Dispacci da Bruxelles

Sono di stanza a St. Gilles, appena dopo la porta di Halles. Rappresento una delle decine e decine di nazionalità che vivono in questi chilometri quadrati: fra lo spagnolo, il portoghese, i dialetti africani, il polacco e l'arabo spunta anche il mio italiano — di certo non il solo, ma di certo il più silenzioso: non parlo quasi mai la mia lingua. La scrivo e basta.

Cammino. Il secondo giorno, andando verso il centro, ho attraversato una tempesta di ghiaccio. L'ombrello mi è sfuggito di mano e mi sono ritrovato fradicio nel vento e con la grandine minuta che mi colpiva. Non riuscivo a crederci. Poi però mi sono abituato in fretta, e tutto si è fatto meno odioso. La pioggia? Bof, finalement ça va. Tiro su il cappuccio della felpa e vado.
Con il passare dei giorni il clima si è assestato, ed è arrivata in città una primavera fresca e luminosa. Continuo a camminare, a cerchi concentrici come mia abitudine, perdendomi fra le stradine e poi marciando lungo i boulevard per cambiare zona. Più passa il tempo e più amo questa città. Fin dal primo minuto ho sentito che toccava in me le corde giuste; ora che ne ho preso le misure capisco meglio di quali corde si trattano.

Le facciate a mattoni dei palazzi, fra i più belli che abbia mai visto. La loro architettura che conosce infinite variazioni. E i colori dei dettagli: malva, verde acqua, ottone, avorio, bianco sporco, senape, mirtillo, grigio azzurro...

Sul Parvis de St. Gilles, una birra alla Brasserie de l'Unité. Vedo calare un tramonto rosa antico dalle vetrate. Ogni volta che vado in una città devo subito trovare un paio di posti — due bar dove mi sento a casa. Questo è il primo.

Cinque adolescenti che corrono nervosi giù per Rue de l'Eglise de St. Gilles, guardandosi ogni tanto indietro, zigzagando fra le auto parcheggiate, mentre una vettura della polizia lancia lampi azzurri più su, in alto.

Le Bateau Ivre è un bar gestito da un greco che ha abitato a Pioltello. Ideale per bere e leggere fumetti in pace; spesso ci sono coppie di mezza età che sorbiscono la loro zuppa in silenzio. Quando entro chiedo "La vera media" in italiano: ci siamo accordati che il demi come lo intendono i francesi — una birra piccola — non ci piace proprio. (Questo è il mio secondo bar).

I gommisti ed elettrauto africani che ridono fumando sul Boulevard du Midi.

Bruxelles, dal poco che ho potuto intuire e fra tutte quelle che ho visto, è l'unica vera città semplicemente europea. Non parlo degli edifici del potere comunitario, di cui mi frega nulla: parlo dell'estetica e dell'anima che preserva. Somiglia a Parigi, ha qualcosa di Amburgo, è profondamente nordica ma con dei lati buffamente mitteleuropei e persino oso dire mediterranei. Chiunque può essere se stesso qui — un'identità belga o bruxellese mi appare inesistente — per quello mi piace così tanto, perché il suo equivalente è Milano (la meno italiana delle nostre città). Da quel poco che ho potuto intuire, certo.

Le innumerevoli épicerie dove comprare birre e cibo d'asporto anche a tarda sera.

La domanda che tutti mi potrebbero porre — come ha reagito la città agli attentati di un mese e mezzo fa? — in realtà è fuori fuoco. Almeno per me, da estraneo. La quotidianità appare priva di forzature. Una normale città occidentale dove la gente lavora, esce, si diverte — e anzi vive parecchio la strada. Questo non vuol dire, naturalmente, che le ferite si siano già rimarginate: sarebbe ipocrita pensarlo. Vuol dire solo che finora non ho avuto paura un solo secondo. Solo quando incrociavo i militari, ragazzi di vent'anni con mitra lunghi tanto. (A dirla tutta, temevo anche di trovare una città più militarizzata).

