni riuscì a consegnare ai posteri un'eredità ancora oggi ricchissima, tutta da esplorare.

In quel capolavoro che è Natura morta con custodia di sax, Geoff Dyer osserva mestamente che se Miles Davis fosse morto all'età di Clifford, non avremmo avuto altro se non Birth of the Cool. Certo questi paragoni sono sempre opinabili: quanto rimpianto, quanta amarezza; e quanta gioia nel riascoltare Brownie, ogni volta.

(26/06/17)

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