Il modo in cui le case si aprono sulla strada attraverso il vetro. I bovindi, le grandi porte-finestre, le finestre persiane. Non sono tanto i frammenti di vita che riesci a cogliere dal quarto piano verso i dirimpettai — questo voyeurismo da poco è irrilevante, qui; a sedurre è piuttosto il desiderio che gli edifici hanno di farsi penetrare dalla luce, finché dura.

Il Café La Fleur en Papier Doré, dove si ritrovavano i surrealisti della città. La sala buia, dove sembra mancare soltanto il focolare acceso. Una miriade di foto e scritte e ricordi appesi alle pareti. E una frase di Baudrand: Saut-tu, Lorenzo, ce que vaut un soupir? As-tu jamais étudié la philosophie des larmes?

Vado alla comunità della Poudrière. Ne avevo letto in un bel reportage di Angelo Mastrandrea, che ritrae fedelmente la vita di queste venticinque persone o giù di lì dalle parti della porta di Ninove. Qui tutti vivono in un grande spazio collettivo, mettendo in comune ogni stipendio e collaborando a creare non solo una microeconomia auto-gestita, ma un modo di vita radicalmente diverso. Non mancano i contrasti, com'è ovvio: e anzi Vanni — un italiano che è lì da quasi quarant'anni — mi spiega una cosa in cui ho sempre creduto: è bene avere un'utopia salda di fronte a sé, ma pensare di realizzarla è il primo passo per l'inferno. Quando ci sono di mezzo le relazioni fra le persone, i problemi sorgono per forza. Bisogna affrontarli con lucidità e senza lasciarsi scoraggiare.
Mi sembra un posto splendido, un esempio che andrebbe replicato ovunque: stare nello spazio urbano — e dunque senza isolarsi con pretese di purezza e superiorità morale — ma al contempo rinunciare alle sue dinamiche più grette: in altre parole, essere autenticamente disertori senza limitarsi alla parte distruttiva, ma anzi costruendo attivamente comunità. Lo so, viviamo in tempi di passioni tristi e molti penseranno che si tratta solo di fricchettoni fuori tempo massimo. Il che rende questi tempi ancora più tristi e vili, se possibile.
Ma non posso nemmeno mentire: se è un esempio tanto nobile, perché non mi batto per farlo mio? Perché nessuno dei miei amici o conoscenti lo farebbe, oppure c'è un'altra ragione? Mentre gironzolo per il cortile, mi sono chiesto se per me è troppo tardi fare una vita del genere — quanto sono legato alla mia solitudine (a volte smaccatamente egoista): alla difesa dei miei spazi, e anche allo stile di vita del capitalismo urbano che tanto critico e mi fa sentire in colpa. Usare la solita espressione contraddizione insolubile proprio non mi va; la trovo sempre una mezza scusa.
Mi macero nel senso di colpa per mezz'ora, guardando dei bambini che creano spille con un piccolo attrezzo messo a disposizione. Si ritaglia una figura da uno dei vecchi libri illustrati sul tavolo, e la si usa come decorazione sulla placca in metallo. Alla fine decido di farne qualcuna anche per me. Trovo una foto di Proust e non resisto: getto qualche euro nel cesto dell'offerta libera e voilà

(La solitudine. Ci sono abituato, ormai appunto forse troppo. Mi viene facile: stare in silenzio per ore, non parlare con nessuno se non per ordinare un caffè o una birra, scrivere, leggere, ascoltare musica. È un misto di indole e tecniche a lungo affinate — e poi il mestiere di uno scrittore è stare da solo, no? Già: ma non è tutto. Tempo fa attribuivo questo bisogno allo sguardo osservatore di chi scrive. Ora invece non ci penso. Certo, mi capita sempre di prendere appunti e registrare ciò che vedo; è il mio lavoro e la mia condizione. Ma me lo godo anche. — Eppure c'è anche un lato negativo in tutto questo, un rischio enorme. Lo vedo bene in questi giorni).

Il cielo che si apre d'improvviso, vasto, inquieto, pieno di venature. Oppure dopo mezz'ora di vento si libera quasi per intero e resta di un azzurro lieve e delicato.

Ci sono due canzoni di Renaud che continuo a canticchiare. La cosa strana è che quella dell'andamento più allegro (ma dal testo triste) la canticchio quando piove — ed è Banlieue Rouge. L'altra, che è triste nel testo come nell'andamento, la canticchio appena esce il sole — Manu.

Un baretto portoghese di cui non mi sono segnato il nome. Il caffè è decente, ma il proprietario — che non parla una parola di francese — è la persona più burbera che abbia mai visto.

Il fumetto, come già sapevo, è onnipresente. Una gioia per uno come me. Passo ore nelle fumetterie: Multi BD in Boulevard d'Ansplach, certo; ma che dire dell'infilata dopo la Barrière, lungo la Chaussée de Waterloo — l'accumulo senza fine di Bédémania se siete appassionati di roba alla Tintin, Forbidden Zone e poco più avanti e infine la mia preferita, The Skull. Gli scaffali degli indipendenti, Iznogoud, i vecchi classici, ogni cosa a disposizione di Trondheim, Larcenet, Davodeau, Gibrat e compagnia. Ma bisogna anche aguzzare l'occhio e scovare i fumetti che spuntano ogni tanto sui muri, gettano un frammento di storia e colore sopra un angolo grigio. Bruxelles: una città che illustra se stessa.

Vado ad ascoltare jazz al Bravo, su consiglio di Fausto, un belga-italiano che mi ha consigliato le jam session del mercoledì e del venerdì. (Y a des jeunes qui se donnent à fond, pas d'vieux bombardons, quoi! — e frullava con le dita un contrabbasso invisibile). Ci capito in una sera chiara, e decido di fare prima un giro per Molenbeek. Basta oltrepassare il canale. E credo sarebbe importante raccontare bene questo quartiere a forte presenza musulmana, pieno di bambini che giocano a pallone e gente che chiacchiera tranquilla davanti ai bar. Raccontarlo passandoci del tempo, parlando con le persone, senza negarne i contrasti, ma nemmeno evocando sacche di delinquenza o formule appiattenti come "la fabbrica dei terroristi". Senza fare la solita informazione spiccia.

L'impressione, a volte, di aver capito finalmente lo stile fiammingo. Di ritrovarne le radici in certi angoli di strada, in certi dettagli di una vecchia taverna, persino in certi grugni bruegeliani che sembrano persistere — quel vagabondo al parco, quella grassa signora che trascina il carrello della spesa.

I mercatini di cianfrusaglie che appaiono ogni tanto lungo qualche viuzza, minuscoli, come a solo uso e consumo degli abitanti della strada o di chi si ritrova per caso in quella traversa. Bambole, teiere, vestiti usati, scarpe, giocattoli, vecchi libri illustrati, qualche fumetto.

I fast food halal. I ragazzi che fumano ridendo appoggiati alle vetrine, chiacchierando in arabo.

E poi la ruelle di fianco alla mia strada che tanto amo, con i suoi sottili palazzi di due piani, la sfilza di bovindi e in fondo una sorta di elegante torretta in legno: la ruelle dove passo sempre dopo avere passeggiato sotto la pioggia o quando, misteriosamente e improvvisamente, il cielo si spacca e la luce rivela una città splendida — una città di saliscendi, dal cuore profondamente medievale — certe pagine di Le Goff sembrano descrivere la vita qui ora; sembra che in questi quartieri non sia passato un millennio — e allora ecco che salgo verso il Parvis e la ruelle alla sinistra segna il mio ritorno a casa, a quella che per ora chiamo casa, quando rientro dalle mie camminate.

(05/05/16)

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